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Economia e Lavoro
L'APPELLO DEGLI ECONOMISTI
16 giugno 2005
Un chiaro richiamo e due riflessioni

Caro Direttore,
condivido le posizioni espresse dai 101 economisti, sia nelle valutazioni (in particolare, che la stabilità macroeconomica e la moneta unica abbiano evitato all'Italia una deriva finanziaria, economica e sociale), sia nelle indicazioni di prospettiva su ciò che va evitato (un minore rigore fiscale e monetario) e su ciò che va perseguito (in particolare, forte e convinto radicamento dell'Italia nell'Unione europea, un maggiore grado di concorrenza, una migliore qualità dell'istruzione). È un richiamo forte e, spero, non inutile. Un richiamo che fa nascere spontanee due riflessioni.
In primo luogo, prendendo parte al dibattito economico italiano da oltre trent'anni, noto che mai come oggi si è registrato tra gli economisti un consenso così ampio su una linea che, semplificando, si potrebbe chiamare "disciplina macro e concorrenza micro". Non era affatto così anni addietro, né sull'uno né sull'altro fronte. Eppure, si ha l'impressione che l'impatto che la voce degli economisti sulle scelte di politica economica (nelle azioni del Governo così come nella definizione di programmi alternativi da parte dell'opposizione) sia minore che in passato, benché essi esprimano posizioni in gran parte convergenti e lo facciano con una presenza nei media complessivamente molto maggiore che in passato. Come mai? Non ho la risposta, ma credo che la domanda vada posta.
In secondo luogo, crea disagio osservare che la linea auspicata da una parte così grande degli economisti non ha, in realtà, molte probabilità di venire concretamente applicata, né oggi né in futuro. Non dal Centro-destra, per la cui maggioranza vengono considerate essenziali componenti che hanno istinti, e diffondono pulsioni, contrari al radicamento dell'Italia nell'Unione europea. Non dal Centro-sinistra, per la cui maggioranza vengono considerate essenziali componenti che perseguono con lucida razionalità una visione diversa da quella di una moderna economia di mercato.
Gli economisti convergono nell'esprimere raccomandazioni di politica economica che forse, in un sistema politico bipolare applicato all'attuale realtà italiana, sono destinate a restare lettera morta. Un sistema nel quale, inoltre, l'eccesso di concorrenza nella politica impedisce di aggredire seriamente le corporazioni di ogni tipo e perciò di introdurre una maggiore concorrenza nell'economia.
L'incertezza istituzionale e politica aperta nell'Unione europea dai referendum francese e olandese non è una buona notizia per l'economia italiana. Essa rende più difficile il rilancio dello sviluppo nel nostro Paese. Per quasi un cinquantennio, l'integrazione europea è stata un motore potente che ha consentito al nostro Paese di raggiungere rapidamente gli standard di benessere europeo. Negli ultimi anni, l'Italia ha tratto un beneficio netto dall'Unione monetaria europea e dal Patto di stabilità. Inflazione e tassi di interesse sono ai minimi storici dal dopoguerra.
I forti aumenti di taluni prezzi così come i livelli elevati di quelli di beni essenziali come l'energia dipendono da un insufficiente grado di concorrenza, non dall'introduzione dell'euro. Il contenimento del disavanzo pubblico è politica che un Paese fortemente indebitato come il nostro deve perseguire comunque, indipendentemente dalle regole stabilite dall' Unione europea.
Siamo convinti che negli ultimi anni la stabilità macroeconomica, e in particolare la moneta unica europea, abbiano evitato all'Italia una deriva finanziaria, economica e sociale dalle imprevedibili conseguenze. Oggi il nostro Paese è più esposto, sia per il maggior peso del debito pubblico, sia per il deterioramento strutturale dei nostri conti pubblici, alle ricadute derivanti dalla minore stabilità macroeconomica e dall'incertezza creata dall' erosione della fiducia nella costruzione europea.
Per questi motivi guardiamo con preoccupazione agli appelli per un minore rigore fiscale e monetario. Ci sembra particolarmente grave il vedere nell'indebolimento della costruzione europea un'opportunità da cogliere piuttosto che un pericolo da fronteggiare, anche con iniziative politiche forti.
Siamo, come tutti i cittadini, preoccupati dalla modesta dinamica della crescita dei redditi, dei salari, della produttività così come dei costi che questa situazione impone alle fasce sociali più deboli. Ma siamo convinti che un rilancio del nostro sistema produttivo e lo stesso mantenimento, seppure in forma aggiornata, dello Stato sociale si possono realizzare solo in un forte e convinto radicamento dell'Italia nell'Unione europea.
Per consegnare alle generazioni più giovani un'economia dinamica, capace di generare investimenti, lavoro e redditi più elevati, è necessario uno sforzo del governo, delle imprese e dei lavoratori per ridurre le rendite, aumentare il grado di concorrenza, migliorare la qualità dell'istruzione, investire in ricerca e nelle infrastrutture in un quadro di stabilità monetaria e di equilibrata finanza pubblica. Si tratta di un impegno che richiede costanza nel lungo periodo, anche per ridare fiducia ai cittadini e aumentare la nostra credibilità all'estero. Le scorciatoie del lassismo fiscale non costituiscono un valida risposta ai problemi della nostra economia e rischiano di creare una spirale di sfiducia e squilibri finanziari che ci riporterebbe indietro di tredici anni.

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