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Festival di Cannes, ecco i favoriti per la Palma d’oro

di Andrea Chimento


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3' di lettura

Il Festival di Cannes 2019 volge alla conclusione: questa sera verranno consegnati i premi ufficiali e appassionati e addetti ai lavori di tutto il mondo sono alle prese con il loro personalissimo toto-Palma.
Quest'anno è ancora più difficile capire chi potrebbe portarsi a casa il premio principale, perché è stata un'edizione segnata da un livello complessivo davvero molto alto, tanto che sono diversi i film che meriterebbero l'ambito riconoscimento.

In pole position, «Dolor y gloria» di Pedro Almodóvar, vero e proprio film testamentario del regista spagnolo, che ha firmato il suo personale «8 ½» e uno dei capolavori assoluti della sua filmografia: la Palma d'oro sarebbe il coronamento di una carriera costellata da tanti lungometraggi notevoli.

Una scena del film di Pedro Almodóvar «Dolor y gloria»

Almodóvar deve però guardarsi le spalle dal sudcoreano Bong Joon-ho, autore dello strepitoso «Parasite», e da Céline Sciamma, bravissima regista francese di «Portrait de la jeune fille en feu».

Una scena tratta dal fi lm di Bong Joon-ho «Portrait de la jeune fille en feu»

Gli autori importanti che hanno presentato in concorso i loro nuovi lavori sono molti (da Quentin Tarantino a T errence Malick, passando per Xavier Dolan), ma la giuria capitanata da Alejandro González Iñárritu potrebbe regalare una soddisfazione a un esordiente come Ladj Ly («Les misérables») o Mati Diop («Atlantique»). Altri possibili outsider, il cinese « The Wild Goose Lake » di Diao Yinan e il brasiliano «Bacurau» di Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles.

Per quanto riguarda «Il traditore» di Marco Bellocchio, unico italiano in concorso, le maggiori probabilità di vittoria le ha Pierfrancesco Favino come miglior attore, ma è fortissima la concorrenza di Antonio Banderas («Dolor y gloria») e Roschdy ZemRoubaix, une lumière»), anche se in molti sperano nel successo di Brad Pitt o Leonardo DiCaprio per «C'era una volta a… Hollywood» di Quentin Tarantino.
Come miglior attrice meriterebbero un ex aequo le due protagoniste di «Portrait de la jeune fille en feu», Adèle Haenel e Noémie Merlant, ma qui la sfida è apertissima con altre interpreti francesi come Isabelle Huppert («Frankie») e Léa Seydoux («Roubaix, une lumière») e non stupirebbe troppo un riconoscimento all'intensa Debbie Honeywood di «Sorry We Missed You».
In attesa di scoprire il verdetto della giuria, sono stati presentati gli ultimi due lungometraggi in concorso: «It Must Be Heaven» di Elia Suleiman e «Sibyl» di Justine Trier.
Nel primo film è lo stesso Suleiman a interpretare il protagonista della pellicola, un uomo che fugge dalla Palestina alla ricerca di una patria alternativa, ma che si renderà presto conto che il suo paese d'origine lo segue come un'ombra.
Si tratta di una commedia stralunata, pienamente nelle corde di un autore che continua a guardare al cinema di Jacques Tati: c'è infatti molta ironia e ci si diverte con questo lungometraggio che fatica a carburare, ma poi regala diversi passaggi poetici e ficcanti, pur nella loro grande semplicità di messinscena.
Del tutto deludente è invece «Sibyl» di Justine Triet.
La regista francese mette al centro del suo nuovo lavoro una psicoterapeuta che sceglie di abbandonare molti pazienti per tornare alla sua vecchia passione: la scrittura.
Non potrà però esimersi dall'aiutare una ragazza che sta attraversando un momento difficile e intreccerà con lei un rapporto carico di conseguenze imprevedibili.
Verboso e contorto nella narrazione, il film perde presto d'interesse a causa di un copione piuttosto grossolano e di un tentativo di mescolare commedia e dramma in maniera maldestra.
Negativa anche la prova delle due attrici, Virginie Efira e Adèle Exarchopoulos, per una pellicola tra le meno riuscite della competizione francese.

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