Sport e Business

In Serie A c’è sempre meno concorrenza

di Marco Bellinazzo


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(Olycom)

4' di lettura

La Serie A è candidata non protagonista all’oscar di campionato di calcio meno equilibrato al mondo. Ad esclusione di quello portoghese, infatti, il torneo italiano è quello in cui le squadre meno forti riescono a racimolare il minor numero di punti rispetto a quelli accumulati dai club più facoltosi che, normalmente, dominano la classifica.

Il competitive balance non è un concetto astratto, perchè dal grado di equilibrio e di “contendibilità” interna si misura l’appeal di un prodotto sportivo, il suo gradimento per gli appassionati e in ultima analisi il suo valore per sponsor e tv. Negli Stati Uniti il competitive balance è il principio in base al quale sono state fissate le regole basilari per disciplinare gli sport professionistici (dal draft al salary cap). Per gli americani solo una manifestazione in cui, prima o poi, tutti i partecipanti hanno la chance di vincere, vale la pena di essere seguita.

A questi criteri si sono ispitrati anche nella Major League Soccer e in quelle realtà europee che hanno scelto di ripartire le risorse collettive (in primis gli introiti televisivi) in maniera più equa possibile.

Il dato empirico dello squilibrio competitivo è palese se si osserva la graduatoria della stagione in corso, in cui le tre compagini destinate a retrocedere nel campionato tricolore hanno messo assieme, finora, appena 39 punti. Il bottino meno copioso fra le principali competizioni del Vecchio Continente. Le tre formazioni peggiori hanno raggiunto, in effetti, quota 58 in Premier, 54 in Germania, 42 in Spagna, 48 in Portogallo, 52 in Turchia, 55 in Olanda e addirittura 72 in Francia. In Russia, le ultime tre in classifica hanno conseguito complessivamente 33 punti, ma Oltrecortina si sono giocate fino a questo momento 17 giornate contro le 25 della Serie A.

Tuttavia, lo scarso competitive balance del campionato italiano emerge anche da un’analisi storica relativa alle ultime cinque stagioni.

Nell’analisi compiuta da Sport & Business sono stati conteggiati, per ragioni di omogeneità, i punti conquistati, fra la stagione 2011/12 e la stagione 2015/16, dalle cinque squadre con i fatturati più elevati e da quelle che si sono piazzate agli ultimi cinque posti dei 12 principali campionati mondiali. Successivamente, la somma dei punti ottenuti dalle peggiori cinque formazioni nel quinquennio è stata rapportata a quella delle squadre più blasonate e ricche.

Questo rapporto indica, attraverso un metodo che non aspira certamente a essere scientifico, ma che non è meno significativo, il volume dei risultati che i club più deboli sono stati in grado di ottenere.

Ad esempio, il campionato più equilibrato si è dimostrato quello nordamericano. Nella Mls i team finiti in fondo alla classifica hanno totalizzato, fra il 2012 e il 2016, il 65% dei punti messi a referto dalle franchigie con i più larghi giri d’affari (Seattle Sounders, Los Angeles Galaxy, Portland,Houston Dynamo e New York Red Bulls).

Il campionato meno equilibrato, la Primeira Liga portoghese, al contrario presenta un indice di competitività interno del 42 per cento. In pratica, i cinque club meno forti hanno incamerato 4,2 punti per ogni 10 punti assegnati alle società lusitane con le maggiori risorse ecomiche (Benfica, Porto, Sporting Lisbona, Braga e Vitória Guimarães).

Elevati indici di competitive balance si riscontrano nel Brasileirão. Nel massimo campionato brasiliano di calcio, ci si attesta al 63%, soprattutto come conseguenza dei bilanci altalenanti (sportivi e finanziari) dei club di punta come Corinthians, San Paolo e Flamengo. La Chinese Super League si arriva al 60 per cento. La nuova recente età dell’oro del calcio cinese fa da contraltare a un periodo precendente di serie difficoltà (frutto anche di scandali legati al calcioscommesse) che ha lassciato spazio a molti cambi di proprietà delle formazioni di vertice, come lo Jangsu passato da meno di due anni a Suning.

Tra i cinque principali campionati europei la Ligue 1 francese è quella in cui c’è maggiore contesa (55%), al netto della forza del Psg qatariota che si è accaparrato il titolo transalpino nelle ultime quattro stagioni.

In Bundesliga, la forza trainante di Bayern Monaco e Borussia Dortmund ha invece spinto l’indice di competitive balance sotto il 50 per cento e precisamente al 48 per cento. In pratica, in Germania le cinque squadre messe peggio conquistano meno della metà dei punti delle cinque big.

Premier League britannica e Liga spagnola poi presentano un livello di concorrenza interna analogo. Il barometro per entrambi i tornei è pari a un percentuale del 46,7 per cento. La pressione esercitata dalle cinque società con il fatturato più alto (Manchester United, Manchester City, Chelsea, Arsenal e Liverpool in un caso, Real, Barcellona, Atletico Madrid, Siviglia e Valencia nell’altro) sul resto dei competitors è la stessa.

La Serie A, infine, mostra un parametro di competitive balance del 45,6% tra i più scarsi del panorama internazionale, peraltro crollato nella stagione 2016/17, in cui il punteggio accumulato dalle cinque squadre peggio posizionate (86 punti) equivale al 32% di quello raggiunto da Juve, Roma, Napolim Inter e Milan.

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