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19 gennaio 1939, ottant’anni fa il fascismo spazzava via il Parlamento: la tentazione dell’astoriologia e i suoi rischi

di Emilio Gentile

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6' di lettura

Con la legge del 19 gennaio 1939, che istituiva la Camera dei fasci e delle corporazioni il regime totalitario proseguiva la costruzione dello Stato fascista, dopo aver soppresso la Camera dei deputati, per cancellare quel che ancora sopravviveva della rappresentanza parlamentare eletta dai cittadini. Non è però improbabile che la ricorrenza degli ottanta anni dalla istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni possa incrementare le disquisizioni, le elucubrazioni o le chiacchiere sull’attuale ritorno del fascismo.

Le analogie non sarebbero difficili, specialmente con richiami e confronti fra le riforme costituzionali messe in pratica del fascismo per distruggere la sovranità popolare, e le varie riforme costituzionali elaborate e proposte negli ultimi decenni per semplificare il sistema parlamentare repubblicano, rafforzare il potere governativo, dinamizzare la funzione parlamentare, abolire o trasformare il Senato, ridurre il numero dei deputati, introdurre nella Camera, a fianco ai politici dei partiti, i rappresentanti della società civili e del mondo produttivo.

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Anche il fascismo, in origine, voleva abolire il Senato, ridurre il numero dei deputati, affiancare alla rappresentanza politica la rappresentanza della società civile e del mondo produttivo. Anche se finora nessuna delle riforme costituzionali dell'ordinamento parlamentare è stata approvata dagli elettori, per gli amanti delle analogie della “storia ritornante”, anche se non ripetente, potrebbe essere irresistibile la tentazione di riscontrare somiglianze fra le riforme proposte in tempi recenti e le riforme attuate nel tempo fascista, e poi lanciare l'allarme: «Il fascismo è tornato».

La pratica dell’analogia, diffusa nelle attuali polemiche sul ritorno del fascismo, è il sintomo di una grave crisi sia politica sia culturale, perché si va diffondendo un uso pubblico della storia, dove prevale la tendenza a sostituire alla storia, come conoscenza critica scientificamente elaborata, una sorta di “astoriologia”, che mescola la storia con l’immaginazione, per adattare il passato ai desideri, alle speranze, alle paure personali. La astoriologia ha con la storia la stessa relazione che l'astrologia ha con l'astronomia. La ricerca di analogie, per dimostrare che il fascismo è tornato, troverebbe facilmente conferme, perché muove dal presupposto, che può essere sintetizzato con la formula: «Decido io chi è fascista», che ispira i cultori della astoriologia, cioè della storia-che-mai-si-ripete-ma-sempre ritorna-in altre-forme. Ma le analogie della astoriologia sono altrettanto inconsistenti delle analogie dell'astrologia.

A dimostrarlo basta citare un fatto inconfutabile: al tempo del fascismo, le riforme costituzionali furono imposte dal regime totalitario a una popolazione, che le subì o le dovette approvare in modo plebiscitario senza libertà di voto; mentre le riforme costituzionali proposte negli ultimi decenni sono state bocciata dalla maggioranza dei cittadini della repubblica liberi di votare. Una sintetica evocazione delle riforma costituzionale attuata dal regime fascista può contribuire a mantenere salda la distinzione fra storia e astoriologia.

La Camera dei deputati fu abolita per volontà del duce, al culmine di un processo di revisione costituzionale, iniziato fin dal 1925, che nei successivi quattordici anni aveva attuato, gradualmente ma costantemente, una radicale trasformazione dell'ordinamento dello Stato monarchico, abolendo il regime parlamentare, che aveva governato il regno d'Italia fin dalla sua costituzione il 17 marzo 1861, sulla base dello Statuto del regno di Sardegna concesso da Carlo Alberto nel 1848.

Secondo lo Statuto, il potere legislativo era « collettivamente esercitato dal Re e da due Camere»: il Senato, «composto da membri nominati a vita dal Re, in numero non limitato, aventi l'età di quarant'anni compiuti», scelti fra diverse categorie definite dallo Statuto, e la Camera elettiva, «composta di Deputati scelti dai Collegi Elettorali conformemente alla Legge» fra i sudditi del re che avevano compiuto i trent'anni, godevano dei diritti civili e politici, e degli altri requisiti previsti dalla legge. I deputati, eletti per cinque anni, rappresentavano «la Nazione in generale, e non le sole provincie in cui furono eletti» e non erano soggetti a «nessun mandato imperativo» da parte degli elettori. Lo Statuto stabiliva inoltre, che nessun deputato poteva essere arrestato durante l'esercizio del suo mandato, «fuori del caso di flagrante delitto», né poteva essere «tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera».

Con l’abolizione della Camera dei deputati il regime fascista annientò definitivamente dallo Stato italiano il principio della sovranità popolare, così come aveva proclamato fin dal suo avvento al potere. Infatti, pur lasciando nominalmente esistere la Camera dei deputati, il fascismo aveva iniziato a demolire la rappresentanza eletta col voto popolare fin dal novembre 1926, quando su iniziativa del segretario del partito fascista, diventato ormai partito unico, furono dichiarati decaduti tutti i deputati dei partiti antifascisti. Due anni dopo, alla vigilia della elezione della nuova Camera, il 17 maggio 1928, una riforma della rappresentanza politica aveva istituito il collegio unico nominale, assegnando al Gran Consiglio, l'organo supremo del partito fascista senza alcuna, la prerogativa di scegliere i candidati alla Camera, proponendo agli elettori una lista che essi potevano soltanto approvare o respingere in blocco.

La votazione del 1929 produsse una Camera esclusivamente fascista.- Fu in seguito alla riforma della rappresentanza politica, che il Gran Consiglio divenne supremo organo costituzionale dello Stato monarchico, con competenze costituzionali decisive, come la facoltà di tenere aggiornata la lista di eventuali successori alla carica di capo del governo, cioè di eventuali successori di Mussolini in tale carica, e che in realtà non fu mai approntata, e soprattutto la prerogativa di intervenire nella successione al trono, che menomava gravemente il potere del re.

La sopravvivenza della formula plebiscitaria, adottata anche per l'elezione dei deputati nel 1934, non era affatto una residua parvenza di riconoscimento della sovranità popolare, che il fascismo al potere aveva sempre brutalmente e pubblicamente negato. Una maggioranza di voti contrari nelle elezioni plebiscitarie, non avrebbe comportato alcuna crisi per il regime totalitario, che si compiaceva di ostentare il consenso popolare, ma fondava esclusivamente sulla forza la sua esistenza. Mussolini lo aveva detto chiaro e netto alla vigilia del plebiscito del 1929: «Ho appena bisogno di ricordare tuttavia, che una rivoluzione può farsi consacrare da un plebiscito, giammai rovesciare».

L'istituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni risolveva definitivamente il problema della rappresentanza popolare, abolendola. La nuova Camera infatti non era elettiva né prevedeva alcuna approvazione plebiscitaria popolare. I suoi membri, denominati consiglieri nazionali, erano i componenti del Consiglio nazionale del partito fascista e i componenti del Consiglio nazionale delle corporazioni, e assumevano la qualità di consiglieri nazionali «con decreto del DUCE del Fascismo, Capo del Governo».

I consiglieri nazionali godevano delle prerogative precedentemente riconosciute ai deputati dallo Statuto, ma il limite minimo di età era stabilito a venticinque anni. I consiglieri nazionali decadevano dalla carica nel momento stesso in cui decadevano dalla funzione esercitata nel Consiglio nazionale del partito fascista e in quello delle corporazioni. Della nuova Camera erano componenti di diritto il duce e i membri del Gran Consiglio del fascismo, creato da Mussolini alla fine del 1922 come organo supremo del partito fascista, e diventato dal 1928 organo costituzionale supremo del regime fascista. Unico compito della Camera dei fasci e delle corporazioni era collaborare con il governo per la formazione delle leggi, Lo stesso compito era assegnato al Senato, divenuto ormai un'assemblea dominata da senatori fascisti, mentre la esigua minoranza di senatori rimasti antifascisti o era ridotta al silenzio o disertava le sedute.

Nel presentare al duce la relazione sull'attività svolta alla Camera dei fasci e delle corpo dal 23 marzo 1939 al 23 marzo 1941, il presidente della medesima, Dino Grandi affermava: «Lo Stato totalitario non è più un semplice postulato teorico, per superare le contraddizioni della democrazia parlamentare. Una coerenza intrinseca, quasi elementare, ne è caratteristica fondamentale. Esso pone il Governo al centro del sistema e rende attuabili forme di operosa e armonica collaborazione, particolarmente apprezzabili e innovative nei riguardi delle Assemblee politiche. E appunto la felice e costruttiva esperienza della nostra Assemblea porta nuova luce sull'istituto legislativo, mediante il quale non solo si esplica una sostanziale attività pubblica, ma la profonda trasformazione operata dal Fascismo nella struttura sociale del Paese viene a mano a mano acquisita allo ordinamento giuridico».

La Camera dei fasci e della corporazioni fu abolita il 2 agosto 1943 dopo il crollo del regime fascista travolto dalla catastrofe militare. Il ripristino della sovranità popolare attraverso la Camera dei deputati e l'istituzione di un Senato elettivo nell'Italia repubblicana, fu la definitiva vittoria della democrazia sul fascismo.

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