nel 2017 al 2,6% del Pil

Parigi rispetta per la prima volta dopo 10 anni le regole Ue sul deficit

di Riccardo Sorrentino

Il primo ministro francese Édouard Philippe

5' di lettura

La Francia torna nei parametri di Maastricht. Il pareggio previsto dal fiscal compact è ancora lontano, ma nel 2017 il deficit è stato pari al 2,6% del prodotto interno lordo. È dunque inferiore al tetto del 3% per la prima volta dalla Grande recessione, e permetterà a Parigi, questa primavera, di uscire dopo nove anni dalla procedura europea di deficit eccessivo. La Francia, insieme alla Spagna – e Gran Bretagna e Ungheria, che però sono fuori Eurolandia – è rimasta sotto “esame”, da parte di Bruxelles, per nove anni, il periodo più lungo (l’Italia è “sotto procedura” da quattro anni).

Un disavanzo inferiore alle previsioni
È un risultato molto positivo, per il Governo di Édouard Philippe, che in un primo tempo aveva previsto di raggiungere un livello del 2,9%, e poi – in seguito all'accelerazione della ripresa nell'ultima parte dell'anno – aveva abbassato le stime al 2,7-2,8%. Philippe non può però cantare vittoria. Il fiscal compact impone alla Francia di raggiungere il pareggio attraverso la progressiva riduzione di questo disavanzo. Un obiettivo, questo, ora previsto per il 2023.

Loading...

Tappe forzate dal 2020

LA SCOMMESSA FRANCESE

Il piano quinquennale di riequilibrio dei conti pubblici

LA SCOMMESSA FRANCESE

È proprio qui che potrebbero sorgere i problemi. La legge pluriennale sulle finanze pubbliche prevede di mantenere il deficit al 2,8% quest’anno e di portarlo al 2,9% nel 2019. Solo dal 2020 dovrebbe iniziare la vera riduzione del disavanzo, a tappe forzate - 1,5% nel 2020, 0,9% nel 2021, e 0,3% nel 2022, pari a un saldo strutturale del -0,8% del pil potenziale – e, per questa strada, anche una riduzione dell’indebitamento. La legge prevede infatti un ritmo di crescita più alto, per quel triennio, e pari all’1,7 per cento.

Una velocità di crociera troppo bassa
È proprio qui che sorgono i problemi. La stessa legge di bilancio fissa la crescita potenziale, la velocità di crociera dell’economia francese, a un livello più basso della crescita effettiva per l’intero periodo 2017-2022: 1,25% nel 2020, 1,3% nel 2021, e 1,35% nel 2022, con una lenta progressione legata – spiega il provvedimento approvato a gennaio dall’Assemblée e dal Senato – «agli effetti positivi delle riforme strutturali che saranno introdotte durante il quinquennato» (della presidenza Macron, ndr). Il punto – sollevato anche da Olivier Vigna e Fabio Balboni di Hsbc, in una recente ricerca – è questo: si può davvero immaginare che la Francia cresca a un ritmo superiore al potenziale per un periodo così lungo?

Aumentare la crescita potenziale
È una considerazione che diventa anche più rilevante se si pensa che la Commissione fissa la crescita potenziale a un livello leggermente più basso, e pari all’1,2% per l’intero triennio 2020-2022. A suscitare perplessità non è però la scommessa del governo di aumentare la crescita potenziale (peraltro di difficile calcolo, e secondo alcuni economisti, addirittura irrilevante): la presidenza Macron ha varato o intende varare interventi molto ampi per risanare l’economia francese.

Un ambizioso programma di riforme
L’elenco compare nella stessa legge: «Favorire la formazione e l’apprendistato, riformare i sussidi di disoccupazione, abbassare il cuneo fiscale (con la conversione dei contributi salariali in contributi sociali generali), modernizzare il codice del lavoro e sostenere gli investimenti produttivi (taglio delle imposte sulle società al 25%, introduzione del prelievo fofettario unico, riforma dell'imposta di solidarietà sulla ricchezza che non peserà più sui valori mobiliari) e l’innovazione (stabilizzazione del credito d’imposta per la ricerca)».

Output gap in forte riduzione...
A leggere questo ambizioso programma di riforma economica – che però ora affronta tre mesi almeno di scioperi “alla francese”, relativamente duri – si potrebbe pensare che il governo si sia mantenuto molto prudente nelle sue stime, ma non è così. La Francia prevede anche di ridurre l’output gap, pari al -1,6% del pil nel 2016 e stimato nel -1,1% per il 2017, per azzerarlo tra 2019 e 2020 e renderlo positivo nel e portarlo fino al +1,1% nel 2020.

...senza pressioni sull’inflazione
Il superamento della crescita potenziale e la riduzione dell’output gap dovrebbero inoltre essere realizzati senza pressioni sull’inflazione – governata è vero dalla Bce, ma a livello di Eurozona, e non certo di singolo paese – prevista all’1,75%. È una scommessa in parte opposta a quella della Bce: mentre la Banca centrale crede che la riduzione del gap, lentamente, si tradurrà in un’accelerazione dei prezzi, Parigi punta alla loro stabilità fino al 2022. Non è detto che sia la Francia ad aver torto, ma è comunque una scommessa , per giunta un po’ strumentale.

Anni elettorali in vista
Ambiziose – ma non è questa la valutazione della Hsbc... – appare anche la frenata delle spese pubbliche, su cui il governo Philippe scarica tutto il peso del riequilibrio, in anni che, a parte il 2018, sono ricchi di elezioni: le europee sono previste nel 2019, municipali nel 2020, dipartimentali e regionali nel 2021 e infine presidenziali e legislative nel 2022. È noto che in coincidenza dei voti è molto difficile per un governo resistere alle pressioni per aumentare o almeno mantenere il livello delle spese pubbliche.

Spese pubbliche in frenata

La legge pluriennale prevede invece un rallentamento delle uscite pubbliche, in termini reali: la loro crescita dovrebbe passare dallo 0,6% di quest’anno – e lo 0,7% del prossimo – allo 0,3% nel 2020, lo 0,2% nel 2021 e lo 0,1% nel 2022. Tra i progetti, la riduzione dei dipendenti pubblici (120mila persone) e la riorganizzazione del settore pubblico e i tagli alle spese della sanità (soprattutto attraverso misure organizzative). In ogni caso, non sarà facile.

Rendimenti in rialzo
Su tutto questo scenario pesa – in Francia come in Italia e in tutta Eurolandia – la lenta, ma ormai programmata, normalizzazione dei tassi della Bce. «La Francia – sottolineano Vigna e Balboni - ha beneficiato enormemente della politica monetaria espansiva della Bce attraverso bassi rendimenti; ma ha fatto molto meno per riequilibrare la propria posizione fiscale, che è in realtà peggiorata dal 2014. Rendimenti più alti, alla fine del qe, potrebbero rendere ancora più difficile ridurre il deficit francese».

Pressioni crescenti dalla Ue
Non è detto che tutto vada male, che il programma sia contraddittorio. Comporta però una forte incertezza. La conclusione che se ne può trarre è che le pressioni della Commissione Ue sulla Francia di Emmanuel Macron – che ha affidato una parte importante della sua strategia politica ed elettorale all’europeismo – non termineranno con la fine della procedura di deficit eccessivo, prevedibile nelle prossime settimane. Saranno però solo un segnale delle difficoltà che il governo di Parigi ha ancora davanti a sé nel riequilibrare un’economia che non può certo essere definita sana.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti