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Economia e Lavoro
INCHIESTA / IL SOLE-24 ORE - FINANCIAL TIMES
13 aprile 2004
Oil for food? Gli imbrogli di Saddam

Faceva freddo a Baghdad quella sera di metà marzo del 2001, quando due energumeni sui trent'anni vestiti in jeans neri e giacconi scuri bussarono alla porta di un lussuoso villino fuori del centro. “Dobbiamo vedere il signor Giangrandi”, dissero con tono sbrigativo alla segretaria che aprì la porta. Erano venuti a parlare con Augusto Giangrandi, un ex commerciante d'armi cileno di origine (e nazionalità) it aliana convertitosi in trader petrolifero. Furono scortati in una stanza in fondo al pian terreno del villino e si sedettero su un divano davanti a un tavolinetto. I due erano parenti del Rais, Saddam Hussein. Forse cugini. O nipoti. Giangrandi e la sua società avrebbero senza dubbio beneficiato dei loro servizi. Avrebbero risolto qualsiasi problema fosse sorto. Naturalmente la loro protezione aveva un prezzo. Ed era quello che erano venuti a formalizzare per iscritto.
A un certo punto uno dei due allungò una gamba ed estrasse da una fondina un grosso revolver nero che mise sul tavolinetto. Doveva essere una calibro 9 automatica. Cominciò a giocherellarci, facendola roteare come una trottola. Il messaggio era chiaro. E l'accordo fu siglato in quattro e quattr'otto. A tre anni di distanza, una persona che vi ha assistito assieme a Giangrandi ancora sente un principio di brividi quando ricorda quell'episodio: “Fu un'intimidazione piuttosto forte”. Era anche uno dei tanti prezzi da pagare per chi voleva fare affari nel l'Irak di Saddam Hussein.
Dopo un'inchiesta durata tre mesi e condotta in collaborazione con il “Financial Times” tra Baghdad, Lussemburgo, Svizzera, Gibilterra, Stati Uniti e Italia, “Il Sole-24 Ore” ha scoperto che quello di Giangrandi è un episodio piccolo ma rappresentativo di come il programma Oil for Food, creato dal l'Onu per permettere all'Irak di acquistare cibo e medicinali, sia finito per essere usato illegalmente dal regime di Saddam Hussein. Quello che doveva essere un programma umanitario si è infatti rivelato uno strumento usato da Baghdad per ammassare fondi neri fuori del controllo dell'Onu, che a detta degli investigatori americani furono usati per finanziare l'acquisto illegale di armi.
Il programma Oil for Food è adesso oggetto di un'inchiesta dell'Onu, una del Congresso Usa, e una terza del Consiglio governativo iracheno. Ma nessuno finora è riuscito a spiegare esattamente come lo si potesse aggirare. L'inchiesta de “Il Sole-24 Ore” e del “Financial Times” mette per la prima volta in luce i meccanismi usati per beneficiare delle innumerevoli scappatoie legali intrinseche nel programma e dell'inerzia di chi doveva assicurarsi che l'unico beneficiario fosse il popolo iracheno.

L'inchiesta evidenzia inoltre le difficoltà che troveranno gli investigatori nel cercare di individuare responsabilità specifiche in una vicenda affollata di intermediari in cui ognuno ha spesso potuto, almeno formalmente, mantenere le distanze dalle attività degli altri. Nel corso del 2001, chi nel business del petrolio seguiva il mercato iracheno non potè non notare l'improvvisa ascesa al nulla di una misteriosa società, Italtech, che a partire da gennaio aveva cominciato a ricevere massicci contratti dall'azienda petrolifera di stato irachena, la Somo. “Nessuno - né in Italia né in altri Paesi - l'aveva mai sentita nominare. Né si sapeva da dove fosse venuta fuori”, ricorda un trader indipendente. “Eravamo tutti invidiosissimi.
Anche se non riuscivamo a capire le ragioni del loro successo con gli iracheni”. Tre anni dopo, nel gennaio di quest'anno, il nome della Italtech è riemerso nell'elenco di individui e società italiane che da un rapporto del ministero del Petrolio iracheno risultavano aver goduto di assegnazioni petrolifere di favore concesse dal regime di Saddam Hussein. Pur essendo al settimo posto di quell'elenco, l'Italtech risultava aver ricevuto il quantititativo di petrolio di gran lunga maggiore: 39 milioni di barili. “Il Sole-24 Ore” e il “Financial Times” hanno scoperto che Italtech è una piccola società a responsabilità limitata di Livorno. Quando fu fondata, il 26 novembre 1991, non aveva nulla a che vedere con il petrolio. Doveva sviluppare un motore a circuito chiuso per sottomarini. Il suo socio fondatore, con il 60% delle quote, era Augusto Giangrandi, presidente e proprietario della Cosmos, un'altra ditta livornese produttrice di minisottomarini e "maiali". Il restante 40% delle quote era diviso tra due alti dirigenti della Cosmos. Il ruolo di Giangrandi. Augusto Giangrandi era un uomo dai grandi appetiti. Non a caso pesava oltre 150 chili (prima che un'operazione di riduzione dello stomaco lo portasse a dimezzare il suo peso). Figlio di un genovese emigrato in Cile, aveva lasciato il Paese sudamericano con l'arrivo del Governo di Salvador Allende, che aveva confiscato proprietà della famiglia. Tornò poi dopo l'arrivo il golpe del generale Pinochet, di cui è sempre rimasto grande ammiratore. Nella seconda metà degli anni 80, Giangrandi divenne il braccio destro dell'imprenditore cileno Carlos Cardoen, principale fornitore d'armi di Saddam Hussein durante la guerra con l'Iran. Fu così che cominciò a frequentare Baghdad. “Vi feci molti, moltissimi viaggi... forse 40”, testimoniò Giangrandi nel '95, durante un procedimento penale per violazione dell'embargo. Nell'89, avendo saputo dell'interesse della marina militare irachena per i minisottomarini della Cosmos - definiti da un esperto militare americano “ideali per le acque calme e poco profonde del Golfo Persico” - Giangrandi comprò l'azienda livornese (vedi box). Attraverso una sua controllata svizzera firmò inoltre un contratto preliminare con la marina irachena per la vendita di 3 minisottomarini. A rovinare tutto venne però la decisione di Saddam Hussein di invadere il Kuwait, che provocò la prima Guerra del Golfo e indirettamente anche un procedimento penale per violazione dell'embargo da parte della procura di Miami contro la società di Cardoen e Giangrandi. La Cosmos fu conseguentemente informata dall'Autorità nazionale di sicurezza (Ans), l'organo della Presidenza del Consiglio che controlla le licenze per l'esportazione di prodotti militari, che con Giangrandi al timone l'azienda non avrebbe mai ottenuto le necessarie licenze. Entrano altri soci. Ma l'italocileno non si diede per vinto e chiamò in soccorso una sua vecchia conoscenza, il petroliere texano David Chalmers Junior. I due si erano conosciuti nell'86. All'epoca i cileni stavano vendendo decine di milioni di dollari di bombe a grappolo e, a corto di valuta, gli iracheni avevano deciso di pagare in petrolio. Cardoen e Giangrandi non avevano alcun know-how in quel campo. Per questo si rivolsero a Chalmers, trader indipendente di Houston proprietario della Bayoil. “Bayoil ritirava il petrolio iracheno, lo vendeva sul mercato e passava il ricavato a Cardoen in cambio di una congrua commissione”, ricorda un ex agente della Dogana Usa che ha seguito il caso con la procura di Miami. Chalmers faceva il petroliere non il commerciante d'armi, ma evidentemente il rapporto con Giangrandi era tale da giustificare una diversificazione in quel settore. Oppure si limitò semplicemente a prestarsi al gioco. Comunque sia, nel febbraio '93, il texano creò una sussidiaria a Ginevra (la Bayoil Sa) e successivamente un'altra da essa controllata in Lussemburgo, la Bayoil Technology Co (che cambiò nome in Botco). Con quest'ultima acquistò poi le azioni della Cosmos. In realtà quella di Chalmers rimase sempre una proprietà di facciata. “Non era mai lì. Non era veramente attivo”, ammette oggi lo stesso Giangrandi. Insomma, quello che bastava per giustificare una lettera alla Ans, in cui si diceva che Giangrandi era uscito di scena e la proprietà era passata al petroliere texano. Ma nonostante la Cosmos avesse prodotti adatti per una nicchia di mercato potenzialmente redditizia seppur piccola, con l'Irak sotto embargo e con l'intelligence italiana che teneva un occhio sulle attività di Giangrandi, gli affari continuarono a non andar bene. E da allora, per anni, Chalmers si trovò costretto a pompare capitale dall'esterno, fin quando, nel novembre scorso, tornata nelle mani di Giangrandi, la società non è finita in liquidazione.
Nuove opportunità. Nella seconda metà degli anni 90 la decisione dell'Onu di riaprire il mercato delle esportazioni petrolifere irachene, seppur in modo controllato (e cioè attraverso il programma Oil for food), offrì una nuova opportunità per Giangrandi e Chalmers. Il texano aveva i capitali e il know-how, ma non aveva la nazionalità giusta, poiché gli iracheni avevano istruzione di evitare rapporti diretti con società americane. Giangrandi invece, non solo aveva un passaporto accettabile, ma soprattutto contatti di prima qualità. L'allora ministro del petrolio di Baghdad, il generale Amir Mohammed Rasheed, era infatti una sua vecchia conoscenza: era stato uno dei suoi principali interlocutori al ministero dell'Industria e della militarizzazione negli anni d'oro delle bombe a grappolo. Poiché le regole dell'Onu richiedevano che qualsiasi società che volesse commerciare con l'Irak dovesse avere perlomeno due anni di vita (per evitare la creazione di società di facciata), Giangrandi decise di servirsi dell'Italtech. Ne cambiò lo statuto per inserire tra le sue attività il commercio di petrolio, e fece domanda d'iscrizione nella lista delle aziende italiane del programma Oil for food. Nel settembre '99, Italtech fu autorizzata a commerciare con l'Irak. Tra Italtech e Bayoil. “L'Italtech era semplicemente la facciata. I soldi per le lettere di credito venivano sempre dalla Bayoil e tutto il petrolio veniva passato alla Bayoil”, rivela un funzionario della società livornese. “Il nostro coinvolgimento era puramente contrattuale. Mettevamo il nostro nome sul contratto in cambio di una commissione di uno o due centesimi al barile. Ma era tutto fatto da Chalmers e Giangrandi”. Il riepilogo bancario a uso interno del periodo tra il 3 marzo e l'11 novembre 2000, nelle mani del liquidatore della Cosmos, di cui “Il Sole-24 Ore” e il “Financial Times” sono in possesso, conferma quest'asserzione. Nel corso di questi otto mesi si contano almeno dieci versamenti da Bayoil sul conto aperto dalla Italtech presso l'agenzia di Ginevra della United European Bank (banca in seguito assorbita da Bnp-Paribas). In data 15 novembre, il riepilogo mostra un deposito di 25.644.416,24 dollari e lo stesso giorno un pagamento di quell'esatto ammontare per la lettera di credito Onu n. 2142939. Due giorni dopo, il 17 novembre, c'è prima un deposito e poi un pagamento di 52.626.000 dollari per la lettera di credito Onu 2143588. In quel periodo, sui contratti ufficiali gli iracheni insistevano sempre con i loro "controllori" dell'Onu affinché li autorizzassero a vendere il loro petrolio a prezzo scontato (tant'è che successivamente l'Onu decise di istituire controlli più rigidi per impedire gli abusi che stavano verificandosi). Lo scopo era di avere margini per creare fondi neri fuori del controllo dell'Onu. I primi beneficiari di questi fondi furono amici del regime, vecchi e nuovi, tra politici, giornalisti e opinion makers a cui la Somo assegnava partite di petrolio che potevano essere rivendute ai traders in cambio di una commissione che non sarebbe mai apparsa in alcuna documentazione ufficiale. Appuntamento a Baghdad.
L'albergo al Rashid era diventata una vera e propria sala di scambi. Baghdad Style. Detentori di assegnazioni di ogni parte del mondo affollavano l'atrio dell'albergo, il bar, il ristorante per trattare milioni di barili di petrolio come si trattano i tappeti in un bazar. Si negoziavano commissioni, si facevano e rinnegavano accordi da centinaia di migliaia, a volte anche milioni di dollari. Il tutto sulla parola. Per non lasciare tracce scritte. “In un singolo giorno potevo incontrare anche 15 persone che volevano vendere assegnazioni. Venivano da ogni parte del mondo - ricorda Giangrandi - poi la gente tornava a Londra o a Parigi e le trattative continuavano (al telefono), con gli assegnatari che cercavano sempre di trovare traders pronti a pagare di più”. Una delle persone con cui Giangrandi negoziò fu Fouad Sarhan, un brasiliano di origine libanese responsabile della Iraqi Airways a Rio de Janeiro, il cui nome appare nella lista preparata dal ministero del Petrolio iracheno dei beneficiari di assegnazioni di favore. In una lettera, datata 22 novembre '99 e indirizzata a Giangrandi di cui “Il Sole-24 Ore” ha copia, si legge: “Oggetto: approvazione della commissione. La ringrazio per la sua collaborazione e la sua lettera nella quale si garantisce il pagamento di 0,10 dollari a barile per la mia commissione”, Fouad includeva poi una copia della lettera che aveva inviato alla Somo nella quale dava incarico alla Italtech Srl di ritirare il petrolio a lui assegnato. A partire dal gennaio del 2001, a quanto dice la nostra fonte, il regime decise di non concedere più assegnazioni di favore ad amici e sostenitori e tenersi tutto il margine tra il prezzo scontato che appariva sui contratti e il valore di mercato del petrolio. Da allora le assegnazioni vennero fatte direttamente a società petrolifere o traders disposti a pagare una commissione all'estero. “Non era complicato. Bastava far risultare di avere dei rapporti di agenzia con qualcuno e pagare le commissioni ad agenti fuori dell'Irak”, risponde la nostra fonte. I nomi di quegli "agenti" venivano segnalati dalla stessa Somo. Nel caso di Italtech era una società di Dubai chiamata al Wasel Babel. “Gli iracheni si aspettavano una "commissione" di 25 centesimi per ogni barile di crudo di Kirkuk e 30 per il Bashra light, che veniva dalla zona di Bassora”, aggiunge, spiegando che, per non dare all'occhio, gli iracheni chiesero che le commissioni fossero pagate attraverso società diverse. Le commissioni. Da un documento contabile elettronico dell'Italtech, oggi in possesso dei carabinieri e di cui “Il Sole-24 Ore” e il “Financial Times” hanno copia, risulta che la Italtech avrebbe diviso il pagamento della commissione con un'altra società di Giangrandi, la United Management. La copia elettronica della prima stesura del contratto "N.AB0100", datato 1 dicembre 2000 (anch'esso in possesso dei carabinieri) spiega che al Wasel Babel sarebbe stata pagata per fare in modo che “la Somo conceda assegnazioni di petrolio alla Italtech”. La copia di un altro documento elettronico (sempre in possesso dei carabinieri) indica la natura ambigua del rapporto tra le due società.
“Tutti i contratti firmati da al Wasel&Babel prima del 16 aprile 2001 sono da considerarsi nulli, poiché erano stati firmati per proteggere gli interessi sia della Somo che del signor Augusto Giangrandi e favorire l'attribuzione di responsabilità dal signor Augusto Giangrandi alla Somo”. Condurre affari in Irak non era facile. E, come si è già visto, a volte anche pericoloso. A metà di marzo del 2001, Giangrandi fu convocato al quartiere generale della Somo. Come sempre in quei casi, la riunione fu fissata a sera inoltrata. Verso le 9. Quando non c'era più nessuno negli uffici. L'Italtech aveva ritirato oltre 20 milioni di barili del petrolio, ma non aveva ancora pagato le commissioni. Gli iracheni non erano contenti. Alti papaveri. Giangrandi fu accompagnato al primo piano della palazzina della Somo e fatto accomodare nella sala-conferenze, dove lo aspettavano i massimi dirgenti della società petrolifera, incluso il suo amministratore, Saddam Hassan. “Sotto la pressione degli iracheni, Giangrandi cominciò a bofonchiare scuse”, ricorda una persona presente a quell'incontro. Poi spiegò che sarebbe dovuto andare negli Usa per fare i bonifici. Ma il capo della Somo lo interuppe: “Non c'è alcun bisogno di andare da nessuna parte”. Allungò il braccio, prese un telefono da una mensola e lo mise davanti alla sedia di Giangrandi. “Può telefonare a Chalmers da qui”. Giangrandi riuscì a districarsi dicendo di aver bisogno di tornare in albergo. Ma fu fissato un appuntamento per il giorno dopo alla stessa ora. Il giorno successivo alla riunione partecipò anche il ministro del Petrolio in persona, il suo amico generale Rashid. “Dopo baci e abbracci, Giangrandi provò spiegare a Rashid che aveva bisogno di tempo. E che se avessero fatto le cose troppo affrettate avrebbero corso rischi con l'Onu. Ma Rashid non era disposto a farlo andar via da Baghdad senza pagare. Riferendosi a Saddam, gli disse: “Se non paghi subito, "Lui" mi taglia la testa”. Alla fine si raggiunse un accordo: Giangrandi avrebbe firmato degli assegni intestati a una società di fiducia degli iracheni, la al Wasel&Babel. Il giorno dopo, in una riunione con funzionari della Somo e rappresentanti della società degli emirati, Giangrandi firmò una dozzina di assegni di un suo conto personale aperto ad Abu Dhabi. Non essendo quello un metodo di pagamento facile da contabilizzare, Giangrandi fece poi in modo che gli assegni non fossero mai incassati. La copia elettronica di un fax dell'Italtech in possesso dei carabinieri parla di un pagamento di 5.507.802 euro fatto al Wasel e chiede la restituzione degli assegni. Giangrandi si è rifiutato di fare commenti su fax e pagamento, mentre Bayoil ha risposto dicendo di “non avere la prassi di autorizzare alcun suo impiegato a lavorare su commissione per l'acquisizione di assegnazioni di petrolio iracheno”. Per quel che riguarda al Wasel Babel, la società è stata chiusa immediatamente dopo l'invasione americana dell'Irak. Il motivo non è stato detto dai suoi proprietari, ma “Il Sole-24 Ore” e il “Financial Times” hanno saputo da fonti nel Governo americano che si trattava di “una nota società di facciata usata dal regime iracheno per procurarsi armi”. Un mare di fondi neri. La storia dell'Italtech è solo una di tante. Dai calcoli dell'organo contabile del Congresso Usa risulta che, tra commissioni sul petrolio venduto e tangenti sui prodotti importati, il regime di Saddam sia riuscito a creare fondi neri per oltre quattro miliardi di dollari. Il problema è che si tratta di una vicenda ricca di aree grigie, in cui persino adesso è difficile distinguere ciò che è legale da ciò che è illegale. E alla fine è anche possibile che nessuno venga incriminato. Questo non significa che non vi siano colpe o responsabilità. La risoluzione 986, che nel 1995 creò il programma Oil for food, chiedeva infatti espressamente il massimo della trasparenza e stabiliva che il pagamento “dell'intero ammontare di ciascun acquisto di petrolio... venisse fatto in un conto controllato dall'Onu”. “Il programma Oil for food era stato disegnato per il beneficio del popolo iracheno. Qualsiasi forma di pagamento che riducesse i fondi destinati al popolo iracheno era in violazione perlomeno dello spirito delle risoluzioni dell'Onu”, commenta l'ex alto funzionario dell'Onu Giandomenico Picco, che ha fatto consulenze proprio per David Chalmers “per spiegargli il funzionamento del programma Oil for food allo scopo di rispettarlo e non violarlo”. L'ironia è che a deprivare il popolo iracheno di fondi che avrebbero dovuto aiutarlo a attutire l'impatto delle sanzioni sono stati in alcuni casi proprio quegli stessi uomini politici e opinion maker che protestavano contro la disumanità dell'embargo.

TRE MESI DI INDAGINI GIORNALISTICHE
PER RICOSTRUIRE LA VIA DEI TRAFFICI CON L'IRAK

Le tappe delle operazioni Italtech Cosmos del trafficante Italo-Cileno Augusto GiangrandiNel marzo scorso l'Onu ha avviato un'inchiesta per verificare una serie di accuse di corruzione che sono emerse in Irak in relazione al programma Oil for food, gestito dall'organizzazione internazionale. Altre inchieste sono state aperte dal congresso Usa e dal Consiglio governativo iracheno. Ecco le tappe di una storia che si inserisce in questo contesto, ricostruita da Sole-24 Ore e Financial Times. Anni 80. In Cile Augusto Giangrandi, di origine italiana, diventa il braccio destro di Carlos Cardoen, principale fornitore d'armi di Saddam Hussein durante la guerra in Iran. 1989. Giangrandi acquista la Cosmos di Livorno, avendo saputo dell'interesse della Marina militare irachena all'acquisto di minisottomarini fabbricati dalla stessa azienda italiana. Ma le trattative per la commessa vengono bloccate dalla guerra in Irak e l'Autorità nazionale di sicurezza nega la licenza per l'export a Giangrandi coinvolto - con Cardoen - in un procedimento penale per violazione dell'embargo da parte della procura di Miami. 1991. Giangrandi fonda l'Italtech, che intende sviluppare un motore per sottomarini. 1993. Il petroliere texano David Chalmers Junior acquista le quote della Cosmos di proprietà del suo amico Giangrandi, per dare all'azienda una nuova proprietà di facciata. 1995. L'Onu riapre il mercato delle esportazioni petrolifere irachene, seppure in modo controllato, attraverso il programma Oil for food. 1999. Italtech viene autorizzata a commerciare petrolio. 2001.Varie fonti segnalano che Italtech comincia a ricevere massicci contratti dall'azienda petrolifera di Stato irachena Somo. 2004. Italtech appare nella lista di individui e società italiane che, da un rapporto del ministero del Petrolio iracheno, risultano aver goduto di assegnazioni petrolifere di favore concesse dal regime.

* Corrispondente alle Nazioni Unite del Financial Times

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