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RAPPORTO PAESE | Ungheria

I rischi dello scontro con la Ue e dell’amicizia con Putin

Sui migranti l’Ungheria di Orban non accetta compromessi: «Le quote sono assurde, i rifugiati non ci servono»

L’Ungheria di Viktor Orban si sta scontrando da mesi con l’Unione europea sulla gestione dei migranti. Ma il blocco alle quote di rifugiati e il muro costruito al confine con la Serbia sono solo l’ultima, anche se certo non la meno importante, delle questioni che allontanano Budapest da Bruxelles. Nella sua deriva autoritaria, per quanto sostenuta da almeno due elezioni stravinte in modo democratico, Orban ha allacciato rapporti sempre più stretti con la Russia, nello stesso momento in cui l’Unione europea decideva di colpire Mosca con sanzioni economiche a seguito della crisi ucraina. Fin da quando venne eletto nel 2010 del resto, il premier magiaro ha scelto una linea politica autarchica in aperto conflitto con i cosiddetti «poteri forti dell'Occidente», contro l’Fmi e anche contro alcuni dei principi fondanti dell’Unione europea, della quale l’Ungheria è parte integrante da oltre dieci anni. Sono questi elementi, che mescolano retorica nazionalista e populismo, ad alimentare i dubbi dei partner europei.

Il premier tiene saldamente in mano le sorti del Paese
Dopo cinque anni di governo, nelle elezioni suppletive tenutesi nel febbraio del 2015, Orban ha perso la maggioranza dei due terzi in Parlamento che gli ha permesso di modificare la Costituzione e di introdurre leggi molto controverse sui mezzi di comunicazione. Non c’è alcun dubbio tuttavia, che il Paese sia saldamente nelle mani del leader del Fidesz che può ancora contare su 114 dei 199 seggi del Parlamento e su un ampio consenso della popolazione.
Orban ha riscritto la Costituzione assegnando più poteri al governo e riducendo la possibilità di intervento della Corte costituzionale. Ha fatto approvare leggi molto discutibili sulla libertà di stampa e ha tentato di sottomettere alla volontà del governo anche l’azione della Banca centrale. Scontrandosi duramente, come era prevedibile, con l’Unione europea. All’inizio del secondo mandato due anni fa ha ribadito la sua intenzione di mantenere la tassa sulle banche, quasi tutte straniere, introdotta in piena recessione per risanare il bilancio pubblico disastrato oltre che per assecondare la rabbia dei cittadini nei confronti delle istituzioni finanziarie. «Gli elettori hanno detto sì alla nuova Costituzione e alla direzione che abbiamo dato alla politica economica. Ci hanno dato una larga maggioranza», ha detto Orban. «Gli elettori hanno confermato che l’Ungheria deve stare in Europa, solo però se può contare su un governo nazionale forte», ha dichiarato Orban aggiungendo che «il Fidesz è la garanzia contro gli estremismi di destra e di sinistra».

Lo scontro con Bruxelles sui migranti
L’Ungheria per contrastare i flussi migratori ha deciso di costruire - incurante degli avvertimenti dei leader europei - una barriera di filo spinato, lunga 175 chilometri e alta quattro metri al confine con la Serbia. Un muro sulla frontiera meridionale, più difficile da controllare, dalla quale arrivano i profughi - soprattutto da Afghanistan, Siria e Pakistan - che sono riusciti a risalire i Balcani attraversando la Bulgaria e la Macedonia.
Il premier conservatore, nazionalista e populista ha definito l’immigrazione «un pericolo contro il quale è necessario considerare tutte le opzioni» e ha detto di ritenere i piani europei sull’immigrazione «al limite ella follia» rifiutando ogni proposta sulle quote e la ricollocazione dei rifugiati tra i Paesi membri. Il muro al confine con la Serbia è sembrata a molti l’ennesima mossa di Orban per riconquistare consensi tra i cittadini ungheresi spostandosi verso destra, cercando di contenere la crescita del movimento Jobbik, ormai il secondo partito del Paese, dichiaratamente xenofobo, oltre che anti-europeo.
Pochi giorni fa inoltre - tra le perplessità delle istituzioni di Bruxelles e degli altri membri dell’Unione - il Parlamento ungherese ha dato il via libera a un referendum sul piano europeo di ripartire per quote i rifugiati tra i Paesi comunitari. Secondo il governo su questa consultazione popolare si sta giocando «la sovranità dell’Ungheria» e lo stesso Orban - fiancheggiato dagli altri Paesi dell’Est europeo come Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia - ha sostenuto che le quote modificherebbero «l’identità culturale e religiosa dell’Europa» e che «né Bruxelles né alcuna istituzione europea ha il diritto di imporre decisioni su questa materia». Ancora più chiaro è stato Peter Szijjarto, numero due del governo di Budapest, ministro ungherese degli Esteri e del Commercio estero: «Non siamo la Germania, l’Ungheria non ha bisogno dei migranti. Le quote per ripartire i migranti sono un’assurdità che non verrà mai applicata».

L’avvicinamento alla Russia di Vladimir Putin
Orban ha dato prova più volte di essere - con la sua azione diplomatica inusuale - il migliore amico della Russia nell’Unione europea in una fase sempre più complicata per l’Europa dell’Est, nonostante la tregua raggiunta in Ucraina. Orban, diventato capopopolo a 26 anni nel 1989, rivendicando «elezioni libere» e intimando alle truppe sovietiche di lasciare il Paese, è oggi in Europa il principale critico delle sanzioni contro la Russia.
Il contratto per la fornitura di gas russo ha garantito il riscaldamento nella maggioranza delle case del Paese negli ultimi dieci anni e oggi copre circa l’85% del fabbisogno nazionale. Il presidente russo Vladimir Putin - nonostante la crisi economica del suo Paese - ha inoltre assicurato a Orban un prestito di 10 miliardi di euro per la modernizzazione, affidata ai russi, dell’unico impianto nucleare ungherese, a Paks, un centro a circa 130 chilometri da Budapest. Con contratti che Bruxelles ha tenuto a lungo sotto osservazione prima di dare il via libera.

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