La bellezza della natura
(Domenica, 16 gennaio 2005)
di Leon Lederman


Il mio amico, fisico teorico, credeva fortissimamente nella Teoria delle stringhe: «Dev'esser vera!» Fu chiamato a testimoniare in un processo nel quale le affermazioni della Teoria delle stringhe venivano contestate dalla Gravità quantistica a loop, il cui avvocato era scettico. «Che cosa fa di lei un'autorità?» chiese. «Oh, ma io sono indiscutibilmente il più grande fisico teorico del mondo», fu la risposta. Bastò a convincere l'avvocato a cambiare argomento. Tuttavia, quando il testimone lasciò la sbarra, venne circondato da colleghi inferociti. «Come hai potuto dire una cosa simile?» Il fisico teorico si difese «Ragazzi, non capite. Ero sotto giuramento».
Credere senza sapere che non può essere (ancora) dimostrato è l'essenza della fisica. Gente come Einstein, Dirac, Poincaré eccetera elogiava la bellezza dei concetti, stranamente, e metteva la verità in subordine. In parecchi casi io stesso riecheggio l'arroganza dei miei maestri di teoria: dicevano che, nel forgiare l'universo, Dio — noto anche come il Maestro o Lei — potrebbe avere commesso alcuni errori e favorito una facile verità a danno di matematiche mozzafiato.
Finora, questa inelegante assenza di fiducia s'è sempre dimostrata affrettata. Così, quando la legge della simmetria speculare venne violata da particelle con interazioni deboli ma esotiche, il nostro dolore per la perdita di semplicità e di armonia fu molto alleviato dalla scoperta che nemmeno la simmetria particelle-antiparticelle funzionava. Eravamo entusiasti perché il riflesso simultaneo in un specchio e il cambiamento da particelle ad antiparticelle parvero ricondotti a una simmetria nuova e più potente: la simmetria "CP" ci forniva ora il collegamento tra spazio (P, la riflessione speculare) e carica elettrica (C).
Che stupidi eravamo stati a non fidarci della bellezza essenziale della natura! La fiducia ritrovata non ci lasciò neppure quando saltò fuori che nemmeno la "CP" veniva perfettamente rispettata. «Di sicuro — crediamo ora — c'è in tutti noi uno splendore spettacolare, nuovo, imprevisto». Lei non ci abbandonerà. Questo crediamo, anche se non possiamo provarlo.