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Commerzbank, l’uscita indolore dello Stato è un rebus fra i 6 e i 20 euro per azione

dal nostro corrispondente Isabella Bufacchi


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3' di lettura

FRANCOFORTE. Risiko in tedesco significa rischio: ma nel risiko bancario lo Stato tedesco non intende più correre il rischio di perdere un solo euro dei soldi dei contribuenti. Dopo i salvataggi bancari che nel 2010 incisero per 12 punti di Pil sul conteggio del debito pubblico ai fini di Maastricht, i politici in Germania hanno smesso di far digerire agli elettori le pillole amare bancarie. Così il destino di Commerzbank - dove lo Stato federale è ancora principale azionista con una quota del 15,6% - è legato a un obiettivo politico: l’uscita dello Stato in pareggio, se non in utile.

Il break-even di Berlino su Commerzbank, quella soglia che sbloccherebbe in teoria l’M&A, è tutt’altro che ovvio. L’iniezione di capitale da parte dello Stato in Commerz è consistita nel 2009 in un acquisto di 295,3 milioni di azioni a 6 euro l’una per un esborso di 1,77 miliardi ma poi a questi si è aggiunto un altro intervento, il cosiddetto «stille Einlagen» ( partecipazione silente), che ha portato l’investimento a un totale di 18,2 miliardi. Commerzbank ha ripagato in larga parte questa somma: 11,5 miliardi nel 2011, 1,6 miliardi nel 2013 e se si aggiungono le spese delle commissioni per 1,4 miliardi, si arriva a un totale di 14,5 miliardi.

Lo Stato, in base a questo calcolo, dovrebbe dunque rientrare di 3,7 miliardi. Per arrivare a tanto, le azioni di Commerzbank dovrebbero orbitare sui 18,5 euro mentre se dal conteggio si tolgono le commissioni (1,4 miliardi), allora il break-even dello Stato vale 5,1 miliardi con il prezzo per azione ben oltre 20 euro. Altra cosa invece se la soglia fa fede a un documento del ministero del Tesoro in base al quale l’investimento iniziale è quello di 6 euro per azione per 1,77 miliardi: la quota del 15,6% vale oggi attorno a 1,3 miliardi, stando al calcolo di esperti di Borsa. Questo significa che la porta aperta per uscire è vicina.

Non deve comunque sorprendere se il ministro delle Finanze Olaf Scholz, coinvolto nel crac di HSH quando sindaco della città di Amburgo, non voglia più saperne di buchi bancari coperti con i soldi dei contribuenti. Anche se ad oggi il calcolo della perdita a carico dello Stato, effettiva e definitiva dell’intera crisi bancaria dal 2008, al momento non si può fare perchè tanti dossier restano aperti (per l’appunto Commerzbank ma anche NPLs di HypoRe, WestLB e due bad bank ancora aperte). Stime non ufficiali orbitano tra i 70 e gli 80 miliardi complessivi.

Di certo nel 2008 lo Stato tedesco mise a disposizione 400 miliardi di garanzie pubbliche sui bond bancari e 80 miliardi di interventi equity per iniezioni di capitale: questa cifra da 480 miliardi resta la più citata. Ma nella realtà dei fatti, le contingent liabilities (cioè garanzie che concorrono al debito pubblico in base ai criteri di Maastricht solo se escusse) sono state pari a circa a 200 miliardi a favore di Aareal Bank, Commerzbank, HRE (solo questa 163 miliardi), Corealcredit bank, IKB, BayernL,Duesseldorf Hypothekenbank, HSH-Nordbank. Solo 5 miliardi di garanzie sarebbero state escusse secondo la Bundesbank.

Come è potuto accadere, allora, che al netto dei 40 miliardi di interventi pubblici in equity sul fronte del capitale nel 2010, fonte Bundesbank, l’impatto sul debito/Pil dei salvataggi bancari quell’anno raggiunse il picco di 12 punti di Pil (circa 300 miliardi)? Questo si deve alla costituzione di due bad banks - FMS ed Erste - che hanno rastrellato NPE (crediti deteriorati e derivati) ai picchi della crisi 2010 e 2012. Un impatto però che nel tempo si è ridotto con vendite di crediti deteriorati. FMS è passata da 186,6 miliardi nel 2010 a 80 miliardi nel 2017, con una riduzione di 106,6 miliardi 2010-2017 mentre Erste è scesa da 164,7 miliardi nel 2012 a 40,3 miliardi nel 2017, mettendo a segno una riduzione di 124,4 miliardi in cinque anni (di cui una grossa fetta relativa al valore nominale del portafoglio di derivati).

Questi incassi sono andati in parte a ridurre l’incidenza sul debito pubblico degli interventi dello Stato, al punto che per il 2018 si stima al 5,5% del Pil dal massimo 12% del 2010: senza questo fardello, il debito/Pil tedesco sarebbe sceso sotto la soglia del 60% già nel 2017. Un conto salato per l’elettore-contribuente, chiamato ad accettare interventi dello Stato, non solo federale ma soprattutto Länder ed enti locali, per aver fatto fronte a una catena di crisi (subprime, bolle speculative immobiliari in Spagna eIrlanda, debito pubblico europeo), perdite da cartolarizzazioni varie (CDO, Pfandbrief, covered bond), shipping loans e titoli di Stato greci.

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    Isabella Bufacchivicecaporedattore corrispondente dalla Germania

    Luogo: Francoforte, Germania

    Lingue parlate: inglese, francese, tedesco, spagnolo

    Argomenti: mercato dei capitali, ECB watcher, fixed income e debito, strumenti derivati, Germania

    Premi: Premio Ischia Internazionale di Giornalismo per l’analisi economica, Premio Q8 per giovani giornalisti economici

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