TREU E BIAGI
Mercoledí 06 Giugno 2007
Un record di occupati grazie alle buone leggi

di Carlo Dell'Aringa
Con il pacchetto Treu prima e la legge Biagi poi, nell'arco di dieci anni il sistema di regolazione del mercato del lavoro italiano è cambiato in modo radicale. Non è certamente «il più flessibile del mondo», come qualcuno pretendeva di avere, ma non è più così rigido come prima dell'avvio delle riforme. Quei tempi sono alle spalle e, si spera, definitivamente.
Nella graduatoria dei Paesi industrializzati, che l'Ocse elabora periodicamente in relazione al grado di flessibilità del lavoro, l'Italia si colloca, stando all'ultima rilevazione, in una posizione intermedia tra le nazioni europee. Era partita dalle ultime posizioni e in questi anni l'indicatore che misura il grado di flessibilità è migliorato del 50 per cento. Abbiamo lasciato indietro la Spagna, la Grecia, il Portogallo e persino la Francia, che presentano livelli di rigidità ben superiori. Siamo vicini ai valori del Centro e Nord Europa. Solo Danimarca, Gran Bretagna e Irlanda si collocano più in alto nella scala della flessibilità.
Non è un caso che, nello stesso intervallo di tempo in cui è aumentata la flessibilità, nel nostro Paese siano stati creati più di 2 milioni di posti di lavoro aggiuntivi veri (senza cioè contare l'effetto delle regolarizzazioni di posizioni nel sommerso) e abbia visto diminuire il tasso di disoccupazione sotto il 7%, partendo da oltre due cifre (11,3% nel '97). Questa riduzione rappresenta un effettivo record storico. Per di più, per la prima volta, la quota dei senza lavoro è inferiore a quelle francese e tedesca.
Soprattutto sono migliorate le condizioni e le opportunità di impiego delle cosiddette fasce marginali della forza lavoro: donne, giovani e anziani. Infatti, il 60% dei nuovi posti sono stati ottenuti dalla componente femminile; il tasso di occupazione degli "over 50" è sensibilmente aumentato in questi anni; la disoccupazione giovanile di lunga durata è stabilmente discesa. Si è verificato proprio quello che ci si attendeva dalle riforme e che molti studi e ricerche hanno dimostrato in questi anni (da ultima la pubblicazione «Occupazione in Europa» della Comunità europea) e cioè che la rigidità del lavoro penalizza soprattutto le persone più deboli sul mercato.

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JOB24, Dieci anni di riforme del lavoro
Una maggiore flessibilità aiuta il loro inserimento e questo è esattamente quanto è successo in questi anni in Italia.
Tutto risolto, quindi? Niente affatto. I problemi da affrontare sono ancora molti e il processo di modernizzazione deve andare avanti. L'elenco delle carenze, infatti, è lungo: i tassi di occupazione, nonostante i forti miglioramenti, restano lontani dalla media europea e dai target di Lisbona. In particolare sono bassi quelli delle donne e degli "over 50". Inoltre, i giovani diplomati e laureati fanno fatica a trovare un impiego che risponda alle loro aspettative. Non dimentichiamo, poi, il lavoro "nero" ancora record e le disparità regionali, che nessun altro Paese in Europa ha così gravi.
Pensare di trovare le soluzioni con un ritorno alle "rigidità" del passato è non solo sbagliato, ma addirittura controproducente. È vero che non basta la flessibilità. Occorrono interventi in altri settori, oltre a quello sulla legislazione del lavoro. Per esempio, serve un sistema previdenziale che induca i lavoratori a posticipare l'età della pensione. È importante un sistema fiscale che, da un lato, incentivi maggiormente le donne a partecipare al mercato del lavoro e riesca a rompere il circolo vizioso della bassa partecipazione e della bassa natalità (la prima causa la seconda quando il reddito familiare è basso) e, dall'altro, non infierisca sul sistema delle piccole e medie imprese, da cui è venuto e continuerà a venire il contributo maggiore nella creazione di nuovi posti ("alla luce del sole"). Infine, ma non meno importante, sono indispensabili una scuola e un'università che diano ai giovani la preparazione per affrontare il cambiamento.
Da questo insieme di fattori non dipende solo la crescita dell'occupazione, ma anche lo sviluppo dell'intera economia e della società. D'altra parte, se la crescita economica non si consoliderà, non è pensabile che continui ad aumentare l'occupazione ai ritmi di questi anni. Che, con lo scarso dinamismo del Pil, sono stati pagati in termini di un sensibile peggioramento del trend della produttività. È sulla produttività, del capitale umano innanzitutto, che ora occorre intervenire. Le riforme da mettere in campo devono servire a questo e non a ripristinare condizioni di rigidità che ci riporterebbero indietro di un decennio, quando i giovani e le donne non trovavano lavoro, di nessun genere. Far salire la produttività senza arrestare l'allargamento dell'occupazione: questa è la sfida.
Carlo Dell'Aringa