analisiinaugurazione anno giudiziario

Quello scarto insostenibile tra «idee» e realtà

di Donatella Stasio

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(Piero Cruciatti / LaPresse)

3' di lettura

Come le “idee” platoniche spiegate da Benedetto Croce alla sua cuoca, anche le politiche della giustizia sembrano «tanti caciocavalli appesi», un metafisico cielo di misure senza gambe e braccia per muoversi.

L’effetto-caciocavallo è emerso dalle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario nei 26 distretti di Corte d’appello dove - con buona pace dell’inversione di tendenza» celebrata in Parlamento e in Cassazione - Presidenti e Pg hanno raccontato una «giustizia al collasso»; «sommersa dalle prescrizioni»; alle prese con «mafie vecchie e nuove», con una «corruzione crescente» e con il «dilagare della criminalità economica»; che vive «sul precariato» ed è privata delle risorse umane – cancellieri e magistrati – indispensabili per garantire tempi ragionevoli dei processi. L’indice è puntato contro il ministro della Giustizia, responsabile per Costituzione dell’organizzazione degli uffici giudiziari, e l’accusa non fa sconti neppure a un ministro stimato come Andrea Orlando, che da qualche tempo scarica sulle toghe una serie di performance negative degli uffici e, soprattutto, insiste nel bollare come «corporativa» la protesta dell’Anm contro il decreto legge-Renzi di proroga dell’età pensionabile di un pugno di ermellini della Cassazione, con il quale il governo «si è scelto i magistrati da tenere in servizio».

Peraltro, l’effetto-caciocavallo non risparmia neppure il Csm, vissuto dalle toghe come un’entità sempre più lontana, le cui riforme non trovano riscontro nella realtà - per esempio delle nomine dei direttivi - al punto che tanti magistrati, soprattutto donne (che ormai sono più della metà in organico), pur a un passo da possibili incarichi direttivi, preferiscono andarsene in pensione prima dei 70 anni voluti dal governo Renzi come dead line.

Potrebbero sembrare alibi, per giustificare la perdurante inefficienza del servizio giustizia, di cui – a dispetto delle riforme e dei trend – cittadini e imprese continuano ad essere vittime quotidiane. Potrebbe sembrare la difesa estrema di chi - nonostante il riconoscimento dell’alta produttività e qualità della risposta nel panorama europeo – oggi viene additato come casta, responsabile di errori giudiziari, fomentatore di un processo mediatico colpevolista che inficia la fiducia nella giustizia. E tuttavia, il film di ieri testimonia uno scarto oggettivo tra «idee» e realtà che non va sottovalutato, perché la sottovalutazione produce non solo stagnazione ma anche conflittualità.

Lo scarto si coglie immediatamente nella vicenda del decreto legge ad personas sulla proroga delle pensioni. È sbagliato liquidare in termini corporativi la posizione dell’Anm, anche se la sua prima reazione ha fatto pensare che l’obiettivo delle toghe fosse soltanto la proroga a 72 anni per tutti. Non si possono chiudere gli occhi di fronte a un decreto legge con cui il governo si è assunto la prerogativa di scegliere quali magistrati trattenere in servizio e quali no, a prescindere dalle qualità di quei magistrati. Questa è la gravità di quella scelta politica, che ci riporta indietro di mezzo secolo. Manipolarla significa negare princìpi fondamentali, che non sono caciocavalli appesi ma «sangue vivo - diceva Piero Calamandrei - che scorre nelle vene». L’errore è ormai irrimediabile, ma Orlando – al quale non manca onestà intellettuale – dovrebbe almeno riconoscerlo politicamente.

È vero, poi, che sulle politiche del personale c’è stata un’inversione di tendenza perché dopo vent’anni si sono rimesse in moto le assunzioni, ma non si può non vedere che tempi e procedure sono inadeguati a un’emergenza che svuota gli uffici non foss’altro perché escono più persone di quante ne entrano. Questa è una responsabilità politica, ma forse non così ineludibile se in ballo c’è l’efficienza di un servizio da cui dipende, tra l’altro, anche la competitività del sistema Paese.

Ancora: riforme annunciate, come la prescrizione, stentano a sbarcare nei Tribunali in una versione efficace a causa di contrasti nel governo (e nel Pd), frenando anche altri interventi acceleratori del processo, seppure non sempre coerenti. Scaricare quest’impasse politica sui Pm o sui processi mediatici (al di là di responsabilità specifiche che sicuramente ci sono) è solo un parlar d’altro, con conseguenze dannose sulla legittimazione della giustizia e sull’informazione, nonché sulla necessità di una “comunicazione giudiziaria” che, semmai, va coltivata in forme migliori, e non censurata.

Ma forse l’effetto-caciocavallo sconta anche una coincidenza temporale: una stagione politica sta finendo, la legislatura è agli sgoccioli e il clima da campagna elettorale in cui già siamo finiti non favorisce analisi pacate e ponderate su una realtà delicata come la giustizia.

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