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Tim, dopo l’Agcom l’affondo di Elliott: «Subito lo scorporo della Rete»

di Antonella Olivieri


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3' di lettura

«La decisione di Agcom conferma che il progetto di Vivendi di mantenere l'intero capitale di NetCo in Tim non solo non crea valore per gli azionisti, ma è
considerata insufficiente anche per un cambiamento del quadro regolatorio». Il fondo Elliott passa al contrattacco dopo lo stop dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni al progetto di scorporo della rete Telecom e ribadisce stamani che «l’attuale cda debba intraprendere senza ulteriori ritardi i passi necessari per la creazione e la separazione di una rete unica, che possa creare valore per l'azienda e i suoi dipendenti, per gli azionisti e per il sistema Paese».

«I recenti risultati finanziari e la decisione di Agcom - aggiunge un portavoce di Elliott - evidenziano che le decisioni del precedente Cda sotto il controllo di Vivendi, motivate da presunte ragioni industriali, hanno avuto come risultato un anno di distruzione di valore e di tempo perso a spese di Tim, dei suoi azionisti, e dell'intero Paese».

In precedenza Agcom aveva “bocciato” il progetto di separazione volontaria della rete Telecom, ritenendo che non cambiasse in sostanza il contesto di mercato nel quale l’ex monopolista conserverebbe un «significativo potere». L’Authority presieduta da Angelo Marcello Cardani è arrivata alla stessa conclusione di sei anni fa, quando lo scorporo fu accantonato: nessun dividendo regolamentare è possibile, fintanto che la rete resta di proprietà dell’incumbent.

Le valutazioni dell’Autorità delle comunicazioni - un documento di 454 pagine pubblicato sabato sul sito, in avvio della consultazione pubblica che durerà 45 giorni - non mancheranno di incidere sul nuovo piano industriale che Telecom sta mettendo a punto e che l’ad Luigi Gubitosi presenterà in cda il prossimo 21 febbraio. Sullo snodo centrale della rete, a quanto risulta, il management della società sta già studiando le implicazioni di tutte le ipotesi, compresa quella di soprassedere ancora una volta sulla societarizzazione della rete, nell’ottica comunque di mantenere il controllo della preziosa infrastruttura che garantisce margini elevati.

La posizione che Telecom prenderà a riguardo non sarà irrilevante nel braccio di ferro in corso nell’azionariato, con il fondo Elliott, che oggi esprime dieci consiglieri su 15 (lo stesso Gubitosi viene dalla lista di maggioranza), schierato a favore della nascita di una società della rete da aprire a terzi, e Vivendi che, pur avendo avviato l’iter di separazione con il precedente ad Amos Genish, è arroccata sul controllo dell’infrastruttura. Assodato che il processo di spin-off non porterebbe comunque benefici regolamentari di rilievo, la costituzione di una NetCo da quotare in Borsa potrebbe essere varata dal solo cda, mentre, se la rete restasse in pancia a Telecom, Vivendi recupererebbe in pieno il suo potere di veto nell’ipotesi di una fusione con Open Fiber (joint Cdp-Enel per la rete in fibra ottica), dal momento che, con la sua quota del 23,94%, disporrebbe di una sicura “minoranza di blocco” nelle assemblee straordinarie dove per deliberare serve l’assenso dei due terzi del capitale presente.

    Dunque, l’Agcom - si legge nel documento pubblicato sul sito - «ritiene che non vi siano impatti del progetto di separazione di Tim sulla definizione del mercato rilevante - sia a livello merceologico sia a livello geografico - nonchè sulla posizione di significativo potere di mercato della società Tim», né che vi siano impatti «sulla definizione del mercato rilevante dei servizi di accesso all’ingrosso di alta qualità in postazione fissa, e sulla relativa determinazione del significativo potere di mercato».

    La separazione avrebbe riflessi solo in tema di non discriminazione, controllo di prezzo e separazione contabile, determinando la necessità di «declinare differentemente gli obblighi di non discriminazione, incluse le modalità di effettuazione dei test di prezzo», e «una revisione del modello di separazione contabile». Questo almeno finchè l’incumbent mantiene il controllo della rete, dato che - nota l’Agcom - spaccare il gruppo in una società della rete e una dei servizi, entrambe di proprietà, significherebbe che Telecom manterrebbe comunque «l’incentivo e la capacità di favorire le sue società, attive sia nei mercati all’ingrosso sia nei mercati al dettaglio di accesso alla rete fissa».

    La notifica Tim del 6 marzo, che è allegata alla documentazione, prevedeva infatti «la creazione di una società separata(“NetCo”) controllata al 100%», benchè «gestita da organi direttivi distinti con pieni poteri esecutivi». Alla NetCo dovrebbero essere trasferiti infrastrutture passive, apparati della rete di accesso, proprietà immobiliari e asset immateriali, nonchè risorse umane, necessari alla «realizzazione, gestione, manutenzione e fornitura della rete d’accesso rame/fibra, inclusi gli apparati attivi per l’erogazione dei servizi Vula e Bitstream». Secondo Telecom la NetCo sarebbe così un operatore “wholesale only” al pari di Open Fiber, anche se, restando controllata, non godrebbe del trattamento normativo più favorevole riservato ai gruppi non verticalmente integrati.

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