dopo la sentenza ue

Fondo interbancario, ora in cassa 1,5 miliardi per misure anticrisi

di Laura Serafini


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(Imagoeconomica)

3' di lettura

«Il Fondo interbancario per la tutela dei depositi oggi ha una dotazione di poco superiore a 1,5 miliardi ed è alimentato dalle banche in virtù della direttiva che impone di costituire ex ante entro il 2024 una dotazione pari allo 0,8% della raccolta protetta (i depositi entro 100 mila euro, ndr). A quella data la dotazione dovrebbe arrivare a circa 6 miliardi». Salvatore Maccarone, presidente del Fondo che nel 2015 si è visto bloccare dalla Direzione concorrenza di Bruxelles l’intervento da circa 200 milioni a favore di banca Tercas (dopo che l’intera operazione era stata approvata), oggi è pronto a mettere in campo risorse per interventi preventivi a favore di banche in difficoltà se ce ne fosse la necessità, come si è sempre fatto fino al 2014. A patto, ovviamente, che non si tratti di istituti di rilevanza sistemica.

A Roma la sentenza, che ha bollato come errata la comunicazione della Dg Comp con la quale si equiparava l’utilizzo del fondo a un aiuto di Stato, è considerata come immediatamente operativa. «La sentenza - spiega Maccarone a Il Sole 24 Ore - stabilisce un principio di carattere interpretativo e non modifica il contesto normativo, che non è mai stato messo in discussione. Questa decisione è sufficiente per consentirci di fare quello che abbiamo fatto per tanti anni. Un eventuale appello sarebbe possibile solo per questioni di diritto e non di merito».

In realtà la potenza di fuoco del Fitd non si limita a quanto è versato in cassa. «Nel caso si debbano rimborsare i depositi - chiarisce il presidente - può essere chiesta una dotazione ulteriore pari allo 0,5% della raccolta protetta. Il fondo può poi accedere a varie forme di finanziamento, anche perché è il primo creditore chirografario beneficiario della distribuzione dei proventi di una liquidazione. Ma in tanti anni di attività il fondo, assieme a quello del credito cooperativo, ha eseguito 80 interventi di cui solo 3 sono passati attraverso i rimborsi dei depositi».

Il ruolo cruciale che il Fitd può svolgere oggi è l’intervento preventivo che eviti il deflagrare di una crisi bancaria, ma soprattutto il burden sharing, cioè la suddivisione dei costi di un salvataggio con i risparmiatori. «Deve essere dimostrato il minor costo di questi interventi rispetto al rimborso dei depositi in caso di liquidazione - chiosa Maccarone -. Ma gli strumenti attivabili sono tanti: finanziamenti, garanzie, assunzioni di partecipazioni, acquisizione di attività, passività, rami d’azienda e altro. Anche in questo caso è possibile accedere a forme di finanziamento esterno: per l’intervento su CariFerrara nel 2015, che ci fu bloccato da Bruxelles, avevamo raccolto fondi per 2 miliardi di euro».

Nei giorni scorsi il governatore della Banca d’Italia, Ingazio Visco, ha proposto l’importazione in Europa del modello Fdic, il fondo governativo per gestire le crisi bancarie. I fondi obbligatori potrebbe avere quel ruolo? «Andrebbe cambiato completamente il meccanismo - avverte Maccarone -. L’Fdic è pubblico, è parte del sistema della riserva federale e svolge attività di vigilanza. Ha una dotazione di miliardi di dollari: può comprare una banca, gestirla e rimetterla sul mercato. Ha una potenza di fuoco eccezionale».

Nel 2015, per recuperare in corner l’intervento su Tercas, è stato creato uno schema volontario, che poi gestito le operazioni su Cassa di Rimini, San Miniato, Cesena e investito 300 milioni nel bond Carige. «Proprio oggi (ieri, ndr) il board si è riunito per deciderne le sorti dopo la riabilitazione del fondo obbligatorio - osserva il presidente -. Dovremmo valutare cosa fare: presumibilmente attendere di valorizzare gli investimenti e poi liquidarlo».

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