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RAPPORTO PAESE | Lituania

Una democrazia giovane ma stabile

Il Paese fa parte di Ue, Eurozona e Nato, pesa la tensione con la Russia

Rinata alla democrazia poco più di 25 anni fa, con la fine dell’occupazione sovietica, la Lituania è oggi un Paese sostanzialmente stabile in cui, nonostante la frammentazione del sistema partitico seguita al primo decennio di riconquistata sovranità, la maggior parte dei movimenti si inquadra nelle tre grandi famiglie politiche: socialdemocratica, conservatrice e liberale.

Si tratta di un sistema semipresidenziale, in cui il capo dello Stato condivide alcuni poteri con il governo. Un sistema dunque potenzialmente foriero di qualche attrito, anche se va detto che negli ultimi anni i contrasti tra la presidente Dalia Grybauskaite (prima donna eletta capo dello Stato in Lituania nel 2009 come indipendente e poi riconfermata nel 2014) e il governo non sono stati frequenti, a dimostrazione di un buon equilibrio raggiunto tra le istituzioni democratiche del Paese.

Trattative per il nuovo Parlamento
Le elezioni che si sono tenute il 9 e il 23 ottobre hanno visto la sconfitta dei socialdemocratici, partito di maggioranza nel governo del premier Algirdas Butkevicius, che si sono piazzati solo terzi, e hanno ottenuto 17 seggi su 141. A imporsi (a sorpresa) è stata l’Unione lituana dei Contadini e dei Verdi (Lpgu), formazione di centrista che si è aggiudicata ben 56 seggi (ne aveva solo uno), seguita dai conservatori cristianodemocratici dell’Unione della Patria (31 deputati), finora principale partito di opposizione. Altri tre partiti hanno superato la soglia del 5% per entrare in Parlamento, inclusi  Ordine e giustizia e Laburtisti. L’incarico di formare il nuovo governo è stato affidato al centrista Saulius Skvernelis, che ha ottenuto comunque il sostegno dei socialdemocratici. I vincitori in campagna elettorale avevano promesso misure per sostenere la crescita, salari più alti e stop all’immigrazione di massa, visto che quasi 400mila persone hanno lasciato la Lituania dopo l’ingresso nella Ue nel 2004. Confermato l’impegno nell’Eurzona e nella Nato.

Un sistema finora stabile
I prossimi mesi diranno dunque se il Paese riuscirà a mantenere la stabilità politica conquistata negli ultimi anni e confermata qualche mese fa dall’ambasciatore italiano a Vilnius, Stefano Taliani de Marchio: «La stabilità politica – spiega - è stata assicurata da partiti solidi, appartenenti all’area socialdemocratica e cristiano-democratica, che si sono spartiti il potere. La barriera del 5% garantisce inoltre l’ingresso di cinque o sei partiti in tutto. L’antieuropeismo? C’è ma è contenuto, e i tre maggiori partiti sono convintamente europeisti». Per una continuità in questo senso si sono peraltro pronunciati anche i leader dell’Unione lituana dei Contadini e dei Verdi.

Uscita da cinquant’anni di dominio sovietico, la Lituania ha compiuto, insieme agli altri Paesi baltici, un doppio percorso di successo: la creazione di istituzioni democratiche proprie di uno Stato indipendente e un rapido cammino di integrazione nelle organizzazioni occidentali di cui voleva sentirsi parte, anche in funzione di autodifesa: Nato e Unione Europea, di cui il Paese è entrato a far parte nel 2004, Schengen (2007), Eurozona nel 2015.

L’ingresso nella Nato e la tensione con Mosca
Particolarmente significativo l’ingresso nell’Alleanza Atlantica, che soprattutto oggi Vilnius considera una sorta di salvacondotto da temute mire espansionistiche russe. I rapporti con Mosca rappresentano del resto tuttora il maggior fattore di tensione geopolitica. «Le ferite del passato sono ancora aperte – riconosce l’ambasciatore -. I lituani temono molto che la Russia di Putin (non il popolo russo) abbia mire espansionistiche. La prova evidente – dicono – sono l’annessione della Crimea e gli interventi in Georgia, Moldova, Ucraina; citano le provocazioni russe e la tensione aumenta: la Lituania si sta riarmando (ha introdotto una parziale leva obbligatoria), ma soprattutto invoca, la Nato da cui si aspetta una risposta adeguata». A luglio del 2016 i Paesi dell’alleanza si sono accordati per schierare 4mila uomini nelle Repubbliche baltiche e in Polonia da quest'anno - ci sono mille soldati in Lituania - poi c'è la missione di pattugliamento aereo sulla regione. «È certamente un grosso passo avanti che apprezziamo molto - dichiara al Sole 24 Ore il ministro degli Esteri lituano, Linas Antanas Linkevicius quantomeno ha una funzione di deterrente, mandiamo un messaggio chiaro: che ci siamo, monitoriamo, non trascuriamo la situazione».

Non è tuttavia abbastanza per tranquillizzare Vilnius. E anche il recente dispiegamento di sistemi missilistici Iskander nell’enclave russa di Kaliningrad, tra Polonia e Lituania, crea una certa inquietudine: «Siamo piuttosto preoccupati - sottolinea ancora Linkevicius - dei metodi russi: Mosca vuole mostrare il suo potere, far vedere chi comanda nella regione, come accade in Ucraina. Ma questi metodi non possono essere tollerati: bisogna rispettare le regole del diritto, che non sono regole inventate da alcuni Paesi. Dobbiamo tenerci pronti al dialogo ma, mi dispiace dirlo, la Russia oggi non è un partner».

Le altre minoranze
L’altra minoranza consistente, oltre ai russi, è quella polacca (6,6% della popolazione), a cui pure vengono garantiti gli stessi diritti civili, sebbene i cittadini siano obbligati a utilizzare per i nomi che appaiono sui documenti ufficiali l’ortografia lituana: un elemento che qualcuno considera discriminatorio. Una soluzione a questo nodo non è stata finora trovata, sebbene tra il 2012 e il 2014 il Partito d’azione elettorale polacco abbia fatto parte della coalizione di governo.
Complessivamente, comunque, sul fronte dell’avanzamento democratico e dei diritti civili il Paese ha raggiunto un livello considerato soddisfacente.

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