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RAPPORTO PAESE | Vietnam

Una piattaforma per la manifattura

Dal 1990 crescita media del 6,9% - Adesso la sfida è il calo di produttività

L’economia di mercato a ispirazione socialista del Vietnam è cresciuta a un tasso annuo medio del 6,9% dal 1990. Il Pil pro-capite invece è aumentato in media del 5,5% all'anno, triplicando il proprio valore nello stesso arco di tempo. Un risultato secondo solo a quello ottenuto dalla Cina. Il 2015 si è chiuso con un'espansione del 6,7%, la più alta da cinque anni. Le autorità pianificano una crescita media del 6,5-7% fino al 2020. Nel 2016 la crescita è stata del 6,2%, contro un target del 6,7%, lo stesso indicato per il 2017.

Negli ultimi anni, il Paese si è affermato come hub per la produzione per multinazionali come Samsung, che si stanno spostando dalla Cina alla ricerca di contesti dove il costo del lavoro sia più basso. Il Vietnam però offriva, fino a poco tempo fa, un'attrattiva in più. Dopo aver siglato l'accordo di libero scambio con l'Unione europea e il trattato di adesione alla Trans-pacific partnership, e in forza delle intese già sottoscritte insieme agli altri Paesi Asean (di cui è membro insieme a Indonesia, Malesia, Singapore, Brunei, Thailandia, Laos, Cambogia, Myanmar, Filippine), nel giro di qualche anno da questo Paese sarebbe stato possibile esportare con dazi in via di eliminazione praticamente in tutto il mondo. L'elezione di Donald Trump e il naufragio del Tpp rimette però in discussione questo quadro.

Secondo gli esperti dell'agenzia Mutrap, creata da Unione europea e Vietnam per assistere Hanoi nel suo processo d'integrazione, l'Fta in via di ratifica con la Ue consegnerà all'economia vietnamita 7-8 punti percentuali di Pil in più entro il 2025. La Ue già oggi assorbe un quarto delle esportazioni vietnamite. Secondo Mutrap, le esportazioni nell'Unione europea cresceranno del 50% entro il 2020 e del 93% entro il 2025. Le importazioni di beni Ue in Vietnam dovrebbero invece aumentare del 51% entro il 2025.
Gli undici Paesi che insieme al Vietnam avevano aderito alla Trans-pacific partnership (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Stati Uniti) assorbono invece il 39% delle sue esportazioni. Il Vietnam sarebbe stato il maggior beneficiario della Tpp.

Gli accordi dovrebbero accelerare il flusso degli investimenti diretti esteri (Ide). Gli Ide effettivi, vale a dire i capitali esteri realmente investiti, sono saliti del 17,4% nel 2015, a 14,5 miliardi di dollari.
Insomma, un Paese dinamico, a reddito medio, irriconoscibile rispetto a trenta anni fa, quando intraprese il proprio cammino di rinnovamento (Doi Moi, 1986): l'inflazione galoppava al 400%, l'economia era in picchiata e fortemente dipendente dagli aiuti internazionali, il cibo scarseggiava e il 50% della popolazione viveva sotto la soglia della povertà (1,9 dollari al giorno). Oggi, questa quota si è ridotta al 3%, segno di una crescita piuttosto equa, come riconosciuto anche dalla Banca mondiale.

Il Pil pro-capite è di 2.170 dollari (Fmi) e il Governo intende portarlo a 3.500 entro il 2020. Traguardi rilevanti sono già stati tagliati, ma le sfide ancora da affrontare non sono da meno. Il Paese dipende moltissimo dagli investimenti delle multinazionali estere, che da sole fanno il 71% dei 162 miliardi di esportazioni (dato 2015, in crescita dell'8,1%).
Due decenni fa, in Vietnam c'era meno di un telefono ogni 10mila abitanti. Oggi ce ne sono 135 ogni 100 abitanti e più di un abitante su tre ha accesso a internet.
Il Paese affronta inoltre una crisi di produttività del lavoro, in calo dalla fine degli anni 90 in molti settori industriali. Metà degli occupati lavorano ancora nell'agricoltura.

Come avviene in Cina, lo Stato è fortemente presente in molti settori dell'economia attraverso almeno 3mila società a maggioranza pubblica, che realizzano un terzo del Pil e quasi il 40% degli investimenti. In alcuni settori, lo Stato agisce in monopolio (fertilizzanti, miniere, utilities, banche, costruzioni e agricoltura). Le imprese pubbliche assorbono la gran parte del credito erogato dalle banche, a loro volta controllate dallo Stato. Gran parte delle difficoltà del settore è originato proprio dai crediti in sofferenza erogati alle imprese pubbliche, la cui riforma è una priorità per il Paese.
Il comparto privato è dominato da imprese di piccole dimensioni e questo rende difficile l'aumento di produttività sfruttando le economie di scala. I pochi grandi gruppi privati (con più di 300 dipendenti) sono però anche meno produttivi delle Pmi.

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