analisi
22 dicembre 2005
Francia, debito pubblico insostenibile
di Mario Margiocco

La ricreazione è finita.

A metà dicembre, e dopo cinque mesi di lavoro, la commissione bipartisan francese presieduta da Michel Pébereau numero uno di BNP-Paribas ha presentato al ministro dell’Economia, Thierry Breton, il suo rapporto sullo stato del debito pubblico francese. Ed ha detto che in questo modo non si può andare avanti. Osservazioni e conclusioni possono essere così sintetizzate.
a) prendendo in considerazione non il solo debito pubblico in senso stretto, ma anche il debito pensionistico dei dipendenti pubblici e altre voci, risulta che il «rosso» accumulato dal settore pubblico non è pari al 66% del Pil francese come dicono i conti ufficiali, ma sale tra il 90 e il 96 per cento. Il tutto con una dinamica insostenibile, poiché il debito cresce più in fretta del Pil.
b) non si possono aumentare le tasse per ridurre il deficit e il debito perché questo penalizzerebbe la crescita
c) un congelamento della spesa nominale del governo consegnerebbe un bilancio in pareggio in cinque anni.
Questo è il secondo rapporto d’allarme dopo quello del ’98 sulla crisi finanziaria del sistema pensionistico francese, rimasto inascoltato. Ed è difficile dire che peso il Rapporto Pébereau potrà avare in una Francia che incomincia a prepararsi alle presidenziali del 2007. Tuttavia anche per Parigi, come per Roma che ha un debito oggi «sceso» al 106,6% del Pil dopo aver toccato il 124,8 nel ’94, le svalutazioni del debito attraverso le svalutazioni della moneta non sono più possibili. E la disciplina dell’euro, liberamente adottata anche per imporsi regole rigide per tempi che già 10 anni fa apparivano difficili difficili (debito pensionistico, invecchiamento della popolazione), deve essere applicata.
Se in Italia il grande indebitamento segnò soprattutto gli anni ’80, in Francia è tra il 90 e il 2005 che il debito pubblico ufficiale (Stato centrale e periferia) è passato dal 35 al 66 per cento. Come in Italia dieci anni prima (e come, ma in una situazione estremamente più sfilacciata e indebitata sull’estero, negli anni ’90 in Argentina) le somme non andarono a investimenti ma nella spesa corrente, soprattutto nel caso francese a tamponare le esigenze di disoccupazione e sanità. Con l’aggiunta del debito pensionistico netto dei dipendenti pubblici si arriva al 90-96% del Pil.
Secondo il Rapporto Pébereau, continuare così porterebbe all’astronomica cifra di un debito del 400% nel 2050 e quindi, assai prima, alla bancarotta.
Una strategia d’urto è già stata adottata dalla Grosse Koalition tedesca per mettere ordine nei conti federali, ma Pébereau sembra preferire un passaggio più graduale che sarebbe, comunque doloroso. Poiché gli interessi sul debito aumentano, congelare la spesa nominale equivale in realtà a ridurla, anche nominalmente. Un blocco della spesa per il personale dello Stato obbliga a massicci trasferimenti di persone da una amministrazione all’altra. Il Rapporto chiede anche regole ferree per impedire l’aumento del deficit di pensioni, sanità e disoccupazione.
I mercati non staranno a guardare in eterno e già adesso Standard&Poor’s scrive che Francia e Germania si trovano «nella parte bassa del rating triple AAA», più in omaggio a quello che erano e una scommessa su quello che torneranno ad essere che un giudizio su quello che sono, entrambi con un debito pubblico più veloce del Pil.
La terapia shock adottata dalla Germania è destinata a fare scuola, in Francia prima, forse, e in Italia dopo le elezioni del prossimo aprile? Vari Paesi, uno degli esempi migliori è il Canada, sono riusciti a rimettere i conti pubblici in sesto nell’arco di un decennio, e anche meno. Il Canada, con le sabbie oleose dell’Alberta, ha anche riserve petrolifere seconde solo a quelle dell’Arabia Saudita. Ma i mercati non aspetteranno in eterno un raddrizzamento dei conti in Francia o Germania. E una più decisa strategia nell’indebitatissima Italia.