LA GUERRA IN SIRIA

Affari d’oro (nero) tra Siria e Isis

di Roberto Bongiorni

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L’esercito siriano sta avanzando verso i giacimenti petroliferi di Jihar, alla periferia est di Homs


3' di lettura

Dall’occhio di un drone apparivano, nei tratti più congestionati, come una fila di formiche che facevano spola dai giacimenti petroliferi della Siria nordorientale e dell’Iraq verso il confine turco, o quello curdo iracheno. Oggi di quelle migliaia di autocisterne, cariche di greggio estratto dai territori sotto il controllo dell’Isis e venduto di contrabbando, non sembra esserci più traccia. In realtà non sono scomparse. Semplicemente hanno cambiato rotta, e per quanto siano meno numerose, diverse centinaia puntano verso la capitale della Siria: Damasco.

Tutto può accadere in guerra. Anche che due acerrimi nemici sul campo siano allo stesso tempo solidi partner commerciali.

Così il regime del presidente siriano Bashar al-Assad sarebbe divenuto la prima fonte di approvvigionamento finanziario per lo Stato Islamico, ormai sempre più in difficoltà su molti fronti; quello militare, quello politico e quello economico.

Viceversa il petrolio, e soprattutto il gas naturale che provengono dai giacimenti nell'area di Palmira e Deir Ezzour, sono la principale fonte di approvvigionamento per far funzionare le centrali elettriche di Damasco.

I soldi che scompaiono nelle casse dell'Isis

Non è la prima volta che corrono voci di commerci clandestini tra l’Isis e il regime siriano. Già nel primi sei mesi del 2014 se ne parlava, e ci si domandava come mai il regime di Damasco sembrasse in quel periodo quasi disinteressato a bombardare i feroci miliziani guidati dal “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi. Secondo quanto denunciato dal quotidiano Wall Street Journal le vendite di petrolio, ma soprattutto di gas, permettono all’Isis di disporre di quella liquidità che fatica sempre più a reperire altrove. Le gravi sconfitte militari accusate negli ultimi 18 mesi, la perdita di importanti porzioni di territorio, e l’intensificazione dei bombardamenti hanno reso necessario ridisegnare il “budget” di quell’entità territoriale da quasi tre anni sotto il controllo dell'Isis.

Nell'ultimo anno la perdita di grandi città come Ramadi (febbraio 2016) e Falluja (luglio 2016) ed almeno metà di Mosul(estate 2016), ma anche di molte altri centri minori, hanno significato per l’Isis meno persone da vessare con tasse e balzelli proibitivi. Sono passati solo 18 mesi eppure sembrano tempi lontani, quando la leadership dello Stato islamico poteva contare su 4 milioni di dollari al giorno di rendite energetiche (petrolio e prodotti raffinati venduti di contrabbando), oltre al proventi derivanti dai riscatti, dalla vendita di beni archeologici di contrabbando, dalla tratta di esseri umani. Queste ultime attività illegali erano possibili controllando lunghe porzioni della frontiera con la Turchia. Consapevoli che colpire lo loro raffinerie mobili, le autocisterne - e solo in parte qualche impianto - significava infliggere un durissimo colpo alla finanze dello Stato islamico, nel novembre del 2015 gli Stati Uniti hanno dato il via alla campagna Tidal Wave II. Oltre al bombardamento di centinaia di autocisterne l’Isis sta diventando sempre più isolata, orfana della frontiera con la Turchia, ma sempre di più anche con il Kurdistan. Trovare liquidità diventa dunque prioritario.

Truppe governative del regime di Bashar Assad nei dintorni di Jihar

Il regime siriano, soprattutto a Damasco, ha invece un grande bisogno di gas naturale. Russia e Iran, i suoi due maggiori fornitori, nonché i due maggiori alleati nella guerra, hanno ridotto i loro flussi di gas a prezzi scontati destinato ad alimentare le centrali elettriche.

Come le due parti si accordino non è chiaro. Probabilmente una serie di oscuri faccendieri fungono da mediatori.

Qualcosa tuttavia, sembra essere andato storto

Quando, lo scorso otto gennaio, l’Isis ha fatto esplodere il principale giacimento di gas naturale della Siria, a Hayyan, situato nella regione di Homs, non pochi osservatori ben informati hanno fatto notare che era una probabile rappresaglia ai mancati pagamenti da parte del regime di Damasco.

L’Isis controlla ancora il giacimento di al-Sha'ar , vicina a Palmira, la cui produzione finirebbe in buona parte nelle centrali di Damasco.

Ma questo oscuro business è senza regole, senza contratti, senza garanzie. Pronto a venire meno al primo diverbio. E se Damasco rischia di restare in buona parte nell’oscurità, lo Stato islamico corre il pericolo di non ricevere quel flusso di liquidità che gli permette di restare in piedi ed essere ancora aggressivo.

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