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’Ndrangheta, ecco la prima cosca della Capitale. Il patto mafioso per Roma e Milano

A capo del gruppo ci sono due boss: Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro. Gli interessi illeciti nella gestione e il controllo di attività economiche. Manette per il sindaco di Cosoleto (Reggio Calabria) Antonino Gioffré

di Ivan Cimmarusti

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3' di lettura

A Roma scoperta una «locale» di ’ndrangheta, cioè una cosca che controlla tutti i traffici illeciti nella Capitale d’Italia. L’ipotesi è della Procura della Repubblica di Roma e della Direzione investigativa antimafia, che hanno arrestato 43 persone tra Lazio e Calabria. Secondo gli inquirenti si tratta della «prima locale ufficiale di ’ndrangheta».
A capo del gruppo ci sono due boss: Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro. La loro, spiega chi indaga, è una duarchia autorizzata dalla famiglia a capo della ’ndrina di Cosoleto, in provincia di Reggio Calabria.

Gli arrestati sono accusati di far parte di questa nuova locale di ’ndrangheta, radicata nella Capitale e finalizzata ad acquisire la gestione e il controllo di attività economiche in svariati settori: ittico, panificazione, pasticceria, ritiro delle pelli e degli olii esausti.

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L’operazione a Roma

L’organizzazione, secondo quanto riferito dagli inquirenti, faceva poi sistematicamente ricorso ad intestazioni fittizie al fine di schermare la reale titolarità delle attività. Inoltre, secondo quanto emerso l’organizzazione si proponeva anche il fine di commettere delitti contro il patrimonio, contro la vita e l’incolumità individuale e in materia di armi, affermando il controllo egemonico delle attività economiche sul territorio, realizzato anche attraverso accordi con organizzazioni criminose omologhe. Tra gli arrestati figurano un commercialista e un dipendente bancario.

Secondo gli investigatori tra Roma e Cosoleto c’era «una continua fluidità in cui il dinamismo criminale era in via principale collegato al riciclaggio di illeciti profitti, alla costruzione di affari mediante società schermo». L’obiettivo era di «infiltrarsi nei settori sani dell’economia locale, nell’inquinare i rapporti imprenditoriali e politici sul territorio, nonchè a creare le migliori condizioni per aiutare i partecipi del Locale dando loro una retribuzione giustificata mediante una formale occupazione, anche se magari mai svolta nella forma continuativa, e soprattutto per dare aiuto anche ai carcerati in caso di bisogno».

Stando agli atti,«il legame tra la “casa madre” sinopolese e la propaggine romana è stato sempre attivo e gestito con estrema cautela: le indagini hanno disvelato che, secondo una strategia ben specifica, i due capi del “locale” di ’ndrangheta romani limitavano al minimo gli incontri di persona con i vertici calabresi, facendoli coincidere con eventi particolari, quali matrimoni o funerali, in occasione dei quali si sono svolti incontri fugaci ma risolutivi; nei casi di estrema urgenza, poi, gli incontri sono stati concordati mediante l’intermediazione di “messaggeri”. Alcuni dei destinatari della misura cautelare sono stati già condannati per l’appartenenza alla cosca Alvaro con sentenze passate in giudicato».

Il patto tra Cosa nostra, ’Ndrangheta e Camorra: Roma e Milano città libere

Un collaboratore di giustizia, Paolo Iannò ha riferito di aver saputo «che nel 2015 non era stata installata a Roma, come a Milano, alcuna locale della ’Ndrangheta, per un patto di fatto tra le diverse strutture mafiose italiane, cioè Cosa Nostra, Camorra e ’Ndrangheta».

Ha aggiunto - è riassunto negli atti d’indagine - che «le due grandi città erano state lasciate zone libere, in cui poter certo operare in modo criminale, ma senza pretendere di avere il controllo militare esclusivo del territorio come nelle regioni di origine. Ciò avrebbe evitato il sopravvenire di conflitti, cioè guerre di mafia, con morti che avrebbero acceso i riflettori investigativi ed aumentato i controlli di polizia, rendendo difficile il “business”».

Secondo la ricostruzione,«almeno sino al 2010 (esecuzione nei confronti di questi ordinanza cautelare del GIP di Milano nel procedimento Infinito), per quanto sapesse, Roma come Milano non erano state oggetto di colonizzazione esclusiva del territorio. Esistevano dei piccoli insediamenti di ’Ndrangheta ma fuori le due grandi città. La ragione di ciò era legato alla regola di attirare la minore attenzione possibile dove ci sono gli affari, i business; anzi, in questi territori, come Roma o Milano, le famiglie di ‘ndrina nell'investire il denaro utilizzerebbero dei filtri, cioè terze persone».

L’operazione in Calabria

A Reggio Calabria le misure sono state emesse all’esito del coordinamento investigativo con la Dda di Roma.Nell’ambito dell’inchiesta, denominata “Propaggine”, è stato arrestato il sindaco di Cosoleto, Antonino Gioffré. Il suo nome compare nell’elenco dei 34 soggetti raggiunti da un’ordinanza di custodia emessa dal gip su richiesta della Dda reggina contro la cosca Alvaro-Penna di Sinopoli.

Nel filone calabrese, 29 persone sono finite in carcere e 5 ai domiciliari. Gioffré è accusato di scambio elettorale politico-mafioso. In sostanza avrebbe favorito l’assunzione di un altro soggetto indagato. Gli altri reati contestati dai pm sono l’associazione mafiosa, il favoreggiamento commesso al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso e la detenzione e vendita di armi comuni da sparo ed armi da guerra aggravate.

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