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RAPPORTO PAESE | India

Barriere all’import, aperture per gli Ide

Il Governo Modi preferisce gli investimenti diretti all’acquisto di prodotti dall’estero

La politica economica del premier Modi punta a fare dell’India un hub manifatturiero mondiale. Il Governo predilige pertanto gli investimenti diretti esteri (Ide) alle importazioni, che vorrebbe anzi ridurre per dar spazio alle produzioni locali. Per questo negli ultimi anni ha varato misure che semplificano gli investimenti diretti esteri e innalzato difese protezionistiche nei confronti dell'import, di natura sia tariffaria che non tariffaria.

Il Governo ha varato diverse misure per aumentare il grado di apertura agli Ide di una lunga serie di settori, inclusi difesa, costruzioni, commercio al dettaglio, emittenza, aviazione civile, servizi bancari e manifatturiero. Altre liberalizzazioni sono allo studio nel settore dell’Information technology.

Il mercato indiano è protetto da significative barriere d’accesso di natura tariffaria e non. Nell’alimentare, la normativa fito-sanitaria non è in linea con gli standard internazionali e comunitari. Per altri prodotti sono previsti requisiti di test e certificazione obbligatoria di conformità agli standard indiani, che superano quelli internazionali. Le procedure per l’ispezione e rilascio delle licenze si possono rivelare poco trasparenti, lunghe e gravose. A una normativa spesso complessa e poco trasparente fa da corollario un sistema burocratico di autorizzazioni e licenze macchinoso e lento, non estraneo a fenomeni di corruzione.

A fine 2016, inoltre, l’India ha denunciato gli accordi in scadenza per la protezione e promozione degli investimenti (Bit), in essere con 22 Paesi Ue, chiedendo di negoziarne di nuovi. L’accordo con l’Italia, firmato il 23 novembre 1995 ed entrato in vigore il 28 marzo 1998, è stato denunciato con nota verbale del 23 marzo scorso dal ministero degli Esteri di New Delhi. L’accordo ha dunque formalmente cessato di produrre i suoi effetti il 23 marzo 2017, anche se le sue norme a tutela degli investimenti italiani in India, in base alla cosiddetta “sunset clause”, continueranno ad applicarsi agli investimenti effettuati entro la data di cessazione per un periodo di 15 anni, cioè fino al 23 marzo 2032.
Il problema si pone quindi soprattutto per i nuovi investimenti.
La competenza per la negoziazione di un nuovo accordo è in capo alla Ue.

L’inadeguatezza della rete dei trasporti rappresenta un costo rilevante, al quale si accompagnano tempi di sdoganamento delle merci piuttosto lunghi (quasi il doppio di quelli necessari in altri Paesi della regione, come la Thailandia, e circa 3 o 4 volte più lunghi rispetto ai principali Paesi Ocse). L’inadeguatezza delle infrastrutture affligge anche nella fornitura di energia elettrica: i black out sono frequenti e un’impresa su due deve ricorrere a generatori diesel per non dover interrompere la produzione.

Fisco e incentivi agli investimenti
L’aliquota base per la tassazione degli utili d’impresa è del 30%, ma il Governo sta pensando di abbassarla al 25% nei prossimi quattro anni. Sgravi e incentivi sono previsti per gli investimenti.

In particolare, l’India ha 412 zone economiche speciali approvate e 204 operative: di queste, 114 sono dedicate ai settori dell’It e delle nuove tecnologie. L’elenco è disponibile sul sito loro dedicato dal Governo.

Gli incentivi e servizi offerti agli investitori, domestici o esteri, nelle Zes sono:
- esenzione d’imposta sull’acquisto dall’estero o dall’India di merci per lo sviluppo, il funzionamento e la manutenzione delle unità produttive;
- esenzione d’imposta totale sul reddito da esportazioni per i primi 5 anni; l’esenzione passa dal 100 al 50% per i successivi 5 anni; per altri 5 anni vale l’esenzione al 50% sugli utili da export reinvestiti nell’azienda;
- condizioni agevolate di accesso al credito;
- esenzione dall’imposta nazionale sul valore aggiunto;
- esenzione dall’imposta sui servizi;
- sportello unico per le autorizzazioni nazionali e statali;
- esenzione dall’imposta statale sul valore aggiunto e altri sgravi possono essere accordate dai vari Governi locali.

Tetti agli investimenti
In alcuni settori economici esistono tetti agli investimenti diretti esteri e nei settori dove questi sono possibili fino al 100% del capitale sociale possono esistere condizioni e limitazioni di varia natura. Gli Ide in imprese micro, piccolo e medie sono soggetti ai tetti settoriali. Ogni attività industriale che non rientri in questa categoria d’impresa, ma che produce beni riservati a micro e Pmi hanno bisogno di approvazione governativa per Ide che superino il 24% del capitale. È anche necessaria una licenza industriale, soggetta all’impegno a esportare entro tre anni almeno il 50% della nuova o addizionale produzione di beni riservati a micro e Pmi.

Di seguito le soglie d’investimento in base alla circolare del dipartimento per la politica e la promozione industriale del ministero del Commercio e dell’Industria, in vigore dal 7 giugno del 2016.

74%: banche private; società farmaceutiche indiane già esistenti

51%: commercio al dettaglio multi-marca, negli Stati che scelgono di adottare l’indirizzo varato dal Governo nazionale (per ora: Andhra Pradesh, Assam, Delhi, Haryana, Himachal Pradesh, Jammu & Kashmir, Karnataka, Maharashtra, Manipur, Rajasthan, Uttarakhand, Daman-Diu-Dadra-Nagar Haveli). L’investimento deve essere di almeno 100 milioni di dollari; almeno il 50% di questa somma deve essere investita entro tre anni in infrastrutture back-end (come trasformazione, produzione, distribuzione, progettazione, controllo di qualità, confezionamento, logistica, stoccaggio, magazzino; le spese per l’affitto dei terreni non sono considerate back-end). Almeno il 30% del valore delle forniture di prodotti manufatti o trasformati devono provenire da micro, piccole e medie imprese indiane che abbiano un investimento totale in fabbriche e macchinari non superiore a 2 milioni di dollari. Lo status di piccola industria viene valutato al momento dell’ingaggio da parte del dettagliante e resta acquisito anche se in seguito il valore degli investimenti industriali superano la soglia. Tutte queste condizioni possono essere autocertificate dall’investitore. I centri commerciali possono essere costruiti solo in città di oltre un milione di abitanti, salvo diverse disposizioni degli Stati. Aziende con capitale straniero attive nel commercio al dettaglio multi-marca non possono vendere attraverso il canale dell’e-commerce.

49%: raffinazione di petrolio; difesa (salvo autorizzazione governativa per progetti che garantiscano all’India l’accesso a tecnologie di frontiera); network via cavo; servizi regolari di trasporto aereo/compagnie aeree di trasporto domestico di passeggeri; agenzie private di sicurezza; Borse delle materie prime; società attive nelle infrastrutture dei mercati finanziari, come Borse e agenzie di deposito e clearing; compagnie di assicurazioni, brokers assicurativi, Third party administrators, agenzie di indagine e stima perdite; Borse dell’energia; emittenza radio Fm; canali Tv d’informazione; settore previdenziale

26%: quotidiani e periodici d’informazione; edizioni indiane di riviste estere d’informazione

20%: banche pubbliche

I settori e le opportunità
Macchine e macchinari. I macchinari rappresentano già oltre il 40% dell’export italiano in India, intercettando il 5,5% della domanda di importazioni generata dal Subcontinente nel settore. Secondo le previsioni del Governo, il manifatturiero dovrebbe crescere a un tasso annuo del 14% fino ad arrivare a produrre il 25% del Pil nel 2025. Per raggiungere questo risultato, secondo l’ufficio Ice-Agenzia di New Delhi, la dotazione di macchinari del Paese dovrebbe espandersi a un ritmo del 17-19% l’anno. L’India sembra quindi destinata a essere uno dei principali acquirenti di tecnologie produttive su scala globale. Sebbene l’India sia uno dei primi produttori agricoli al mondo, il tasso di utilizzo di macchinari nelle aziende agricole è fermo al 40%, contro il 90% dei Paesi avanzati.

Costruzioni. L’India sta compiendo un imponente sforzo di adeguamento infrastrutturale (autostrade, ferrovie, porti e aeroporti): per il quinquennio 2012/17, il Governo ha annunciato investimenti per 750 miliardi di euro e punta a coinvolgere il più possibile settore privato e investitori stranieri con le private-public partnership. Nel prossimo decennio si prevedono da 40 a 60 miliardi di dollari all’anno di investimenti per lo sviluppo urbano. Particolare attenzione viene posta nella costruzione di metropolitane.
L’accesso alle commesse pubbliche nel settore infrastrutturale non è tuttavia sempre trasparente e paritario (l’India non è tra i firmatari del General procurement agreement della Wto). Eventuali controversie legali scontano tempi lunghi e incertezza della tutela dei diritti. Il criterio nelle gare di appalto è il prezzo minimo, che premia i competitors locali.

Arredo. I piani di sviluppo dei centri urbani annunciati dal Governo aprono grandi opportunità nel settore dell’arredo. Le importazioni dall’Italia sono cresciute del 30% negli ultimi anni, grazie anche all’apprezzamento per il Made in Italy.

Energia. Il settore energetico in India è quello che, dal 2000, ha attirato maggiori volumi di investimenti diretti esteri, ammessi fino al 100% del capitale. Numerosi sono gli schemi e le politiche di incentivo che mirano a promuovere questo settore, nel tentativo di ridurre il deficit energetico del Paese. Buona parte della popolazione rurale non ha accesso alla corrente elettrica e i frequenti i black out obbligano le aziende a dotarsi di generatori autonomi per non dover interrompere la produzione. Le energie rinnovabili sono la chiave per soddisfare i bisogni energetici attuali e futuri dell’India. Gli investimenti da qui al 2030 sono stimati in 800 miliardi di dollari, affiancati da un articolato piano di incentivi fiscali e finanziari. Solo per il solare, sono stanziati 100 miliardi di dollari entro il 2022, ai quali se ne sommano 70 per l’eolico.

Abbigliamento e pelli. L’India rappresenta oggi una quota modesta del mercato del lusso mondiale, ma in rapida crescita. Quasi il 50% delle vendite sono concentrate nell’area di Delhi, il 30% circa in quella di Mumbai. La presenza dei marchi del lusso è ancora molto ridotta. Le aziende del settore si trovano ad affrontare dazi elevati, nell’ordine del 30- 40% e carenze infrastrutturali che si traducono in pochi spazi commerciali adeguati, con costi di affitto molto alti. L’Italia controlla il 4,3% del mercato del lusso in India. Tessile-abbigliamento/accessori e pelle rappresentano il 25% dell’export italiano in India.

Automotive. L’India è il quinto mercato automobilistico al mondo, con domanda e competizione vivace, in particolare nei segmenti delle automobili di piccola dimensione, che incidono per quasi i tre quarti sulla domanda interna. Il settore della componentistica offre spazi per l’esportazione di componenti di qualità. Gli investimenti stranieri nel settore sono ammessi fino al 100% del capitale.

Agroalimentare. Il settore agricolo è uno dei più grandi al mondo in termini di produzione e consumo. Le opportunità sono considerevoli sia nel settore dei macchinari agricoli (forte apprezzamento dei marchi italiani che ben rispondono alla domanda di attrezzature di piccole dimensioni e adattabilità alle necessità locali) che in quello dei processi di conservazione e trasformazione agro-alimentare. Circa il 40% della produzione agricola indiana deperisce prima di arrivare al consumatore, proprio a causa delle inefficienze nella supply chain, nelle tecnologie di conservazione e trasformazione alimentare. Il Governo ha annunciato l’apertura di 42 mega parchi alimentari nei prossimi tre-quattro anni.

L’imposta nazionale sul valore aggiunto

Potrebbe regalare all’economia indiana da 0,4 a 2 punti percentuali di crescita e promette di unificare quello che fino a oggi rimane un mercato segmentato. L’imposta sul valore aggiunto, dibattuta da almeno sedici anni e da altrettanto tempo ostaggio dei veti incrociati dei principali partiti politici, è finalmente in vigore dal 1° luglio 2017. È considerata la riforma più significative dall’indipendenza. Le aliquote sono cinque (3, 5, 12, 18 e 28%). Poi ci sono decine di beni che sottostanno a regimi speciali o sono del tutto esenti. L’oro, bene rifugio per eccellenza per le famiglie indiane, sconterà un’imposta del 3%. Su tabacco, auto di lusso e bibite gassate scatterà invece la sovratassa sul “peccato”, che sui prodotti in tabacco può arrivare al 290%: il gettito previsto, 4,8 miliardi di dollari l’anno, aiuterà a compensare le minori entrate attese per i singoli Stati. I quali, almeno in una prima fase, manterranno la propria competenza sull’imposta, insieme al fisco centrale. Le imprese dovranno compilare tre dichiarazioni fiscali al mese più una a fine anno. In tutto 37 adempimenti, in ognuno degli Stati in cui operano. La macchina amministrativa dovrà gestire fino a 5 miliardi di dichiarazioni al mese.

La riforma dei fallimenti

L’11 maggio 20156il Governo è riuscito a far approvare dal Parlamento l’attesa riforma dei fallimenti, che promette di semplificare le procedure e snellire i tempi infiniti che finora rendevano difficile chiudere società fallite e recuperare i crediti. Secondo la Banca mondiale, in media i creditori indiani recuperano 25,7 centesimi per ogni dollaro dovuto dal debitore nei 4,3 anni che servono in media per completare una procedura d’insolvenza.

Le relazioni con l’Italia
L’Italia è il 26° partner commerciale dell’India nell’anno fiscale 2016-17. Tra i partner della Ue, l’Italia si piazza al quinto posto dopo Germania (che è sesta in assoluto), Belgio, Regno Unito e Francia.
L’interscambio commerciale 2016 è stato pari a 7,5 miliardi di euro (7,4 nel 2015). L’export è sceso del 2,1% a 3,2 miliardi, pari all’1% di tutte le importazioni indiane. Le esportazioni dall’India all’Italia sono salite da 4 a 4,2 miliardi.

Sul versante degli investimenti diretti esteri, il primo Paese europeo è il Regno Unito, terzo assoluto (con 18,6 miliardi di euro e il 9,78% del totale), dopo Mauritius (70 miliardi) e Singapore (20,8 miliardi ). La quota italiana è molto bassa: con circa 400 aziende nel Paese (che salgono fino a quasi 600 se si considerano le società a capitale misto), si attesta al 13° posto tra gli investitori, con una quota dello 0,69% e uno stock che di 2,2 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2016.
L’India ha accordi di libero scambio con Giappone, Asean, Corea del Sud, Buthan, Afghanistan, Nepal, Sri Lanka, Cile e Mercosur.

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