alimentare

Parmacotto fuori dalla crisi grazie ai creditori

di Micaela Cappellini


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3' di lettura

«Questa è la storia di un turnaround impossibile». Andrea Foschi oggi siede nel Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, ma per quasi quattro anni, tra il 2014 e il 2018, è stato il coordinatore degli advisor della crisi Parmacotto. Un’azienda schiacciata dai debiti, che ha attraversato le secche del concordato in continuità e che invece da un anno ha un nuovo proprietario, un fatturato in decisa crescita e un’acquisizione appena messa a segno negli Stati Uniti.

Se la ricorda bene, Andrea Foschi, la storia della Parmacotto. Perchè «è la dimostrazione che i concordati in continuità possono davvero salvare le aziende». La dimostrazione che là dove le banche non arrivano a sostenere le imprese, possono arrivare gli strumenti della finanza partecipativa: i creditori, anziché avventarsi sulle spoglie delle aziende in crisi per esigere quel che spetta loro, scelgono di diventare di fatto i finanziatori dell’azienda. Fanno un passo indietro, danno loro fiducia. E così facendo, salvano le imprese capaci di produrre, ma soprattutto salvano i posti di lavoro. La remise en forme di Parmacotto, insomma, è un modello da seguire.

Dal 15 marzo dell’anno scorso l’azienda è proprietà della famiglia Zaccanti, che ha reinvestito qui parte dei proventi della vendita di Saeco e Caffitaly. Il fatturato della nuova Parmacotto, che nel 2015 era di soli 55 milioni, l’anno scorso è stato di 70 milioni e quello stimato per il 2019 è addirittura di 90. I dipendenti, in un anno, sono passati da 150 a 165. E a febbraio ha acquisito il 70% dell’americana Cibo Italia (ora rinominata Parmacotto LLC), che importa e processa salumi dall’Italia e che sarà la base di partenza per la riconquista del mercato a stelle e strisce.

Però, la sua poteva essere tutta un’altra storia. Quando è arrivato, Andrea Foschi, il pool degli advisor del crack Parmacotto aveva come unico obiettivo la vendita del marchio: pronti, nel cassetto, c’erano un contratto da sei milioni di euro per il brand e lauti compensi per tutti i portatori d’acqua all’affare. Colossi come Cremonini e Amadori aleggiavano sulle sue spoglie. Ma di un futuro, per i due stabilimenti e per i dipendenti, non c’era nessuna traccia.

Foschi si impunta, nomina nuovi advisor e cerca un manager «che di lavoro facesse il manager, e non necessariamente il commercialista o il revisore di conti». Sulla piazza di Parma trova Andrea Schivazzappa, «uno bravo», dice. Talmente bravo che dopo aver traghettato l’azienda fuori dal concordato in continuità, è stato confermato da Zaccanti e ancora oggi ricopre il ruolo di ad.

La partita a dadi di Parmacotto si gioca tutta tra la fine del 2014 e il 2016. Due anni difficili. Si parte con il deposito del concordato in bianco: «Quattro mesi dopo - racconta Foschi, che intanto assume la presidenza dell’azienda in crisi - avevamo ancora flussi di cassa negativi per 2,4 milioni». Se i commissari avessero voluto rispettare i cavilli alla lettera, avrebbero fatto scorrere i titoli di coda. «E invece - riconosce Foschi - sono stati illuminati». Poi c’è stato il sequestro, durato 20 giorni, «fino a che il Pm opta per la confisca dei 9 milioni che avevamo in banca». L’azienda riapre, e solo Schivazzappa sa come ce l’ha fatta a stare in piedi, con solo 200mila euro sul conto.

Due anni difficili, ma mai un giorno di sciopero. «E nemmeno un licenziamento - ricorda con orgoglio l’ad - durante la crisi abbiamo solo avuto una trentina di uscite volontarie incentivate. Nell’ultimo anno abbiamo assunto una quindicina di persone, ed altre siamo pronti ad assumerne. Niente interinali o cooperative, tutte a tempo indeterminato».

Alla fine, la sentenza del Tribunale di Parma del dicembre 2016 stabilisce la cancellazione di poco meno della metà dei 100 milioni di debiti incamerati dai vecchi proprietari, la famiglia Rosi. Fissa il rimborso dei piccoli fornitori e delle banche con un stralcio del 75%. E converte in capitale parte del credito dei fornitori principali: Levoni, da una parte, e la famiglia Fiandri, dall’altra. Che di fatto sono i primi salvatori della Parmacotto. Peccato che da ultimo, per la loro esposizione, i Fiandri ci rimetteranno una delle loro due imprese, la Fimar Carni.

L’happy end arriva il 15 marzo dell’anno scorso, con Giovanni Zaccanti che acquista i due stabilimenti. Soddisfatto? «Lo rifarei - dice - cercavo un grande marchio italiano, nel cuore della Food valley parmigiana. Ho studiato il caso Parmacotto per sei mesi e ho capito che si trattava di due stabilimenti pronti per dare ulteriore sviluppo all’azienda». Quella di Zaccanti non è una speculazione finanziaria: «Volevo un’azienda che potesse dare un futuro alla mia famiglia dice - e l’ho trovata. Con me lavora mio genero e mia figlia siede nel consiglio. Sono qui per restare».

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