Pmi a piazza affari

In 15 anni le small cap battono tutti: valore triplicato per l’indice Star

di Simone Filippetti


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4' di lettura

«Piccolo è bello» era il motto dell'Italia degli Anni '90, quella del NordEst che trainava il paese. Poi, “Piccolo” non è stato più bello: era iniziata l'era dei colossi e delle mega-multinazionali. Adesso, invece, sta a vedere che «Piccolo è (di nuovo) bello»: le Pmi di Piazza Affari sono state l'impalcatura che ha tenuto in piedi l'Italia negli ultimi, terribili, dieci anni che hanno prostrato il paese. Se è vero che la Borsa va sempre valutata sul lungo periodo, allora le piccole e medie imprese ne escono vincitrici: in 15 anni l'indice Star ha triplicato il suo valore a Piazza Affari con uno stupefacente balzo del 280%. Se il signor Rossi avesse investito 10 euro dei suoi risparmi sullo Star (magari comprando un ETF), oggi ne avrebbe 38. Nello stesso periodo, 10 euro che avesse investito sull'azionario Italia generico si sarebbero ridotti a 8: il Ftse All Share, l'indice generale di tutti i titoli di Borsa, ha perso il 20% in 15 anni.

La «Stella» fu creata nel 2002, subito dopo lo sboom di Internet, in piena esplosione della bolla della New Economy che molti aveva abbagliato (la stessa Piazza Affari aveva cavalcato l'insana euforia con il defunto Nuovo Mercato): un listino per dare visibilità alle Pmi italiane quotate e creare una sorta di portafoglio «premium» di titoli. Momento peggiore, a prima vista, non si sarebbe potuto scegliere: tutti fuggivano dalle azioni, i mercati crollavano, ma la Borsa Italiana Spa di allora, società indipendente guidata da Massimo Capuano (oggi presidente di Iw Bank) non ancora finita presa del London Stock Exchange, ebbe l'intuizione di puntare sulla media azienda italiana, aziende che non erano brand noti al grande pubblico, ma che esprimevano l'operosa industria del paese. Misero anche dei «paletti», o meglio delle condizioni per essere ammessi nello Star Index: serviva un flottante minimo più alto della media, e una governance più trasparente: così si sarebbero attratti investitori stranieri o, più in generale, gli istituzionali.

La pazza idea si è rivelata lungimirante e azzeccata: il tessuto produttivo italiano era allora, ed è tuttoggi, fatto da Pmi e la Borsa di un paese dovrebbe rifletterne la struttura economica. E' successo che negli ultimi dieci anni, mentre il mondo occidentale finiva in recessione (e poi ne usciva, tranne l'Italia), le piccole e medie imprese tricolori hanno retto all'urto. Anzi, si sono imposte sui mercati internazionali. Quotata allo Star c'è l'Italia della manifattura e della meccanica strumentale che non è attraente come il lusso o il design ma che se la gioca contro l'industria della Panzer Germania: le pompe di Interpump e gli imballaggi della IMA di Alberto Vacchi (e del cugino star mondiale dei social); i lettori ottici di Datalogic e i trasporti marittimi di D’Amico; i laser medicali di El.En. e i decespugliatori di Emak; gli apparecchi acustici di Amplifon e le cappe di Elica; le forniture alberghiere della Marr e i macchinari di Prima Industrie. Che, poi, sono anche quelle Pmi su cui ha costruito la sua fama, e la sua fortuna, il talent scout Giovanni Tamburi (e non a caso la sua Tip è anch'essa quotata allo Star).

Uno dei segreti del successo dello Star è che raccoglie tante piccole multinazionali tascabili, il Made in Italy che esporta: uno studio di Banca Imi, realizzato in occasione dell'anniversario e che sarà presentato oggi a Milano nel corso della Star Conference, mostra come una su due aziende Star (il 51%) fa almeno il 60% dei ricavi all'estero: l'Italia è un mercato marginale. E, se si abbassa l'asticella, il 60% dello Star ha un esposizione di almeno il 30% del fatturato fuori dai confini nazionali. «La maggiore vocazione internazionale delle aziende dello  Star - spiega Alberto Francese, capo della ricerca di Imi - si è concretizzata in una crescita del fatturato»: dal 2007, l'anno dello scoppio della Grande Crisi, il Pil dell'Italia è caduto e ancora oggi è sotto il livello di dieci anni fa (su una base 100, è a 94,7). Negli stessi anni, il fatturato della medie aziende ha prima subito un contraccolpo, poi si è ripreso, tornando già ai livelli pre-crisi nel 2011 e oggi segna un +40% dallo scoppio della crisi. Le Pmi si sono riprese prima e meglio dalla recessione e oggi veleggiano alto rispetto all'economia del paese.

LE SOCIETÀ DELLO STAR BATTONO IL PIL

Fonte: Intesa Sanpaolo

LE SOCIETÀ DELLO STAR BATTONO IL PIL

Il medesimo report rivela anche come il boom delle Small&Mid Cap non sia un fenomeno solamente italiano, ma mondiale. L'indice Stoxx Small 200 è balzato del 150% negli ultimi 15 anni. Anche il Russell 2000, l'altro indice mondiali delle Pmi Ftse ha raddoppiato. Nessuno, tuttavia, ha corso come l'Italia: +130% il differenziale con lo Stoxx. Questo «spread», una volta tanto positivo, è tutto merito dei Pir. Guardando il grafico dal 2002 a oggi si notano due evidenze: le Pmi hanno costantemente battuto, come andamento, il listino generale, in Italia e in America. Fino al 2017 gli indici Star e Stoxx erano sostanzialmente appaiati. Poi, improvvisamente dall'anno scorso, lo Star si è impennato superando lo Stoxx. Quel Delta è frutto del «Fenomeno Pir», partito propio a inizio 2017. I piani di accumulo, lanciati come stimolo fiscale per dirottare una fetta del risparmio italiano sui mercati azionari e in particolare sulle Pmi, hanno raccolto un tesoretto monstre di 11 miliardi di euro. Questo. Un effetto «doping» sulla capitalizzazione è stato la naturale conseguenza di questo fiume di liquidità (+35% il rialzo dell'indice nel solo 2017).

L’altra faccia della medaglia rischio bolla è dietro l’angolo? Sì, ma anche No. Oggi le aziende dello Star sono diventate più care: prezzavano 17,1 volte gli utili nel 2016, contro un 19,6 dello Stoxx . Oggi i rapporti si sono invertiti: il multiplo prezzo/utili è salito a 17,8 per lo Star; è invece sceso a 16,8 per lo Stoxx. Si potrebbe creare una mini bolla dentro una Borsa affetta da nanismo. Lo Star, peraltro, rimane una nicchia a Piazza Affari. Gli scambi, che sono quasi raddoppiati (+80%) nell’ultimo anno, sono ancora asfittici: 21,6 miliardi contro i 606 miliardi diPIzzfri (30 volte in più) che peraltro in Europa è una micro-Borsa: solo 339 aziende quotate (nonostante 39 debutti nel 2017, il miglior anno dal Duemila, ai tempi del boom della New Economy) che pesa per appena il 37% del Pil. Lo Star si ferma a un microscopico 2,4% della ricchezza nazionale. Piccolo è di nuovo Bello ma deve diventare più grande.

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