ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl confronto nel Donbass

Biden: «Pronti a negoziare accordi con la Russia». Mosca per ora non attacca, ma la crisi non è finita

Biden propone di negoziare accordi scritti sul controllo degli armamenti. Mosca ha annunciato l’inizio del ritiro di alcune unità impegnate vicino ai confini ucraini, ma Nato e Stati Uniti attendono le prove. E intanto la Duma chiede a Putin di riconoscere i territori separatisti

di Antonella Scott

Ucraina, segnali di distensione nell'incontro Putin-Scholz

4' di lettura

Sul crinale tra pace e guerra, tra diplomazia e sanzioni, Joe Biden si è rivolto direttamente ai cittadini russi: «Non siete il nostro nemico, noi non siamo una minaccia per la Russia, e non penso che vogliate una guerra sanguinosa e distruttiva contro l’Ucraina». Intervenuto dalla Casa Bianca al termine di una giornata che avrebbe potuto essere vigilia di un attacco e che invece ha portato l’annuncio, da Mosca, dei primi ritiri di unità militari dai confini con l’Ucraina, il presidente americano ha chiarito che un attacco russo è ancora possibile, e ha ricordato ancora una volta che se una guerra imporrebbe all’Ucraina un costo umano altissimo, gli Stati Uniti restano determinati a far pagare alla Russia un prezzo strategico altissimo.

Ma nello stesso tempo, Biden ha ribadito la volontà di accogliere il passo indietro russo, se sarà verificato, con «una diplomazia non stop», continuando a lavorare sui fronti aperti, sulle idee concrete poste sul tavolo, arrivando a definire nuovi accordi scritti sul controllo degli armamenti, la trasparenza e la stabilità strategica, a considerare varie opzioni per rispondere ai timori della Russia sulla propria sicurezza. Il dialogo, ha detto Biden, resta la strada maestra per risolvere i contrasti senza ricorrere alle armi.

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La giornata di martedì era iniziata con novità distensive da Mosca. «Il 15 febbraio 2022 passerà alla storia come il giorno del fallimento della propaganda di guerra occidentale - ironizza Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo -. Umiliata e distrutta senza sparare neanche un colpo». Sull’allarme ripetuto dagli americani, convinti dall’intelligence che l’attacco russo all’Ucraina sarebbe scattato il 16, ha scherzato anche il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, che si è chiesto se per caso è stata resa nota anche l’ora esatta di inizio della guerra. Il sollievo, però, potrebbe essere di breve durata: nessuna delle ragioni all’origine della crisi è stata affrontata o risolta.

Al momento c’è solo una decisione della Russia di dare tempo alla diplomazia: la sfida sul diritto dell’Ucraina a decidere la propria strada, o sulla divisione dell’Europa in aree di influenza, è stata allontanata un poco più lontano lungo la strada, con Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, a ricordare in continuazione ai numerosi ospiti occidentali - martedì è stata la volta del cancelliere tedesco Olaf Scholz - che il tempo a disposizione non è infinito. E che le risposte date finora da Nato e Stati Uniti non soddisfano Mosca.

Se possibile, i prossimi confronti e negoziati si svolgeranno in un’atmosfera ancora più carica di tensione. In primo luogo sarà da verificare l’entità del “passo indietro” annunciato martedì dal generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russo, secondo cui a conclusione delle esercitazioni delle truppe schierate nei distretti militari meridionale e occidentale è iniziato il rientro nelle rispettive guarnigioni permanenti. Lo stesso vale per le forze impegnate nelle manovre in corso in Bielorussia, che si concluderanno il 20 febbraio. Il generale Konashenkov - alle sue spalle immagini di carri armati caricati su convogli ferroviari - ha invitato gli attachés militari presso le ambasciate straniere in Bielorussia a partecipare come osservatori alle ultime fasi delle manovre.

La Nato non si fida

Ma la Nato e i Governi dei suoi Paesi membri sono più prudenti dei mercati, che già martedì festeggiavano la de-escalation con un rimbalzo. Le prime partenze, peraltro, riguarderebbero alcune unità schierate in Crimea, non quelle nelle regioni russe adiacenti al confine settentrionale ucraino, più vicine a Kiev. E più pericolose.

«Mosca segnala che la diplomazia deve proseguire: questo è motivo di cauto ottimismo - ha commentato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg -. Ma finora non abbiamo visto le prove sul terreno». «In Ucraina abbiamo una regola - aggiunge il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba -: non crediamo a quello che sentiamo, ma a quello che vediamo. Se queste dichiarazioni saranno seguite da un vero ritiro, crederemo nell’inizio di una distensione».

«I problemi tra Russia e Ucraina non sono risolti - osserva su Twitter Rob Lee, ricercatore e analista militare al King’s College di Londra -: una distensione dipenderebbe da progressi nei negoziati o dagli Accordi di Minsk, cosa che appare improbabile. I rischi rimangono».

Il tono impaziente di Putin, che assicura di non volere una guerra in Europa ma incita a risolvere rapidamente le questioni aperte, non è incoraggiante. Queste settimane di tensione e di paura non hanno certo aiutato a creare un clima propizio al dialogo tra Mosca e Kiev. Il baratro tra le regioni del Donbass rimaste all’Ucraina e quelle in mano ai separatisti si è allargato ancora di più.

Riconoscere Donetsk e Luhansk?

La cosa più preoccupante, però, è il voto con cui martedì la Duma russa ha invitato Putin a riconoscere l’indipendenza delle due repubbliche filorusse di Donetsk e Luhansk, di fatto separate dal resto dell’Ucraina dal 2014. L’appello è stato votato a larghissima maggioranza, da 351 deputati contro 61: se il presidente russo lo mettesse in pratica, segnerebbe la fine degli Accordi di Minsk e lancerebbe all’Ucraina una sfida senza ritorno. Invece di seguire un percorso per arrivare a una soluzione concordata del problema dell’autonomia del Donbass, come previsto dagli accordi, Mosca salterebbe unilateralmente alla conclusione, azzerando ogni possibilità di intesa con Kiev.

In conferenza stampa al Cremlino insieme al cancelliere Scholz, martedì Putin è sembrato voler prendere tempo: ma da mesi accusa l’Ucraina di non rispettare gli Accordi e di non voler trattare direttamente con i leader separatisti. E parlando degli abitanti di Donetsk e Luhansk, molti dei quali ormai in possesso di passaporto russo, Putin ha chiarito che contro di loro è in corso «un genocidio».

Quell’invito della Duma a riconoscere l’indipendenza del Donbass è la carta che terrà in mano per fare pressione sull’Occidente. E che potrebbe far precipitare - questa volta per davvero - gli eventi.

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