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Attualità ed Esteri
Fate largo alle «beautiful minds»
(Domenica, 2 gennaio 2005)
Le vocazioni probabilmente non mancano. Ciò che allontana dalle facoltà scientifiche è la carenza di prospettive d'impiego
di Roberto Casati

Due fenomeni recenti: la disaffezione degli studenti per le facoltà scientifiche, e un interesse dei media per le professioni intellettuali difficili. I due fenomeni non sono (si spera) correlati, e anzi si potrebbe sperare che l'interesse dei media possa aprire la strada allo sbocciare di alcune vocazioni.
Per chiarirci, le professioni intellettuali difficili sono quelle che richiedono parecchio tempo per la formazione degli specialisti e la realizzazione dei prodotti specifici: si parla del lavoro del matematico, ma anche di quello dello storico, o del l'antropologo che effettua una lunga ricerca sul campo, o dello psicologo sperimentale che si avvia su un lungo programma di studi.
L'interesse dei mezzi di comunicazione per questo tipo di figure intellettuali ha preso tre vie principali.
La prima è la più evidente ma in un certo senso anche la più sorprendente; si tratta della pubblicazione di opere di divulgazione scientifica di altissimo livello, affidata non a divulgatori di professione ma a scienziati cui si chiede di presentare al grande pubblico il loro lavoro, senza fare troppe concessioni. Nata da un'idea di un agente letterario, John Brockman, ha permesso di far venire alla luce best-seller come L'istinto del linguaggio di S. Pinker, Armi acciaio e malattie di J. Diamond, I vestiti nuovi dell'imperatore di R. Penrose, L'universo elegante di B. Greene. Hanno sorpreso sia la qualità della scrittura che le vendite; evidentemente c'era un bisogno di opere di alto livello che le case editrici hanno saputo individuare.
Una seconda strada è quella delle vite romanzate; il film sul matematico John Nash A Beautiful Mind ne è un esempio. Si tratta naturalmente di vite che già di per sé si prestano alla narrazione, come prova il caso di Nash, in lotta perenne con la malattia mentale. Aspettiamo il film su Richard Feynman, il fisico che fa comunque bella mostra di sé come giocoliere sulla copertina del catalogo della mostra Beautiful Minds, esposta a Firenze, e che raccoglie un elenco di potenziali script cinematografici (le biografie di alcuni eccentrici premi nobel).
Spinto al parossismo il filone ha creato dei piccoli melodrammi (una terza strada, in cui la fantasia prende il posto della realtà) come Genio Ribelle e Finding Forrester, in cui dei giovani che incorporano vari stereotipi della marginalità sociale si scoprono (grazie a mentori impersonati vuoi da un Robin Williams, vuoi da un Sean Connery) a portare in sé i germi di nuove teorie matematiche o di nuove altezze del l'espressione letteraria.
Veniamo alle scarse iscrizioni alle facoltà scientifiche. Si potrebbe pensare che a fronte della carenza di vocazioni scientifiche (condivisa in egual misura da paesi come l'Italia e la Francia) un modo per attirare i giovani alla ricerca sia proprio quello di mostrare loro che lungi dall'essere il ricercatore o lo scienziato quei noiosi professori in camice bianco, gli si addicono comportamenti simpatici che potrebbero trovare una sponda tra i suddetti giovani; i quali, si sa, hanno di solito ben altri grilli per la testa. La pedagogia che passa per una visione accattivante della professione intellettuale è peraltro uno scopo dichiarato dei curatori della mostra dei Nobel, ampiamente raccolto dalla stampa. Ed è a questo che si dice che dovremmo mirare: a una buona comunicazione, che mostri il lato umano della fredda scienza. Vedi mai che non si riesca a intercettare qualche ragazzo o ragazza che pensavano di andare a fare una comparsata in un varietà televisivo.
Con tutto il rispetto per i tentativi assolutamente fondamentali di avvicinare la scienza al grande pubblico, direi che su questa strada non andiamo molto lontano, perché stiamo mirando ai piccioni sbagliati. Il punto non è di strappare ai muri di periferia dei graffitari per farne degli scienziati mostrando loro che anche gli scienziati, in fondo in fondo, escono dagli schemi e sono trasgressivi; il punto è di convincere delle persone che di loro hanno già una certa predisposizione a lavorare sodo che potrebbero lavorare sodo sui problemi intellettuali tipici della matematica o della fisica invece che andare a guadagnare bene e velocemente mettendo i loro talenti a disposizione dell'organizzazione aziendale o dell'ottimizzazione di un sistema informatico.
Per dirla altrimenti: la maggioranza degli scienziati rischia di non riconoscersi in certi aspetti tutto sommato marginali della vita dei Feynman, ma in figure più anonime, che condividono con Feynman altri aspetti: lavorano fuori orario, affrontano dossier che richiedono migliaia di ore di lavoro, stanno bene tra i numeri e le parole, sanno organizzare la loro attività a lungo se non lunghissimo termine, eccetera.
Secondo lo psicologo cognitivo Frank Keil per diventare esperti di alcunché ci vogliono circa diecimila ore di lavoro (cinque anni, a tempo pieno). Se uno studente o una studentessa di liceo sente di avere in sé le capacità di misurarsi con problemi così complessi da richiedere tanta dedizione, non ha bisogno di trovare il suo Forrester. Ha bisogno di una struttura che valorizzi il suo talento.
Quello che manca oggi agli scienziati è il riconoscimento sociale; sostanzialmente la possibilità di fare il proprio lavoro senza esser considerati dei marginali, economicamente e socialmente. Il che (per esempio) significa avere dei campus come in America, in cui si possono incontrare persone di fronte alle quali non sentirsi proprio dei fuori zona (non è facile essere uno scienziato anche solo leggermente eccentrico dal punto di vista dell'abbigliamento in un Paese come l'Italia).
Quindi la soluzione al problema delle vocazioni non è investire per avvicinare il pubblico alla scienza in modo generico, con film seducenti; non è di strappare una potenziale velina qua o un palestrato là al casting del Grande Fratello per iniettarli in una facoltà difficile; la soluzione è di permettere a chi già sappia e voglia lavorare in un certo modo di avere uno spazio protetto per farlo; e qui un incoraggiamento anche economico non guasterebbe. Prestiti d'onore agevolatissimi per chi si iscrive a facoltà scientifiche, o, perché no, un finanziamento generoso a fondo perso agli studenti, il cui rinnovo annuale sia vincolato al risultato scolastico. Se veramente vogliamo degli scienziati, paghiamoli; se sono già tra di noi, aspettano solo di essere messi in condizione di lavorare.