L'AUTOBIOGRAFIA
13 aprile 2002
Come "superare i confini"


Mamphela Ramphele ha 53 anni e dal maggio del 2000 è Managing Director della Banca Mondiale, prima donna a ricoprire un incarico così alto. Mantiene la carica di vice rettore dell'università di Città del Capo (che ha dal 1996) e ha due lauree, in medicina e antropologia. La dottoressa Ramphele è responsabile in particolare per la gestione delle attività per lo sviluppo dell'istituzione di Washington e per le politiche in materia di utilizzo dell'Ict (Information Communication Technology) per favorire la crescita e l'informatizzazione di ogni progetto della Banca.

Mamphela Ramphele ha sconfitto la povertà, l'apartheid, lavorando in molte delle organizzazione che in Sudafrica si sono battute per l'emancipazione dei neri, e il "sessismo", come lo chiama lei, che caratterizza il suo Paese, l'Africa e la maggior delle nazioni. "Il sessismo", dice, "è un global issue (un problema globale)".

Nel 1999 ha scritto un'autobiografia, diventato un "long seller" negli Usa ma inedito in Italia, Across Boundaries, The Journey of a South African Woman Leader (Attraversare confini. Il viaggio di una donna leader in Sudafrica).

Una recensione del libro (in inglese)

Breve storia dell'apartheid in Sudafrica
Il Sudafrica partecipò alla prima guerra mondiale a fianco della Gran Bretagna; nel 1919 ebbe dalla Società delle Nazioni l'affidamento della Namibia, già colonia tedesca dell'Africa del sud-ovest. A partire dagli anni trenta l'Unione ottenne da Londra la completa autonomia in politica interna.
Nel 1948 vinse le elezioni il Fronte nazionale: il premier Malan pianificò allora una rigida separazione razziale (apartheid), proseguita coerentemente dai suoi successori. All'opposizione rimasero il Progressive party di sinistra, e l'African National Congress, che raggruppava la popolazione nera e di cui fu presidente, fino alla proibizione di ogni attività (1960), Albert Luthuli.
Nel 1961 l'Unione uscì dal Commonwealth e si trasformò in Repubblica Sudafricana: il potere legislativo spettava alla Camera dei Rappresentanti, eletti dai cinque milioni di bianchi di origine europea, mentre i due milioni di meticci, gli 800.000 asiatici e i 20 milioni di neri rimanevano privi dei diritti politici. Limitate furono le conseguenze delle proteste dell'ONU e dell'opinione pubblica internazionale.
Durante il governo di Pik Botha (1978-1989) si ebbe una prima riforma dell'apartheid, con la creazione di tre camere di rappresentanza (bianchi, sanguemisti, asiatici) e di territori affidati all'autogoverno della popolazione nera (black homelands), una sorta di ghetti riconosciuti come indipendenti solo dal Sudafrica stesso. Nel frattempo l'ANC si era riorganizzato e la protesta, interna ed internazionale (sanzioni e boicottaggi), cresceva.
Nel 1989 venne eletto presidente Frederick De Klerk. Consapevole del peggioramento dei rapporti internazionali e delle situazione economica interna, egli legalizzò l'ANC, liberò (dopo 27 anni di carcere) il suo leader Nelson Mandela, diede l'indipendenza alla Namibia, organizzò una Convenzione per il Sudafrica democratico superando sia le resistenze degli estremisti bianchi che quelle dell'Inkatha Freedom Party (il partito separatista zulu).
Nell'aprile 1994 le prime elezioni multirazziali videro la vittoria dell'African National Congress (62%) sul National Party di De Klerk (20%) e sull'Inkatha (10%): ma pesantemente sconfitta fu soprattutto la destra razzista. Nelson Mandela divenne allora presidente di un governo di coalizione, che oggi deve fare i conti sia con le difficoltà nello sviluppo economico che con le tensioni tra centro e periferia.