IL CRACK PARMALAT
21 gennaio 2004
Il paradiso (fiscale) è in America

Potevano Kenneth Lay e Calisto Tanzi - i due ex padri-padroni di Enron e di Parmalat - fare quel che hanno fatto senza usare i molti nascondigli della finanza globalizzata? No, non potevano. E possono le autorità di controllo dei mercati finanziari, nazionali o sovranazionali che siano, riuscire a scoprire le prossime Enron e Parmalat prima che danneggino la fiducia nel mercato e i portafogli dei risparmiatori? No, non possono. Nelle molte legislazioni del mondo, abbondano le opportunità per celare conti correnti, proprietà e attività illegali: non solo nei Paesi offshore, ma anche (e soprattutto) nei Paesi Ocse, ovvero i più industrializzati e ricchi del mondo.

A cominciare da Stati Uniti, Svizzera e Regno Unito. Questa osservazione - che com'è facile intuire assume i contorni di uno stato d'accusa - viene da un rapporto intitolato «Towards a level playing field», condotto dallo studio legale internazionale Stikeman Eliott su commissione della Society of trust and estate practitioners (Step). In poche parole, come lascia intendere il titolo dello studio, gli autori auspicano che le regole societarie e fiscali del pianeta diventino più omogenee, a tutto beneficio della trasparenza. «Il guaio - commenta Richard Hay, partner di Stikeman Elliot, copresidente del comitato internazionale di Step e coautore del rapporto - è che molte legislazioni offshore hanno fatto ragguardevoli passi verso la trasparenza.

Ma altrettanto non si può dire dello Stato americano del Delaware o della Svizzera, le cui legislazioni consentono ai malfattori di fare operazioni che ormai alle Bahamas o alle Cayman non sono più così facili». Per spiegare, occorre fare un passo indietro. L'Ocse, ma anche il Fatf (il suo "braccio armato" contro il riciclaggio), già a fine anni 90 hanno fatto notevoli pressioni sui Paesi offshore per strappare loro l'impegno ufficiale - e scritto - di accompagnare le singole legislazioni verso i lidi della trasparenza. Pressioni che sono anche aumentate dopo l'11 settembre, quando la Casa Bianca ha lanciato la sua guerra santa contro le fonti di finanziamento del terrorismo.

«Ma adesso - osserva Hay - ci troviamo addirittura in una situazione opposta: mentre i Paesi offshore hanno aumentato i controlli e la trasparenza, innescando di conseguenza un calo nella registrazione di nuove società, in alcuni Paesi Ocse come la Svizzera, il Regno Unito e lo Stato americano del Delaware nulla è praticamente cambiato». Nel website dello Stato incorniciato fra il Maryland e l'Oceano Atlantico (www.state.de.us), si reclamizza uno straordinario successo: «Oltre la metà di tutte le società quotate a Wall Street ha sede qui, insieme a un altro mezzo milione di società da tutto il mondo». Delle duemila aziende che componevano il delirante mosaico di Enron, ben 675 erano incorporate nel Delaware.

Potevano gli "architetti" del mosaico Parmalat non accorgersene? Il Delaware ricava 400 milioni di dollari all'anno dalle registrazioni e dalle spese di mantenimento delle limited liability companies (Llc) incorporate nel suo territorio. «In due ore e con meno di cento dollari - commenta Hay - si può registrare una società anonima, dove di fatto sarà impossibile risalire al beneficiario. E gli uffici del Registro del Delaware sono particolarmente efficienti: sono aperti fino a mezzanotte!». Se si aggiunge che la Svizzera non intende sentir parlare di un allentamento del suo segreto bancario e che il Regno Unito - nonostante l'atteggiamento più restrittivo del ministro Gordon Brown - ha i suoi trust e i suoi protettorati offshore (le isole di Man, Jersey, Guernsey, le Cayman e altre ancora), il concetto stesso di «paradiso fiscale» cambia sensibilmente connotati.

Non è più qualcosa che appartiene al mondo onirico delle isolette sul Pacifico. Ma è parte integrante del sistema finanziario internazionale: Londra, New York e Tokyo controllano il 60% del mercato dei servizi offshore. Una quota che, sale all'80% se si considerano tutti i Paesi Ocse. E certo non si può dire che gli Stati Uniti non ne siano consapevoli. Un rapporto commissionato dal Senato di Washington nel 2000 e intitolato «Il riciclaggio russo attraverso società americane» ha accertato che, nei due anni precedenti, un miliardo di dollari provenienti dall'Est europeo era stato riciclato nel sistema bancario americano attraverso 2mila società del Delaware costituite all'ingrosso - ovvero venti alla volta - con capitali russi. «Ora - prosegue Hay - il Delaware è un caso-limite. Ma non bisogna dimenticare che le Llc sono previste da quasi tutti gli altri Stati della federazione americana».

Il fatto curioso, secondo Hay, «è che gli Stati Uniti vanno giustamente fieri del sistema di controllo sulle società domestiche. Ma sembrano dimenticarsi completamente del ruolo delle società straniere registrate in America». Dopo la diagnosi, il rapporto di Stikeman Elliot prescrive anche la cura: tutti i Paesi dovrebbero essere soggetti alle stesse regole in ogni campo di attività, con identiche conseguenze in caso di non rispetto delle norme. Ma è assai più facile a dirsi che a farsi. «Le aree a bassa fiscalità - commenta Ernesto Savona, direttore di Transcrime, Istituto di ricerca dell'Università di Trento - sono giudicate necessarie dalle multinazionali, nel disperato e teoricamente lecito tentativo di pagare meno tasse. Ma non ci si può attendere che il sistema finanziario diventi all'improvviso trasparente: al contrario, nonostante i risultati degli ultimi anni, è ancora molto opaco». Non foss'altro perché i centri della finanza offshore non vanno più associati con luoghi esotici o lontani. I paradisi fiscali, lo sapevano bene gli uomini di Collecchio, stanno anche a Ovest.