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RAPPORTO PAESE | India

Un punto luminoso nell’economia mondiale

Frenata del Pil a fine 2016 ma è già pronto il rimbalzo

Il 2016-17 si è chiuso con un Pil in crescita del 7,1%, l’estremo più alto della forbice prevista dal Governo (tra il 6,5 e il 7,1%). La decelerazione rispetto all’anno scorso è stata quindi meno pesante di quanto si temesse dopo la complessa operazione di demonetizzazione lanciata a novembre 2016 dal Governo. L’intento era combattere il sommerso e la diffusione di denaro falso e per questo sono state ritirate le banconote da 500 e 1.000 rupie (l’86% del circolante). L’effetto è stata una frenata dei consumi di cittadini e imprese che ha coinvolto anche il mercato immobiliare (in India, gran parte delle transazioni avvengono in contante anche in questo comparto). La frenata della crescita dovrebbe tuttavia essere temporanea e per il 2017-18 il Governo prevede una accelerazione al 7,5%.

L’India resterà così la grande l’economia a più rapida crescita al mondo, un “punto luminoso” nella debole economia globale, come l’ha definita l’Fmi, dopo la crescita del 7,5% messa a segno nel 2015/16. Secondo il Governo, il tasso di crescita potenziale di lungo periodo è dell’8-10%. Se sulle statistiche ufficiali non mancano perplessità, i fondamentali sono tuttavia tali da mettere l’economia sostanzialmente al riparo da shock esterni. L’India dipende poco dalle esportazioni di beni e servizi, che sono pari al 18% del Pil e all’1,7% del commercio mondiale (contro il 12% della Cina). Questo non significa che sia isolata dal resto del mondo: una frenata dell’economia globale pari a un punto percentuale sottrae 0,42 punti alla crescita del Subcontinente.

L’indice dei prezzi al consumo si attesta attorno al 5%. Il deficit di bilancio è in discesa e il budget presentato dal Governo lo fotografa al 3,5% per il 206-17, con target al 3,2% per l’anno prossimo. Il deficit delle partite correnti, che nel 2012 aveva raggiunto il 4,8% del Pil, quest’anno dovrebbe attestarsi attorno all’1,5%. Malgrado la relativa debolezza della rupia, le esportazioni si sono contratte del 15,5% nel 2015-16 per rimbalzare dello 0,7% nel 2016-17 (aprile-dicembre). Come le altre economie emergenti, anche quella indiana risente della debolezza della domanda mondiale. La crescita resta così trainata da spesa pubblica e consumi domestici, che generano quasi il 60% del Pil.

Gli investimenti diretti esteri hanno raggiunto quota 59,9 miliardi di dollari nel 2015-16, in crescita dai 51,8 dell’anno precdente. Nei primi sei mesi dell’esercizio in corso, l’accelerazione è continuata, facendo registrare flussi in ingresso pari a 38,3 miliardi di dollari. Il merito va anche alle iniziative messe in campo dal Governo con il programma Make in India. Il Governo ha facilitato gli investimenti esteri in una serie di settori e varato alcune semplificazioni, faticando non poco a superare l’ostruzionismo del partito del Congresso, che, pur ridotto ai minimi termini, riesce a fare le barricate in Parlamento. Restano così sulla carta le promesse di semplificare l’acquisizione dei terreni o di snellire le intricate norme sul lavoro. Dal 1° luglio 2017 è finalmente entrata in vigore la tanto attesa imposta nazionale sul valore aggiunto, Gst, che unifica i 29 Stati e 7 territori della Confederazione in un solo mercato. La sua applicazione potrebbe comportare problemi per l’attività economica nel breve periodo. Nel lungo, però, da sola, questa riforma, spazzando via le “dogane interne”, potrebbe regalare da 0,4 a 2 punti percentuali di Pil.

Il Governo è anche riuscito a far approvare dal Parlamento l’altrettanto attesa riforma dei fallimenti, che promette di semplificare le procedure e snellire i tempi infiniti che finora rendevano difficile chiudere società fallite e recuperare i crediti.

Sullo sfondo resta un macigno grande come gli asset in sofferenza nei bilanci delle banche, che secondo Fitch avrebbero raggiunto il 13% del totale a 2016 e avrebbero bisogno di 35 miliardi di dollari per essere risanati (dopo i dieci già stanziati tra il 2011 e il 2014 dal Governo). Fa da corollario il debito delle aziende, l’anno scorso pari al 55% del Pil: una doppia zavorra sugli investimenti privati, scesi ad appena il 5,2% del Pil dal già basso 7% del 2012. La Banca centrale sta cercando di affrontare il problema, ma anche in questo caso rischia di essere lasciata sola dalla politica.

Il Subcontinente ha una superficie pari a 11 volte quella dell’Italia e una popolazione di quasi 1,3 miliardi di abitanti, seconda solo a quella cinese. L’età media è di 27 anni e ogni mese un milione di persone raggiunge i 18 anni. Il sistema economico non è però in grado di creare abbastanza posti di lavoro per tutti, minacciando così di sprecare il grande dividendo demografico. Tra giugno 2014 e giugno 2015, l’India ha creato meno di 300mila posti di lavoro.

La principale sfida dell’India moderna è il potenziamento del settore manifatturiero, che ancora oggi contribuisce per appena il 17% al Pil (contro il 35% della Cina). L’industria nel suo complesso è sotto al 32%, mentre il terziario genera oltre il 50% del Pil, impiega il 25% della popolazione attiva ed è stato responsabile del 69% della crescita dell’economia tra il 2011 e il 2015. L’agricoltura assorbe ancora oggi il 50% della popolazione ed è il settore a più bassa produttività in assoluto, contribuendo al Pil per il 16%.

La dimensione media delle imprese manifatturiere è molto piccola: quelle con meno di 50 dipendenti rappresentano l’84% degli occupati del comparto, contro il 70% delle Filippine, il 65% dell’Indonesia, il 46% della Thailandia, il 25% della Cina.
L’India presenta così un raro esempio di Paese emergente che non ha ancora attraversato una fase di industrializzazione. Per raggiungere questo obiettivo, il premier Modi ha lanciato il programma Make in India, con il quale spera di attrarre sempre maggiori investimenti esteri e delocalizzazioni così da fare del Subcontinente un hub mondiale della manifattura. L’obiettivo dichiarato è di portare il settore a produrre il 25% del Pil entro il 2025. L’ambizioso progetto si scontra però con la fase di debolezza dell’economia mondiale: per sviluppare la propria industria l’India dovrà fare sempre più affidamento sulla domanda interna piuttosto che su quella estera.

Solo il 51% della popolazione (77% degli uomini, 23% delle donne) partecipa alla forza lavoro, molto sotto il 65-70% di altre economie emergenti. Gli occupati sono per il 48% lavoratori autonomi, per il 32% lavoratori casuali e meno del 18% sono dipendenti con posizioni stabili e ben retribuite. Il 50% della popolazione in età da lavoro non ha alcuna istruzione e il 70% non va oltre la scuola elementare. Tuttavia, in India ci sono 20mila università e istituti di formazione che sfornano ogni anno 2 milioni di ingegneri. Anche per questo, e per il basso costo del lavoro, nel Paese si sono stabiliti tutti i principali colossi tecnologici mondiali.

Lo stipendio medio si aggira attorno alle 2mila rupie al mese, gli operatori di call center guadagnano anche 10 volte tanto (per turni che vanno dalle 19 alle 5.30 del mattino). 270 milioni di persone (22% della popolazione, rispetto al 37% del 2005) vivono in condizioni di povertà estrema secondo i dati ufficiali del Governo, che fissa la soglia a 13 dollari al mese. Per la Banca mondiale, un terzo della popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno (dato 2010), rispetto al 42% del 2005.

Membro della Wto, l’India sta negoziando un accordo di libero scambio con l’Unione europea dal 2007.

I primati dell’India
Due terzi del mercato mondiale dei servizi It in outsourcing è in India, che ne è il primo esportatore al mondo. Gli addetti sono 10 milioni. Il comparto continuerà a crescere del 9,5% l’anno fino al 2020.
L’India ha solo 18 automobili per 1.000 abitanti, ma è il quinto produttore mondiale di automobili. L’anno scorso ne ha esportate 622mila.
È il terzo produttore di prodotti chimici e petrolchimici in Asia e il quarto al mondo di prodotti agro-chimici.
Nel 2013 l’India si è piazzata al sesto posto per l’export di prodotti dell’agricoltura.
È il più grande produttore di cotone al mondo: nel settore tessile e abbigliamento lavorano 45 milioni di persone.
È il secondo produttore di calzature e abiti in pelle. Il comparto genera un fatturato di 12 miliardi di dollari e le sue esportazioni sono previste in crescita del 24% per ognuno dei prossimi tre anni.
È il più grande esportatore di farmaci generici a basso prezzo, con esportazioni in 200 Paesi, per un valore di 15,5 miliardi di dollari nel 2014, rispetto ai 10,4 miliardi di quattro anni prima. Fitch ratings stima una crescita del 20% per ognuno dei prossimi 5 anni.

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