uragani
4 novembre 2005
Nemico o alleato? Gli Usa alle prese con Madre Natura
di Elysa Fazzino

WASHINGTON.

Le devastazioni degli uragani Katrina, Rita e Wilma hanno costretto gli Stati Uniti a fare i conti con un nemico finora sottovalutato: Madre Natura. Le forze armate hanno mobilitato risorse aeree e spaziali per reagire all’emergenza. Ma il Pentagono vuole fare di più: migliorare la capacità di prevedere i disastri naturali e, in prospettiva, riuscire a controllare il maltempo. Alcuni strateghi militari hanno già pensato a trasformare le intemperie in un’arma di guerra. Magari con l’aiuto della nanotecnologia. Il meteo può essere un alleato decisivo in pace e in guerra.
Una delle lezioni di Katrina è stata di mettere in evidenza la necessità di un sistema integrato civile e militare di reazione ai disastri naturali. Il Pentagono ha fatto ricorso a diverse attrezzature nello spazio:
- Il sistema di satelliti Gps, “Global Positioning System”;
- il sistema di comunicazione radio ad alta capacità “Global Broadcast Service”;
- il centro dell’Esercito “Spectral Operations Resource Center” (Sorc) per sfruttare immagini dei satelliti commerciali e preparare immagini ad alta risoluzione del terreno devastato per i soccorritori civili e militari;
- i satelliti del “Defense Meteorological Satellite Program” (Dmsp), gestiti dal centro della Air Force “Space and Missile Systems Center” di Los Angeles, per paragonare le immagini notturne prima e dopo il disastro in modo da seguire l’avanzamento dei lavori di riparazione della rete elettrica.
L’uso dell’apparato spaziale militare per operazioni di protezione civile è stato sottolineato di recente dal generale Lance Lord, comandante dell’Air Force Space Command, durante una conferenza sulla leadership spaziale svoltasi alle Hawaii il 20 ottobre: «I disastri naturali non conoscono frontiere. Dopo lo tsunami nell’Oceano Indiano del dicembre 2004 abbiamo immediatamente mobilitato le nostre capacità spaziali per aiutare negli sforzi di ricerca e soccorso… Ma come la mettiamo prima del disastro? ». Lance dice che bisogna migliorare le capacità di prevedere l’arrivo dei disastri e avvertire le popolazioni minacciate. Per rispondere con maggiore prontezza, l’Air Force sta lavorando a rendere più economici e tempestivi i satelliti e i lanci di satelliti.
Gli scienziati cercano di colpire il fenomeno all’origine e cercano il modo di spostare o neutralizzare le tempeste. Bernard Eastlund, fondatore della Eastlund Scientific Entreprises, ha di recente presentato nuovi concetti di interazione di onde elettromagnetiche con l’atmosfera che possono essere applicati alla ricerca sulla modificazione meteorologica. Allo studio, tra l’altro, l’uso di strati di plasma artificiale nell’atmosfera per riscaldare i venti e dirottare cicloni e uragani. I principali esperimenti di modificazione degli uragani sono stati condotti finora dalla Air Force e, secondo Eastlund, è molto probabile che sarà il Dipartimento della Difesa a guidare ogni nuovo sforzo di ricerca in questo campo.
Dissolvere gli uragani è un’impresa quasi fantascientifica, ma non è neppure semplice influenzare perturbazioni atmosferiche minori. Al di là della protezione civile, controllare le condizioni meteorologiche può servire ad altri scopi pacifici, come la lotta alla siccità.
La ricerca scientifica esplora da decenni la possibilità di “inseminazione delle nuvole” per favorire la pioggia in zone aride: si tratta di mettere nelle nuvole prodotti chimici – in genere ioduro d’argento - per condensare il vapore acqueo in ghiaccio, che poi precipita sotto forma di pioggia o neve. Anche se non ci sono prove certe che l’idea funzioni – un rapporto del National Research Council lo mette in dubbio - stati come la California, lo Utah, il Colorado e il Nevada hanno speso soldi per sviluppare la tecnica. Tra i più ardenti sostenitori dell’inseminazione delle nuvole, c’è la Weather Modification Association.
In guerra, i militari avrebbero molto da guadagnare da una leva di comando meteorologica. Le intemperie sono potenzialmente armi micidiali: basta saperle controllare per trasformarle in strumenti bellici. Se nei miti dell’antichità tempeste e fulmini erano gli strali degli dei infuriati contro i mortali, nella moderna strategia militare molte perturbazioni atmosferiche possono servire a indebolire l’efficacia delle forze nemiche.
Le opzioni sono molteplici. Inondare l’accampamento o il campo d’aviazione nemico. Provocare piogge battenti per disturbare il livello di comfort delle truppe. Causare una siccità che prosciughi le fonti di approvvigionamento di acqua. Creare nuvole o nebbia per dissimulare manovre. .
Quando si tratta di nuvole, la nanotecnologia può aiutare a formare nubi di piccolissime particelle robotizzate capaci di autonavigare per bloccare sensori ottici. In alternativa, le nubi di nanorobot possono essere usate per fornire una differenza di potenziale dell’elettricità atmosferica e scatenare fulmini sul nemico.
Scenari del genere sono già stati analizzati al Pentagono. Anni fa, un gruppo di sette ufficiali ha preparato uno studio, “Weather as a Force Multiplier: Owing the Weather in 2025", presentato nel 1996 nell’ambito di un più ampio lavoro battezzato “Air Force 2025”.
Il rapporto era accompagnato dall’avvertenza che esprimeva solo le opinioni degli autori e non quelle dell’Aeronautica militare, del Dipartimento della Difesa o del governo Usa. «Le tecnologie che matureranno nei prossimi trent’anni – spiegavano gli autori – offriranno a chiunque abbia le necessarie risorse l’abilità di modificare i modelli meteorologici e i loro effetti, almeno a livello locale». «Le attuali tendenze demografiche, economiche e ambientali creeranno stress globali che daranno a molti Paesi o gruppi lo slancio necessario per trasformare questa abilità in una capacità». «Questa capacità offre al combattente strumenti per plasmare il campo di battaglia in maniere mai possibili finora». La tecnologia c’è, concludevano gli ufficiali, «aspetta solo di essere messa insieme».