C I CREDO MA NON HO L E PROVE 13 marzo 2005L'evoluzione ci fa credenti | | Cosa credo che sia vero anche se non posso provarlo? È un quesito su cui molto s'è dibattuto, su queste pagine, e che può in definitiva sembrare strano, essendo noi la specie più provvista di ragione. Non è così però, e non solo perché la tendenza è pressoché di tutti. C'è dell'altro, per uno come me che per mestiere pratica l'etologia. Se, com'è opportuno, non considero la qualità dell'oggetto di fede, posso infatti sostenere che non sono poche le specie sociali dotate d'una certa intelligenza predisposte a credere senza porsi problemi di giudizio. Non sarebbe d'altronde utile che una banda di scimpanzé impegnata a catturare un colobo tra i rami di un albero, o di iene in una savana, non accettasse ciecamente la decisione dell'individuo alfa. L'esempio, l'ammetto, non è gran che ma, tanto per cominciare, ci attesta che il principio d'autorità non è soltanto cosa nostra. In realtà, se andiamo a rimestare nel cuore vivo della zoologia ( operazione per alcuni fastidiosa), in tante specie scopriamo " preadattamenti" che poi consentiranno, a noi così razionali, di " prestar fede". Il nostro saper credere scavalcando la ragione può, in definitiva, trovare una precisa anticipazione nella storia evolutiva, nostra e altrui. Penso allo sviluppo di una mente, al saper produrre superstizioni, al mentire a sé e agli altri, al trasmettere " verità per fede" tramite riti e un'autorità indottrinante. L'esercizio sarebbe comunque incompleto se non ponessi la domanda veramente chiave: credere può avere avuto, e avere, un valore per la sopravvivenza? Quesito che, proprio perché implicante la forza plasmante della selezione naturale, legittima, se mai ce ne fosse bisogno, l'avventurosa intrusione della scienza nell'area tabù dell'immanente. Ecco un assaggio, in verità un po' semplificato, della complessa analisi. ! La consapevolezza. Si hanno evidenze sperimentali sulla consapevolezza di sé nei primati superiori. Quanto alla consapevolezza della morte, nelle altre specie, se c'è, riguarda solo quella altrui. Si tratta di un limite importante rispetto alla nostra specie, perché è verosimile che sia stata anche la raggiunta consapevolezza della propria morte a fare evolutivamente sviluppare, per il suo valore positivo per la sopravvivenza, la nostra disposizione ad accettare l'irrazionale. " La capacità di mentire. Tra i mentitori non umani sono le scimmie le più abili a inventare sofisticati comportamenti ingannatori. Più sottile, a ogni modo, è la capacità soltanto umana di mentire a se stessi, e la psicologia della vita quotidiana ci attesta come l'autoinganno possa avere un valore positivo per il benessere e, in definitiva, la sopravvivenza. Certi animali sanno inoltre mentalmente duplicare situazioni spaziali in funzione d'una loro progettualità di movimenti e di soluzione di problemi. Gli scoiattoli, le ghiandaie, anche le scimmie, sanno per esempio programmare tragitti contorti, che addirittura inizialmente s'allontanano dall'obiettivo, per poterlo poi finalmente raggiungere. Ciò risulta suggestivo per la consolidata abitudine umana di rappresentare, nelle maggiori culture religiose, un aldilà che ha, o almeno ha avuto in origine, connotazioni geografiche.
Il comportamento superstizioso. È possibile provocare, in certi animali, comportamenti superstiziosi, facendo stabilire una falsa relazione di causa effetto tra eventi in realtà indipendenti. Effettivamente la superstizione altro non è, in origine, che un errore all'interno di un processo di apprendimento per associazione. I colombi, per esempio, erroneamente associando certi loro movimenti con l'ottenimento del becchime, poi li ripetono ossessivamente, come se " portassero bene". Nella nostra specie fenomeni di trasmissione culturale possono poi tramandare le superstizioni indipendentemente da qualsiasi verifica da parte degli individui che le fanno proprie. D'altro canto anche in altre specie capaci di cultura è possibile che una superstizione si espanda in una popolazione per semplice tradizione. I merli e le taccole possono evitare certi oggetti ritenendo, culturalmente, che " portino male".
La trasmissione culturale. Le conoscenze che l'essere umano accumula nella propria vita gli provengono per la massima parte da altri uomini. In ciò siamo diversi dagli altri animali, che apprendono quasi tutto individualmente. Ciò non di meno, anche altre specie possiedono capacità culturali, intendendo per cultura « qualsiasi conoscenza che venga trasmessa all'interno e tra le generazioni grazie all'apprendimento sociale » . Le popolazioni selvagge di scimpanzé sono caratterizzate, per esempio, da un elevato numero di tradizioni locali. La trasmissione culturale è spesso facilitata da fenomeni collaterali. Quando si tratta di far passare " verità per fede", la ritualizzazione è un veicolante assai praticato. Se però nella zoologia il rito si presenta come fenomeno biologico ( istintivo) di comunicazione, nella nostra specie, con un interessante preludio nello scimpanzé, compare il fenomeno analogo della ritualizzazione culturale. Questa, per le sue caratteristiche di stereotipia e di resistenza al cambiamento, mal si presta a una critica comunicazione delle informazioni. Risulta, però, la forma privilegiata di comunicazione quando ciò che viene trasmesso deve venire accettato acriticamente. Al rito culturale, d'altro canto, la nostra specie attribuisce sempre un importante valore, indipendentemente dal contenuto. Ciò avviene per la funzione fortemente coesiva dei riti, siano essi biologici o culturali.
Il ruolo dello stato sociale.
Una posizione di potere facilita il passaggio di qualsiasi tipo di informazione. Basta pensare al quasi irreversibile indottrinamento dei cuccioli, fondato sul principio di autorità. La trasmissione di nuove abitudini va infatti quasi sempre da un adulto ( predominante) a un giovane ( sottomesso). L'acquisizione di uno stato sociale elevato avviene, negli animali, con l'esercizio dell'aggressività e, nei più sociali, ciò determina il formarsi di una gerarchia. Nella specie umana il fenomeno risulta ancora più complesso per la contemporanea presenza di più gerarchie " per competenza", e non a caso quelle che trasmettono verità per fede tendono sempre a piazzarsi al livello più alto della gerarchia delle gerarchie. Concludendo, la storia evolutiva ci ha regalato, insieme a una notevole razionalità, gli strumenti per credere per fede. C'è così, nella nostra mente, una sorta di palestra— uno spazio franco — dove possiamo divertirci a credere all'esistenza, tanto per dire, del mostro di Lochness o dell'angelo custode, a sperare in un futuro migliore interpretando oroscopi, oppure consolarci immaginando una vita oltre la morte. D'altronde, se siamo fatti così, un motivo ci sarà bene, e solo la ragione può aiutarci a scoprirlo.
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