Grandi collezionisti

Wunderkammer in via Rasella

di Marco Carminati

6' di lettura

La mostra La stanza di Filippo de Pisis, aperta a Villa Necchi Campiglio di Milano fino al 15 settembre, offre la preziosa occasione di riscoprire - come recita il sottotitolo - Luigi Vittorio Fossati Bellani e la sua collezione. E infatti, venendo a visitare la villa-gioiello di FAI, non solo si può vedere parzialmente ricomposto uno dei nuclei più interessanti della collezione Fossati Bellani (quello appunto coi De Pisis, i Rosai, i Savinio e gli Antony De Witt), ma è possibile ripercorre l’intera parabola umana e intellettuale di quest’imprenditore, collezionista e mecenate lombardo oggi un po’ dimenticato, che fu tra i protagonisti della cultura italiana degli Anni Trenta e che perì drammaticamente a Roma nel 1944 a seguito dell’attentato di via Rasella, la strada dove si trovava la sua casa-museo.

L’agile catalogo Skira, pubblicato dai curatori Roberto Dulio e Paolo Campiglio, si rivela ricco di contributi e testimonianze capaci di restituire un ritratto dettagliato del nostro protagonista. Luigi Vittorio Fossati Bellani (1889-1944) proveniva da una famiglia di imprenditori cotonieri di Monza che, alla fine dell’Ottocento, possedeva 400 telai e dava lavoro a 600 operai, e che nel 1899 aveva acquisito un secondo cotonificio a Sondrio. A capo dell’impresa c’era Felice Fossati (1850-1916), il quale, sposando Antonietta Bellani, generò con lei sei figli: Alberto, Tullio, Giuseppina, Silvio, Luigi Vittorio e Jole. Papà Felice e mamma Antonietta decisero di comune accordo che a tutti i figlioli sarebbe stato assegnato il doppio cognome di Fossati Bellani.

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Quanto Felice Fossati morì nel 1916, la direzione dell’azienda passò nelle mani del primogenito Alberto Fossati Bellani, coadiuvato dal fratello Silvio. Gli altri due figli maschi, Tullio e Luigi Vittorio, svolsero in azienda mansioni per lo più di rappresentanza e si poterono dedicare con assiduità alla loro grande e condivisa passione: il collezionismo artistico. Le sorelle contrassero invece importanti matrimoni. Jole Fossati Bellani sposò l’ingegner Ernesto Baslini; mentre Giuseppina Fossati Bellani convolò a nozze con Aldo Crespi, uno dei proprietari del «Corriere della Sera»: dalla loro unione sarebbe nata Giulia Maria Crespi, l’attuale presidente onoraria del FAI.

I fratelli Tullio e Luigi Vittorio si distinsero dunque, in seno alla famiglia, per la passione per l’arte e il collezionismo. Le loro abitazioni in corso Venezia a Milano (Tullio) e in via Rasella a Roma (Luigi Vittorio) erano talmente ricche di opere d’arte e di arredi da farle apparire delle autentiche Wunderkammer: due preziosi album fotografici (che fortunatamente si sono conservati) ci permettono di ammirare nel dettaglio la disposizione delle opere e degli arredi nelle due case Fossati Bellani.

Case, in verità, piuttosto differenti tra loro. La dimora milanese di Tullio ci appare del tutto convenzionale e altamente di rappresentanza, con sculture e frammenti architettonici dal Medioevo al Rococò posti accanto a fondi oro e dipinti del Rinascimento e del Settecento (da Defendente Ferrari a Camillo Procaccini e Gaspare Diziani); per concludere con mobili del Settecento.

Assai più originale appare invece la casa romana di Luigi Vittorio, ubicata nel Palazzo Grimani-Tittoni di via Rasella 155, in un vasto appartamento all’ultimo piano abitato in precedenza nientemeno che da Benito Mussolini. A casa di Luigi Vittorio spiccava innanzitutto la presenza dei libri ordinatamente disposti sugli scaffali, a testimoniare l’attività di studioso del proprietario e la sua passione per la bibliofilia. Dopo aver compiuto studi di ingegneria in Germania (dove aveva appreso perfettamente il tedesco), e dopo aver assolto il servizio militare durante la Grande Guerra, Luigi Vittorio aveva cominciato a frequentare Venezia e Firenze dedicandosi allo studio della storia dell’arte. In particolare, venne attratto dall’iconografia di san Sebastiano e dalle opere scultoree di Michelangelo: su questi due temi raccolse molta documentazione fotografica, che poi donò generosamente al Kunsthistorisches Institut di Firenze e di Roma. A Firenze conobbe il poeta e scrittore Marino Moretti che, a sua volta, gli presentò Filippo de Pisis, di cui Luigi Vittorio divenne subito un entusiasta collezionista.

Assieme ai libri d’arte e di viaggio (questi ultimi studiati in catalogo da Luca Clerici e confluiti nella Biblioteca Ambrosiana di Milano), nella casa di via Rasella spiccavano preziose raccolte di maioliche (illustrate in catalogo da Raffaella Ausenda), bastoni processionali, orologi da tavolo, vetri veneziani e sculture del prediletto san Sebastiano. Alle pareti si ammiravano invece quadri di de Pisis, Antony de Witt, Savinio, Rosai e Mose Levy.

Giulia Maria Crespi conserva ancor’oggi un vivido ricordo dell’uomo e della sua singolare casa-museo. Intervistata in catalogo da Roberto Dulio, così ha tratteggiato il fratello di sua madre Giuseppina: «Era il più amato degli zii, e ricordo con amore la casa di via Rasella dove periodicamente ero ospitata. Credo che mi volesse bene, forse perché entrambi non eravamo conformisti. Luigi Vittorio non riceveva apprezzamenti laudativi in famiglia, ma era comunque tenuto in considerazione da mio padre Aldo, al quale suggeriva collaboratori per il Corriere della Sera, segnalava articoli ma anche critiche sulla conduzione del quotidiano. Quando lo zio Vittorio morì mi disperai e piansi moltissimo».

La morte di Luigi Vittorio Fossati Bellani avvenne in circostanze davvero drammatiche. Le dirette testimonianze del suo medico Arnaldo Pozzi e dell’amico Marino Moretti (riproposte in catalogo) permettono di ricostruire con precisione la sequenza dei fatti che provocarono il decesso del «signore di via Rasella», come lo chiamavano gli amici intellettuali. Il dramma ebbe inizio il 23 marzo 1944: alle 15 e30 una violenta detonazione lacerò l’aria di Roma e fece tremare gli edifici dalle fondamenta. Un ordigno collocato dalle formazioni partigiane proprio dinnanzi a Palazzo Tittoni in via Rasella aveva provocato la morte subitanea di 32 soldati tedeschi e di due civili italiani, oltre a lasciare a terra un numero ingente di feriti.

I tedeschi reagirono all’attentato immediatamente e con violenza: entrarono in tutte le case di via Rasella e trascinarono fuori brutalmente i residenti. Luigi Vittorio Fossati Bellani rimase coinvolto nella retata e visse ore d’autentica angoscia. Dapprima sfuggì alla fucilazione sommaria, lì per strada, che nazisti e fascisti avevano in animo di mettere in atto subito. Ma cambiarono idea. Fossati Bellani e gli altri residenti vennero portati al Viminale. E qui il collezionista si rese conto del tragico destino che stava attendendo tutti quanti: comprendendo alla perfezione la lingua di Goethe, capì che il piano della rappresaglia era di passare per le armi dieci italiani per ogni tedesco ucciso. Fossati Bellani trascorse il tempo nel terrore della consapevolezza, contando i compagni di prigionia che - a dieci alla volta - venivano prelevati dalla cella. Gli sventurati non capivano il tedesco e dunque pensavano di essere liberati: invece stavano andando a morire alle Fosse Ardeatine. Fossati Bellani, che annichilito attendeva il suo turno, ebbe salva la vita: inspiegabilmente il suo cognome non risuonò negli appelli della morte. E venne rilasciato. Tumefatto per le percosse ricevute e sconvolto per l’esperienza vissuta, il collezionista tornò a casa in via Rasella. Ma sopravvisse solo qualche giorno: fece in tempo a far celebrare una Messa di suffragio per le vittime delle Fosse Ardeatine e poi, il 3 aprile 1944, morì nel sonno a 55 anni fulminato da un infarto. Luigi Vittorio era da tempo cardiopatico ma certamente le violenze subite e il pesante stress vissuto accelerarono drammaticamente la fine.

Di lì a poco un’altra sciaugura si sarebbe abbattuta sui fratelli Fossati Bellani: il 14 aprile 1945 Silvio trovò una morte assurda durante l’attacco di una formazione partigiana che, sulla strada per Sondrio, aveva scambiato la sua auto per quella di un gerarca fascista. Il 30 ottobre 1945 si spense anche il fratello primogenito Alberto.

Toccò a Tullio Fossati Bellani prendere in mano le sorti delle aziende e, in particolare, curarsi dell’appartamento romano di Luigi Vittorio, che venne lasciato inalterato fino al 1961, anno della scomparsa di Tullio. Poi arrivò lo smembramento: alcune opere rimasero di pertinenza della famiglia Fossati Bellani, altre vennero rimesse sul mercato. La mostra di Villa Necchi offre la sorpresa di rivedere insieme - ancora una volta - i quadri che decoravano la Wunderkammer di via Rasella.

Le stanze di Filippo de Pisis. Luigi Vittorio Fossati Bellani e la sua collezione
Milano, Villa Necchi Campiglio;
fino al 15 settembre. Catalogo Skira

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