concorrenza

Google, l’Europa e la sfida all’empireo digitale

di Stefano Mannoni e Guido Stazi

4' di lettura

La Commissione europea torna a colpire duramente Google, rea di aver abusato della propria posizione dominante e posto in essere una lunga serie di condotte illegali e anticoncorrenziali, volte a obbligare i produttori di smartphone e tablet che usano il sistema operativo Android (di proprietà di Google) a preinstallare solo le App di Google, danneggiando così i concorrenti e i consumatori, ostacolando l’innovazione e aumentando a dismisura i ricavi generati dalla sua raccolta pubblicitaria. Secondo Eric Schmidt, che ha guidato Google nella prima decade degli anni 2000, basta un click per competere, la concorrenza nella nuova economia digitale è governata dalla folla indistinta di utenti e consumatori.

Tutto ciò è sembrato per molto tempo incarnare perfettamente l’ortodossia dominante nella letteratura e nella pratica antitrust: a partire dagli anni ’80, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo occidentale, fu abbandonato l’originario approccio antitrust jeffersoniano che riteneva essenziale mantenere una struttura del mercato pluralista, impedendo la crescita di imprese in grado di monopolizzare il mercato e, tramite l’accumulo di grandi ricchezze, accrescere le disuguaglianze e condizionare i sistemi politici.

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Robert Bork, con Richard Posner capostipite della nuova scuola che nacque a Chicago, sosteneva invece che non occorre intervenire sulle dimensioni delle imprese se in quel mercato comunque i prezzi calano a vantaggio dei consumatori. Quale migliore conferma del nuovo standard antitrust, laissez faire, laissez passer, poteva essere fornita al colto e all’inclita dalla travolgente affermazione dei big data: è tutto gratis e a portata di click! E pazienza se la rivoluzione globale digitale crea mostruose accumulazioni di ricchezze e fa strame dell’economia tradizionale……è il progresso bellezza e tu non ci puoi fare niente! avrebbe detto Humphrey Bogart.

E invece qualcosa si può e si deve fare. Non è in discussione lo sviluppo tecnologico che a partire dal web ha connesso il mondo, ma gli effetti di rete di cui le imprese proprietarie di grandi piattaforme digitali beneficiano, creando le premesse del monopolio: tra le sei applicazioni più scaricate (oltre un miliardo di volte), una è Facebook, le altre cinque sono tutte di Google; le strategie di acquisizione, a prezzi stellari, delle imprese più promettenti e innovative, soprattutto per neutralizzarne il potenziale concorrenziale: la Commissione e la FTT, l’antitrust americano, hanno negli scorsi anni autorizzato, con scarsa visione e senza porre condizioni, l’acquisto di Double Click da parte di Google e di WhatsApp da parte di Facebook; al momento dell’acquisto WhatsApp aveva poche decine di dipendenti e fatturava 20 milioni di dollari: Facebook sborsò 19 miliardi dollari.

Molte altre acquisizioni sono passate quasi in silenzio, contribuendo a rafforzare il potere di mercato dei giganti del web; ad ogni nostro click lasciamo, gratis, una scia di dati, non essendo in grado di superare l’abissale asimmetria informativa che ci lascia alla mercé degli operatori; con queste informazioni quando va bene i big data si limitano a ricavarne montagne di soldi, non solo provenienti dagli inserzionisti ma anche da noi che, dopo accurata profilatura, siamo oggetto di offerte mirate in grado di discriminare perfettamente il prezzo in base alla nostra capacità di spesa individuata da un algoritmo; quando va male, come nel caso Facebook-Cambridge Analytica, vengono meno alcuni capisaldi delle democrazie occidentali come i processi di formazione delle opinioni politiche e del voto conseguente, distorti dalle profilature algoritmiche in grado di mirare e manipolare i nostri orientamenti elettorali.

A lungo le grandi imprese digitali nordamericane, non a caso definite anche OTT, Over The Top, hanno goduto di una sorta di tacita immunità dalle regole e di un approccio assai benevolo dalla letteratura economica e giuridica antitrust. Gli OTT, tramite le loro grandi piattaforme digitali, tendono a monopolizzare i mercati in cui intervengono utilizzando gratis, nell’ordine e contemporaneamente: le reti fisiche delle compagnie telefoniche, i contenuti video dei broadcaster televisivi, i contenuti editoriali degli editori, drenando ormai buona parte dei loro introiti.

In Europa, però, l’azione antitrust, inizia a essere incisiva e una serie di iniziative regolatorie in tema di mercato unico digitale, di privacy, di tutela del diritto di autore nel settore audiovisivo e in quello editoriale, al netto della grande potenza di fuoco lobbistica messa in campo dagli OTT, potrebbe produrre un’inversione di tendenza, che dovrà vedere protagoniste anche le autorità nazionali. Ma è negli USA che, vista l’inerzia delle istituzioni, sta montando un movimento di opinione cui la stampa nazionale dà grande rilievo; si chiede con forza un ripensamento della politica antitrust, abbandonando l’ortodossia di Chicago, scuotendo il conformismo intellettuale delle corporazioni accademiche, anche evidenziando i munifici finanziamenti a università e istituti di ricerca effettuati, legalmente, dagli OTT. A simbolo di questo movimento americano potrebbe essere indicata Lina M. Khan, una giovane studiosa accademica di antitrust, che ha pubblicato sul Yale Law Journal un lungo e importante articolo, “Amazon’s Antitrust Paradox” che chiaramente, a distanza di 40 anni, chiama in causa Robert Bork e il suo libro del 1978, “The Antitrust Paradox”. Infatti, secondo Khan, Amazon «ha marciato verso il monopolio cantando il motivo dell’antitrust contemporaneo».

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Gli Over The Top, a lungo santi dell’empireo digitale, devono scendere di lì e sottoporsi allo scrutinio della concorrenza e delle regole, affinché il sistema di mercato e, in prospettiva, la democrazia, sopravvivano alla rivoluzione digitale. Non deve bastare più marciare tra il popolo del web, abbagliato e plaudente, cantando “When The Saints Go Marching In…”.

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