teatro

10 stelle per la danza

Questi i protagonisti dell’anno più duro per la danza

di Silvia Poletti

Natalia Makarova

6' di lettura

Nell'annus horribilis dello spettacolo dal vivo e con un 2021 incerto sul quale i tragici effetti collaterali della pandemia gettano già ombre nefaste (tanto da far cancellare per il primo semestre le stagioni di colossi come l'American Ballet Theatre) sembra paradossale individuare dieci significative personalità della danza – arte come nessuna mai devota al movimento, allo spazio e al contatto fisico. Eppure la danza -con la sua storia, i suoi protagonisti, le sue figure leggendarie- ha continuato a ‘muoversi' e anche in questo 2020 ha messo in evidenza personalità e fatti davvero importanti. Ne abbiamo scelti dieci, che riportiamo in ordine assolutamente casuale.


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Jacopo Tissi

Essere scelto per la diretta mondovisione dell'iconico Lago dei Cigni del Balletto del Bolshoi di Mosca lo scorso febbraio la dice lunga su quanto il venticinquenne danzatore di Landriano sia ormai considerato a tutti gli effetti una punta di diamante della prestigiosa compagnia russa. E di conseguenza uno dei nomi nuovi del balletto mondiale per gli anni a venire. Con la sua conclamata bravura e irresistibile ascesa Tissi viene qui idealmente a rappresentare i molti talenti italiani che, ora più che mai, abbelliscono i vertici di grandi compagnie di danza in tutto il mondo e dei quali però ahimè poco si sa in Italia.

Debbie Allen

Chi non la ricorda nei panni di Lydia Grant, la severa insegnate di danza della NYC High School of Performing Arts del film (e serie televisiva) Fame-Saranno famosi? Vincitrice di Emmy e Tony Awards per le sue interpretazioni a Broadway, onorata da una stella nella Walk of Fame, maestra delle nuove generazioni dello showbiz americano, Allen quest'anno si è messa in evidenza per l'appassionato sostegno al movimento Black Live Matter, partecipando alle manifestazioni seguite all'assassinio di George Floyd e sensibilizzando incessantemente, anche via social, alla causa della discriminazione verso gli afroamericani. Una testimonianza potente subito rilanciata da danzatori e coreografi che, ispirati dal suo slancio, hanno trasformato la danza in un interessante esempio di attivismo civile.

David Toole

Per molti in Italia la scoperta di David Toole fu in un lontano festival Romaeuropa, dove la compagnia di physical theatre DV8 presentava il potente The cost of living di Lloyd Newson. David- privo delle gambe- danzava la durezza della vita e i minimi sprazzi di felicità oscillando e volteggiando sulle braccia, agili e scattanti. E abbagliante nella sua intensità poetica dimostrava così che la danza “si può fare” sempre, perché è ben altro dal semplice atletismo. Non a caso con CanDoCo, la prima e più importante compagnia di danzatori abili e disabili, David è stato un pioniere del genere, oggi diventato una importante corrente artistica mondiale, riuscendo a elevarlo a forma d'arte tour court, al di là dei vincoli del politicamente corretto e dell'obbligo morale all'inclusività. Ed è proprio questa l'eredità più importante che ci ha lasciato, spengendosi a soli 56 anni lo scorso ottobre.

Natalia Makarova

La sua fuga in Occidente, nel 1970, fece meno scalpore di quella di Nureyev, nove anni prima. I tempi del resto stavano cambiando; Willy Brandt iniziava il disgelo. Natasha Makarova (80 anni lo scorso 21 novembre), pur nota nel ristretto mondo ballettofilo per lo squisito lirismo di scuola russa, si trovò così ben presto sola, senza conoscere una parola di qualsiasi lingua che non fosse il russo, a prendere coraggiosamente in mano la sua vita. Dalla sua aveva solo la danza. E però proprio con questa è riuscita a imporsi prima negli Stati Uniti e poi nel mondo per la sua arte sopraffina, ma anche per la ‘modernità' con cui ha sdoganato, ironica e intelligente, il ruolo divistico della “prima ballerina”, rompendo tra le prime gli schemi tra alto e basso, senza però mai abdicare all'incredibile allure del suo estro. Che la rende oggi una leggenda vivente.

Francesca Hayward

Dopo Margot Fonteyn e Darcey Bussell il balletto britannico ha sicuramente trovato la nuova regina con cui primeggiare sulla scena della danza mondiale. Ed è una regina perfetta per questi tempi globalizzati e inclusivi,dove la sua delicata bellezza esotica (è metà keniota metà inglese) è veramente emblema di una società che cambia. Francesca Hayward, 28 anni, principal dancer del Royal Ballet, sta così velocemente salendo all'olimpo delle vere star di cui ha glamour e grazia. Se n'è accorto anche il cinema, che l'ha voluta nel ruolo della gattina bianca Victoria per Cats e poi come alter ego danzante di Audrey Hepburn nel nuovo documentario Audrey già in vendita in dvd. Ma per vedere l'intensa qualità del suo recitar-danzando da non perdere un altro film, nel quale con echi zeffirelliani William Trevitt e Michael Nunn hanno ripreso in location reali il Romeo e Giulietta di Mac Millan e Francesca ricorda da vicino l'irruente freschezza di Olivia Hussey

Silvia Gribaudi

Nonostante gli stop-and-go della stagione teatrale 2020, che ha ridimensionato esponenzialmente il suo calendario, la coreografa e performer torinese Silvia Gribaudi è stata tra le più attive e programmate dell'anno grazie al recente Graces nel quale applica al movimento la sua spiccata vena dissacratoria e comica: tre hipster a fare passi accademici intorno a lei che sa sfruttare la propria corposa fisicità per giocare di paradossi e parodie davvero divertenti. Per Silvia però ora è arrivato il momento di affrontare nuove sfide, soprattutto con sé stessa e la sua comfort zone. Il rischio, se no, è di farsi imbrigliare in cliché.

Wayne McGregor

Dopo l'opaca progettualità del quadriennio affidato alla canadese Marie Chouinard, la sezione danza della Biennale di Venezia sembra aver invertito la rotta con la nomina alla sua direzione del coreografo inglese Wayne McGregor. Perché è presto detto. Sperimentatore nel linguaggio del movimento e nelle modalità di interconnessione tra corpo e mente, raffinato metteur en danse capace di stabilire collaborazioni eccellenti con scienziati e intellettuali come di mettersi in discussione affrontando con assoluta originalità generi “tradizionali” (lo attesta il celebrato Woolf Works), oltre che generoso sostenitore di creativi meno protetti, il neocinquantenne McGregor promette di fare di Venezia un polo di attrazione e studio, confronto e crescita per spettatori e artisti. Con una particolare attenzione alle più giovani generazioni, “alle quali- dice- abbiamo il dovere di spianare la strada”. Visto i progetti da lui realizzati finora, c'è da credergli.

Crystal Pite

Di bellezza preraffaellita, la canadese Crystal Pite al giro di boa dei suoi primi 50 anni (il 15 dicembre) è nel ristretto novero dei coreografi più ricercati. Dal Royal Ballet all'Opéra di Parigi è capace di mettere in scena creazioni per sessanta danzatori di grande impatto visivo ed emozionale perché costruiti secondo le perfette regole della classicità sono attraversati da palpiti profondi. Ma è anche una sensibile esploratrice di nuove modalità di teatrodanza in piéces teatrali che non temono di toccare argomenti scabrosi. A Torinodanza si vide il suo Betroffenheit in cui il reale protagonista di una tragedia familiare sublimava il dolore incommensurabile subìto con parole e gesti di sconvolgente forza emotiva. Quest'anno si doveva bissare con The Revisor, graffiante satira contro il potere dall'Ispettore Generale di Gogol. Niente di fatto, purtroppo. Sarà per l'anno prossimo, speriamo.

Dimitris Papaioannou

Dimitris Papaioannou aveva in ponte per quest'anno una grande produzione sostenuta da molti teatri internazionali, tra cui anche alcuni nostrani. Sarebbe stata con ogni probabilità la definitiva consacrazione per il suo talento visionario e evocativo, dopo i grandi successi con la sua compagnia (tra cui The Great Tamer) e l'invito a creare per la compagnia di Pina Bausch. Per causa di forza maggiore tutto è posticipato. Ma nei mesi di chiusura Papaioannou ha messo a fuoco un “sogno” -tra mito, poesia, autobiografismi -e grazie alla disponibilità di due festival italiani- Torinodanza e Aperto Festival- ha realizzato INK. Un esempio di resilienza creativa, benefica per gli spettatori che sono accorsi ai quattro spettacoli e per l'artista greco che ha continuato così a farsi domande sull'esistenza, traducendo le suggestioni in immagini poderose che ci siamo portati con noi nel nuovo lock down.

Manuel Legris

È abituato ai colpi del destino, Manuel Legris, da quando la sua nomina ad étoile a Parigi venne annunciata a scena aperta da Maurice Béjart, mentre il suo direttore e mentore Rudolf Nureyev gli lanciava segni di diniego dalle quinte. Legris riuscì ad ingoiare lo shock della fake news ma pochi mesi dopo il titolo gli fu ufficialmente assegnato, lanciandolo nell'empireo di Palais Garnier e soprattutto nei cuori dei ballettofili di tutto il mondo, che ne hanno amato la raffinata statura di “classicista”, l'intelligenza interpretativa, la personalità teatrale, la devozione alla danza declinata da tutti i più grandi con cui ha lavorato. Un bagaglio che ha portato con sé quando, lasciata l'Opéra sommerso dai fiori al suo memorabile adieu, ha assunto la prima direzione, a Vienna, dove ha trasformato in dieci anni lo Staatsballett e l'ha imposto come una delle formazioni europee più interessanti. Ora tocca al Balletto della Scala dove Legris ha assunto ufficialmente la direzione il 1° dicembre, nel momento più difficile del teatro mondiale. Ma come si diceva è temprato alle sfide; sa motivare e trascinare i suoi danzatori e ora più che mai è pronto a farlo. Per poi -passato questo tempo cupo- portarli felicemente verso nuovi traguardi artistici.


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