strategie di crescita

Meritocrazia tra competitività e paradossi

di Vincenzo Galasso


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3' di lettura

L’Italia non tornerà a crescere finché non tornerà a dar valore al merito. “Meritocrazia” è un termine molto abusato, che vive di certo giorni difficili.

Eppure è difficile credere che la meritocrazia non sia necessaria per aumentare l’efficienza economica e dunque il benessere di un Paese. La meritocrazia consente di allocare nelle diverse posizioni – lavorative, professionali, amministrative, sportive – le persone che sono in grado di svolgere al meglio le mansioni richieste. Ben venga dunque la competizione – nell’economia, nella medicina come nello sport – perché incentiva i migliori a emergere.

Ma la meritocrazia è entrata prepotentemente nel vocabolario politico, soprattutto della sinistra democratica, per un altro motivo: perché favorisce la mobilità sociale.

In un mondo di pari opportunità, i più intelligenti, i più volenterosi, i più bravi vedono riconosciute le proprie capacità – indipendentemente dalle condizioni economiche della famiglia di origine.

Così, quasi senza che ce ne accorgessimo, la meritocrazia ha smesso di essere un potente e legittimo strumento per il raggiungimento dell’efficienza produttiva ed è diventata un valore assoluto, morale.

    Oggi la meritocrazia non è più solo efficiente – è anche equa e giusta. In parte, a ragione. È giusto che le condizioni socio-economiche della famiglia di appartenenza non determinino il destino delle persone. E la meritocrazia consente ai più bravi di emergere.

    Ma gli altri? Quelli che hanno avuto la sfortuna di essere, in qualche modo, meno intelligenti o anche solo meno dotati di forza, di volontà, di talenti? La lotteria della nascita può assegnarci a una famiglia povera, ma anche farci venire al mondo senza grandi abilità. Siamo dunque meno meritevoli?

    La visione della meritocrazia come criterio morale ha avuto il torto di dimenticarsi di queste persone – soprattutto nell’ultimo decennio. Forse perché la globalizzazione ha creato nuovi e più complessi scenari e perché i più stringenti vincoli di bilancio pubblico hanno frenato l’uso di strumenti redistributivi, di cui si era tuttavia abusato in passato.

    Non si tratta di una considerazione nuova. Già negli anni Settanta, il filosofo americano John Rawls metteva in guardia da questo errore. Un errore che ha conseguenze gravi, perché la meritocrazia non potrà ergersi a valore morale assoluto, ma è comunque fondamentale per aumentare la crescita economica e creare benessere.

    È dunque cruciale investire nell’istruzione, valorizzare la conoscenza scientifica e consentire la collocazione delle migliori abilità nei posti idonei. Ma la meritocrazia deve riuscire a essere al servizio di tutti - anche di quelli che non sono abbastanza bravi da eccellere, ma non per questo si devono sentire inutili… o fessi.

    L’arroganza della meritocrazia rischia invece di causare una pericolosa crisi di rigetto. E così competenza e merito diventano quasi dei difetti da deridere. Sta già succedendo - soprattutto in Italia, ma non solo. Affinché un sistema che fa della meritocrazia il volano della crescita possa sopravvivere, è necessario distinguere le élite meritocratiche dalle tante piccole e grandi caste improduttive che da anni frenano lo sviluppo del nostro Paese.

    Chi risulta vincente dalla competizione nelle professioni, nell’industria, nelle scienze, e rivendica con orgoglio i propri sforzi e i propri successi, deve sapersi guadagnare il rispetto degli altri e riuscire a essere inclusivo.

    È una sfida difficile, ma decisiva.

    Oggi il termine “élite” è sinonimo di immoralità, di privilegi ottenuti ingiustamente, mentre tante persone vivono male. Ma passato il tempo della forca, per i molti detrattori delle élite sarà utile affinare la strategia di lotta.

    Giusto ed efficiente perseguire (ed eliminare) le caste improduttive, quali ad esempio gli evasori fiscali e le tante categorie che ancora oggi, malgrado i proclami, rimangono protette. Sono loro a godere - da anni - di privilegi iniqui. Inefficiente - oltre che ingiusto - limitare la meritocrazia.

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