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| É vero, Dio non gioca a dadi
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| (Domenica, 9 gennaio 2005) |
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| Non posso provarlo, ma ci credo: la meccanica quantistica non è la teoria definitiva. Ci sono leggi più profonde
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| di Lee Smolin
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Sono convinto che la meccanica quantistica non sia una teoria definitiva. Lo sono perché, della formulazione attuale della meccanica quantistica, nessuna interpretazione mi sembra avere senso. Le ho studiate quasi tutte in profondità, ci ho pensato parecchio e non riesco ancora a trovare il senso della teoria quantistica così com'è. Tra altri problemi, quello della misura pare impossibile da risolvere senza cambiare la teoria fisica. La meccanica quantistica deve quindi essere una descrizione approssimata di una teoria fisica più fondamentale. Devono esserci variabili nascoste delle quali si fa una media per derivare una descrizione probabilistica approssimata che è la teoria. Dalle falsificazioni sperimentali delle disuguaglianze di Bell sappiamo che in una gamma di esperimenti nei quali è stata controllata, una teoria in accordo con la meccanica quantistica deve essere non locale. La meccanica quantistica è non locale, così come le proposte per sostituirla con qualcosa che abbia maggior senso. Quindi ogni variabile nascosta aggiuntiva deve essere non locale. Ma credo che si possa dire qualcosa di più. Credo che le variabili nascoste rappresentino relazioni tra le particelle che vediamo, e che siano nascoste perché sono non locali e collegano particelle molto distanti tra loro. Tutto ciò concorda con un'altra mia credenza che viene dalla relatività generale: le proprietà fondamentali di entità fisiche sono un insieme di relazioni in evoluzione dinamica. Non esistono proprietà intrinseche non relazionali e non esiste uno sfondo fisso come lo spazio e il tempo di Newton, la cui esistenza serve solo a dare proprietà alle cose. Ne consegue che anche la geometria dello spazio e del tempo è una descrizione approssimata, emergente, applicabile soltanto a scale troppo grandi per poterne vedere i gradi di libertà fondamentali. Le relazioni fondamentali sono non locali rispetto alla nozione approssimata di località che emerge sulla scala in cui diventa sensato parlare di cose situate in una geometria. Tirate le somme, si capisce che l'indeterminazione quantistica deve essere il residuo della non località che ne risulta e limita la nostra capacità di prevedere il futuro in una qualsiasi piccola regione dell'universo. Hbar (h), la costante fondamentale della meccanica quantistica che misura l'indeterminazione quantistica, è in rapporto con N, il numero dei gradi di libertà nell'universo. Una congettura ragionevole è che hbar sia inversamente proporzionale alla radice quadrata di N. Ma come descrivere la fisica se non in termini di cose in moto in uno spazio-tempo fisso? Einstein ci ha provato, e la mia unica risposta è quella a cui è giunto sul finire della propria vita: la fisica fondamentale deve essere discreta e descritta in termini di algebra e di combinatoria. Per concludere, che ne è del tempo? Non ho ricavato nulla neppure dalle proposte per eliminare il tempo in quanto aspetto fondamentale della nostra descrizione della natura. Quindi credo nel tempo, nel senso di causalità. Dubito che il Big Bang sia l'inizio del tempo e nutro il forte sospetto che la nostra storia risalga a prima di esso. Infine credo che, nel prossimo futuro, su queste idee saremo capaci di basare previsioni che potranno essere verificate da esperimenti veri. (Traduzione di Sylvie Coyaud) |
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