STRENNE

10 viaggi in 10 libri, da regalare a Natale

di Antonio Armano


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(Agf Creative)

10' di lettura

Scrivere libri di viaggio non è mai stato così facile e quindi non è mai stato così difficile. Facile perché grazie a Internet qualsiasi luogo della terra è diventato accessibile se non privo di misteri, almeno a livello superficiale. Difficile per lo stesso motivo. Quale viaggio merita ancora di essere raccontato, se nel deserto dell'Atacama incontri la pensionata di Pinerolo? Quale scrittura, quale sguardo lo rende unico? Tra l'altro proprio Internet ha fornito un antidoto rendendo facilmente disponibili titoli ormai fuori catalogo che nel mondo analogico erano rintracciabili solo dai frequentatori delle librerie antiquarie e delle biblioteche, mentre oggi si trovano facilmente sui siti come ebay, Amazon o il più specialistico maremagnum. Sono libri di viaggi in un mondo che non esiste più, un pianeta che non si era ancora svelato del tutto.

I luoghi visitati sono ancora nello stesso posto, ma hanno cambiato volto, a volte nome e venduto l'anima. Viaggiare tra quelle pagine ingiallite diventa come fare un viaggio nel tempo. E allora quali sono i libri che vale la pena di leggere da regalare o regalarsi tra novità assolute, ristampe o rarità ormai a portata di un paio di click? Proverò stilare un decalogo, tenendo anche conto degli audiolibri, che in viaggio sono molto comodi.

1) Ilja Leonard Pfeijffer, La superba, Nutrimenti
Per fare narrativa di viaggio oggi non basta partire, bisogna non tornare. Trasferirsi in un luogo e raccontarlo con la passione del nuovo arrivato e l'esperienza che solo il tempo può trasmettere. Questo può fare la differenza. Gli esempi sono diversi: dal classico Addio Berlino di Cristopher Isherwood a un titolo più recente come Lungo la via incantata di William Blaker, che racconta la Romania rurale e si è fatto adottare da una famiglia di contadini del Maramureș imparando a falciare. Una decina d'anni fa lo scrittore olandese Ilja Leonard Pfeijffer, “poeta e bevitore”, già classicista laureato con una tesi su Pindaro, durante un viaggio in Italia si è innamorato di Genova, dei suoi caruggi, dei suoi tanfi, delle sue bellezze, a cominciare dalla cameriera del caffè degli Specchi. Conosce bene i vicoli che ti fanno perdere ogni notte la strada di casa, perché strisciano e si spostano come serpente. La Genova di Pfeijffer è una città di illusioni, sogni e fantasmi - dove l'amore è una versione oscura delle Notti bianche di Dostoevskij -, ma anche di immigrati islamici che approdano sulla stessa sponda da cui partivano le crociate. Anche il protagonista in fondo è un immigrato, sia pure nordico e di lusso, e coltiva progetti che si infrangono. In realtà la protagonista del libro, con il suo ventre gravido di storie che oscillano tra il lirico e il grottesco, è Genova stessa, la Superba, oggi sfregiata in modo plateale dal crollo di un ponte sospeso tra le case e un centro Ikea.

2) Lafcadio Hearn, Ombre giapponesi, Adelphi
Nessuno scrittore ha avuto una vita raminga e avventurosa come Lafcadio Hearn. Nato nell'isola di Lefcada da parte irlandese e madre greca ha studiato in Inghilterra – dove ha perso la vista da un occhio - e Francia, nello stesso collego di Maupassant. E' emigrato in America facendo il giornalista e scrivendo sulla cultura creola di New Orleans. Tra i suoi articoli, il ritratto di una famosa sacerdotessa del Vodoo. Durante un viaggio in Oriente, è rimasto folgorato dal Giappone, dove si è trasferito. Ha sposato la discendente di una famiglia di samurai decaduti, e assunto il nome di Koizumi Yakumo. I suoi racconti narrano di un paese che alla fine del 1800 esce dalla chiusura del periodo Edo (1603-1868) per aprirsi alla modernità schiudendo al mondo tutto l'incanto di una cultura segreta. Adelphi ha appena pubblicato una raccolta di trentanove testi di Hearn, privilegiando quelli di tema misterioso, magico e gotico: Ombre giapponesi. Le storie più classiche, come La lanterna con le peonie, raccontano di legami così forti e improvvisi che solo il karma può spiegare, di amori che superano la barriera fisica della morte, di scheletri sotto al kimono.

3) Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto, Feltrinelli
Io non so se davvero Kapuscinski ha viaggiato sulle strade del mondo in via di sviluppo – Africa, India e Cina – accompagnato dal librone delle Storie di Erodoto, mentre muoveva i primi passi del mestiere e viveva tra guerre, rivoluzioni, cambiamenti politici. Ne dubito, ma l'alternanza dei ricordi di viaggio e delle cronache antiche di popoli scomparsi, sottratti all'oblio e circonfusi di luce per qualche riga funziona benissimo. L'ultimo libro di Kapuscinski, anche in audiolibro per Emons, si conclude nella città natale di Erodoto, Alicarnasso, attuale Turchia, con la descrizione malinconica e incantata del museo dei reperti marini, che si trova nel castello di San Pietro: grandi anfore, ma anche piccoli oggetti in vetro, coppe, ciotole, brocche: «Finché la sala è aperta e inondata dalla luce del sole, non si vedono. Al calar della sera, quando si fa buio e le porte si chiudono, il custode gira l'interruttore. Dietro agli oggetti si accende una lampadina; i fragili vetri opachi rivivono, cominciano a rilucere, a schiarirsi, a pulsare. Sembra di stare nelle tenebre fitte e profonde del fondo marino, a un banchetto di Poseidone, assistito da due dee che lo illuminano con lampade a olio. Siamo nelle tenere, circonfusi di luce».

4) Vittorio Beonio Brocchieri, Al vento delle steppe, Hoepli
Quando i cieli erano liberi come le praterie dei pionieri, Vittorio Beonio Brocchieri, “l'inviato volante”, a bordo di un piccolo aereo a elica, un Caproni, ha viaggiato guardando il mondo dall'alto. E da vicino tra un decollo e un atterraggio, magari di fortuna. Al vento delle steppe è il racconto di un incredibile viaggio compiuto quando al Cremlino c'era Stalin e a palazzo Venezia Mussolini, quindi in circostanze avverse, oltreché storicamente eccezionali. Gli incontri spaziano da personaggi come la vedova di Lenin a strani soggetti incrociati come dire “al volo”. Un pope, un prete ortodosso, incontrato dopo un atterraggio di emergenza in un campo, che rivela di essere un ebreo e si è dato una nuova identità per sopravvivere. La parte finale del viaggio è la Siberia, dove Beonio Brocchieri vede deportati ai lavori forzati e alluvioni. Politologo dell'università di Pavia, “l'inviato volante”, diversamente da un Mario Appelius, è appassionato, ma non parziale e pieno di pregiudizi. La sua analisi sul sistema sovietico è profetica e lucida, ma l'aspetto che si fa ammirare qui è il senso romantico di avventura, il lato umano, più di quello scientifico. Il suo allievo Arturo Colombo mi ha raccontato che Beonio Brocchieri, abbandonato l'aereo, faticava a guidare l'auto e una volta si è presentato a lezione a cavallo, nei cortili teresiani dell'ateneo pavese. Molto belle le fotografie in bianco e nero. Soprattutto i volti. Il libro è scomparso da tempo ma si trova senza problemi sul mercato dell'usato.

5) AA. VV., Afghanistan, Lonely Planet, Edt
Alcune pubblicazioni esercitano nei miei confronti un fascino che trascende i loro scopi istituzionali. Per esempio “Il manuale del perfetto cameriere” o la Lonely Planet dedicata all'Afghanistan. Uno dei titoli della sezione “Prima di partire” si chiede “Andarci o no?” e questo, se ce ne fosse bisogno, fa già capire... Altri sono: “Ahmad Zahir, l'Elvis Afghano” e “La censura musicale in Afghanistan prima e dopo i talebani”. Purtroppo – almeno nei prossimi anni – questo paese non tornerà a essere la meta di avventurosi viaggi alternativi, come accadeva prima dell'invasione sovietica e della presa di potere di Bin Laden e soci. La guida si trasforma così in un libro utopistico, di turismo impossibile, di fantaturismo, di turismo del futuro, e racconta luoghi che non visiteremo mai: «I Giardini Seraj-ul Emorat, che sono tuttora un luogo piacevole per una passeggiata, prendono il nome dal palazzo di re Habibullah (“Edificio della luce”), costruito all'interno del parco nel 1910 e poi ridotto in macerie durante la rivolta tribale del 1929. Nel giardino ci sono molti aranci, per i quali Jalalabad era un tempo famosa, e a metà aprile qui si svolge il festival Mushaira, che celebra la fioritura degli alberi con poeti, cantastorie, concerti e picnic. Habibullah amava Jalalabd e, sempre rivolto alla modernità, vi fece costruire il primo campo da golf del paese. Quando il sovrano fu assassinato in questa località nel 1919, il campo da golf fu trasformato in parco dove tuttora ha sede il suo mausoleo. Costruito nel bizzarro stile neoclassico tipico di quei tempi, l'edificio funebre ospita anche le tombe di re Amanullah e di sua moglie, la regina Soraya, antesignana del femminismo afghano».

6) Iosif Brodskij, Fondamenta degli incurabili, Adelphi
Scrivere oggi di Venezia è impresa ardua e solo un autore pieno di amore per la città sulla laguna e di talento poteva riuscirci. Il premio Nobel per la letteratura Brodskij, professore in diverse università americane, passava lunghi periodi d'inverno a Venezia, e qui ha scritto uno dei suoi libri più belli, Fondamenta degli incurabili, memorabile fin dall'incipit, dove torna sui primi passi, a un freddo momento di sospensione: «Molte lune fa il dollaro era a quota 870 e io ero a quota 32. Il globo era anch'esso più leggero – due miliardi di anime in meno -, e il bar della Stazione, in quella gelida sera di dicembre, era deserto. Lì, in piedi, aspettavo che venisse a prendermi l'unica persona che conoscevo in tutta la città. Il tempo passava, e lei non si faceva vedere. Ogni viaggiatore conosce questo guaio: questo misto di sfinimento e di apprensione. E' il momento in cui fissi attonito quadranti di orologi e tabelle degli orari, analizzi il marmo varicoso sotto i tuoi piedi, inali ammoniaca e quel torbido odore che si sprigiona dalla ghisa delle locomotive nelle gelide notti d'inverno».

7) Giuseppe Tucci, Il paese delle donne con molti mariti, Neri Pozza
Quando, dopo avere girato Apocalipse Now, Francis Ford Coppola cercava un soggetto che riguardasse il tema del tempo, lo ha trovato in un romanzo dell'orientalista rumeno Mircea Eliade. E' la storia di uno studioso di lingue che viene colpito dal fulmine e inizia a ringiovanire. Nella versione cinematografica italiana si intitola Un'altra giovinezza. Nel libro e nel film compare una figura leggendaria di studioso dell'Oriente e in particolare del Tibet, Giuseppe Tucci. Su spunto di Stefano Malatesta, direttore della collana Il cammello battriano, presso Neri Pozza, Tucci ha raccolto una serie di scritti dove racconta le sue spedizioni, apparsi su riviste come Asiatica, Le Vie d'Italia e del Mondo, il Bollettino della R. Società Geografica Italiana, compiute tra le due guerre nei mesi estivi quando il caldo diventava insopportabile e le montagne un miraggio di purezza celeste come la mitica Shangri-là. Il titolo viene dall'usanza dell'harem maschile: «Povere donne tibetane: graziose e sempre sorridenti quando sbocciano alla primavera della vita, a trent'anni sono già curve e disfatte: privazioni, lavoro, cibo scarso le fanno prematuramente sfiorire, e allora tutto quello che c'è di brutto e di ripugnante nei lineamenti mongoloidi viene in primo piano sulla loro maschera grinzosa. Ma finché sono giovani godono del pochissimo che la vita può loro offrire su queste terre: allegre e spensierate, quasi consce del loro rapido trapassare. Di mariti quasi tutte ne hanno più di uno, perché in Tibet vige ancora il costume della poliandria».

8) Alberto Arbasino, La caduta dei tiranni, in Romanzi e racconti, vol. II, Meridiani Mondadori
Arbasino su Praga negli anni del comunismo: «Quando veniva suggerito per il “sightseeing” il quartiere storico di torva penuria chiamato “Stare Mesto” si rispondeva compuntamente “e te ce credo, Mala strana currunt”, abbandonandosi ad afflitti nonsense sulla mestizia, anche davanti a macellerie vuote sotto l'insegna “Maso”. Come accanto a locandine ove il maestro del coro figura maestro di “Sbor”, e una certa sospensione di incredulità quando occorre esclamare “Ano” per intendere “sì”». Arbasino è l'ultimo mostro sacro della letteratura italiana rimasto. A gennaio farà 88 anni, ma ha dimostrato una freschezza narrativa che pochi scrittori mantengono nel corso della carriera e tanti non hanno mai avuta. Il racconto di viaggio, genere aperto per definizione, è una delle sue corde migliori: Le muse a Los Angeles, Passeggiando tra i draghi addormentati, Parigi o cara... A trent'anni dalla caduta del Muro, rileggere le sue cronache dall'Est Europa appena liberata è sempre un grande godimento. Quali altri scrittori sono altrettanto ironici, anti-retorici, intelligenti e colti, ricchi di stile al punto da potersi concedere qualsiasi cosa, cadute di stile comprese? La caduta dei tiranni, che si può trovare anche usata nella versione Sellerio, è un libro breve e poco conosciuto rispetto al resto del lavoro arbasiniano, ma tra i testi migliori. Chissà che Adelphi, l'editore attuale di Arbasino, non lo ristampi.

9) Nanni Delbecchi, Guida al giro del mondo, Bompiani
«Alla Habana Vieja il tempo vola. Ci sono sempre un sacco di cose da fare, e non si riesce mai a non farle tutte. Alle prime luci dell'alba, l'alba pura e ingannevole dell'eterno verano, i colori pastello dei palazzi si smaltano di verde, rosa, azzurro, e suggeriscono che l'eleganza è ciò che resiste alla decadenza». La prosa felice di Delbecchi, che ha lasciato la redazione del Fatto per compiere il giro del mondo, è di quelle che ti portano a sottolineare con la matita molte frasi: «Tutte strade diritte, ingrigite e tutte uguali... Tutto a un tratto mi pare che Buenos Aires ricordi un po' Milano, e con una certa sorpresa, perché è così difficile che Milano ricordi qualcosa, perfino se stessa». Il giro del mondo inizia con una vecchia Renault 4 che si rompe in Francia. Bisogna prendere una nave e andare in Marocco. Solo lì sanno ripararla. Come Magellano o Jules Vernes, ma in versione flaneur, Delbecchi si affida al caso e ha alle spalle ottime letture.

10) Teffi, Da Mosca al Mar Nero, Neri Pozza
Lenin aveva una ironia involontaria. Faceva ridere quando diceva che bisognava “seppellire tutti i teatri” o sviluppare un sistema per fare la birra con la segatura o accusava gli intellettuali di essere “le merde della nazione”. Nadežda Lochvickaja, in arte Teffi, apparteneva a una famiglia dell'alta società pietroburghese. Il suo nome d'arte era Teffi, ed era conosciuta come autrice di racconti satirici e atti unici per il teatro. Ammirata da Lenin e dallo zar Nicola II, influenzata dalle prose più umoristiche di Čechov, inizialmente appoggia la Rivoluzione, ma presto si rende conto che la vita scintillante che conduceva prima dell'arrivo dei bolscevichi sta finendo e bisogna prepararsi al peggio. Ormai c'è poco da scherzare. Frasi come questa non passeranno più lisce: «Erano addirittura sul punto di spedire un telegramma al ministro dell'Illuminazione, ma è venuto fuori che nessuno di loro sapeva scrivere. Poi si sono ricordati che nemmeno il ministro sapeva leggere». Solo al buffone è concesso di dire la verità, ma fino a quando? Teffi accetta la proposta improbabile di un impresario strabico e cialtrone per andare in tournée a Odessa. In fondo che cos'ha da perdere? Questa la proposta che non si può rifiutare: «Oggi ha mangiato la pagnotta? Bene, domani non sarà così. Tutti quelli che possono vanno in Ucraina. Solo che nessuno può. Mentre lei la porterò io, le pagherò il sessanta per cento dell'incasso lordo, ho prenotato per telegrafo la stanza migliore all'hotel Londra, sul lungomare; là splende il sole, farà la sua esibizione, leggerà questo o quel racconto, piglierà i soldi, si comprerà burro, prosciutto e, con la pancia piena, se ne starà seduta in un caffè. Che ha da perdere? Chieda pure di me in giro: tutti mi conoscono. Il mio pseudonimo è Gus'kin. Ho anche un cognome, ma è terribilmente difficile». Da Odessa, come molti che fuggono dalla guerra civile, riesce a salpare per Istanbul approdando infine a Parigi - dove oggi è sepolta al cimitero russo di Saint-Geneviève-des-Bois. Il racconto di questa rocambolesca fuga è un libro intitolato Da Mosca al Mar Nero. Come sempre e più di sempre, nella comicità di Teffi è nascosta la tragedia.

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