passato e presente

1920, se ne va il virus della Spagnola e arrivano (non per tutti) gli «anni ruggenti»

Finita la guerra e scomparsa la pandemia, in Europa e in America i benestanti riscoprono la gioiosa socialità della vita urbana. L'Italia, che oggi guarda perplessa al «Natale sobrio», allora si divise sul «Natale di sangue» a Fiume, mentre cominciava a profilarsi l'ombra del fascismo

di Piero Fornara

Una novantenne prima vaccinata in UK

8' di lettura

Cento anni fa il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti (quasi ottuagenario) non dovette invitare gli italiani a trascorrere un «Natale sobrio», come ha fatto il premier Giuseppe Conte a causa del Covid, perché da noi la cultura del consumismo non era ancora arrivata.

Ma la Grande guerra era finita nel novembre 1918 (con l'Italia nazione vittoriosa) e la terribile influenza Spagnola era scomparsa nella primavera del 1920 (questa è la data più attendibile). Aggiungiamo, per evitare equivoci, che nei Paesi belligeranti la censura militare impediva la diffusione delle informazioni sulla pandemia, mentre queste circolavano nella neutrale penisola iberica; così, quando il re di Spagna Alfonso XIII fu costretto a letto dalla malattia, i giornali diedero risalto alla notizia e venne chiamata “influenza Spagnola”.

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Il confronto delle cifre è impressionante: la Prima guerra mondiale, durata più di quattro anni, causò dieci milioni di morti fra i combattenti, più alcuni milioni di vittime civili. Con la pandemia fu persino peggio.

Ricaviamo i dati dal libro di Laura Spinney 1918-L'influenza Spagnola (ripubblicato quest'anno da Marsilio in edizione economica): si ammalò quasi un abitante su tre del pianeta, circa 500 milioni di persone; tra il primo caso registrato nel marzo 1918 (in un campo di addestramento dell’esercito in Kansas, negli Stati Uniti) e l'ultimo nel marzo 1920, morirono almeno 50 milioni di persone (e alcune stime salgono a 100 milioni), sul totale di 1,7-1,8 miliardi della popolazione mondiale.

Un cannone da 208 verso il fronte del Cadore trasportato da trattrici Fiat in colonna (Fototeca Gilardi)

Negli ultimi mesi di guerra l'ondata più letale

La prima ondata della Spagnola fu relativamente blanda, come un'influenza stagionale, e non scatenò il panico. Fu la seconda ondata della pandemia, scoppiata nella tarda estate dello stesso anno 1918 e durata fino a dicembre, a provocare la maggior parte dei decessi.

Nelle trincee dei combattenti e nelle retrovie, si diffuse un ceppo mutato del virus che risultò essere più letale. Il tasso di mortalità risultò maggiore nei giovani adulti fra i 20 e i 40 anni, che non fra gli anziani: si parlò allora di una possibile immunità acquisita dai più vecchi nell'epidemia influenzale del 1889-90 detta “russa”, che uccise in Europa 250 mila persone.

1918, un manifesto del Comune di Milano (Photo by Fototeca Gilardi/Getty Images)

La terza ondata si scatenò quasi a ridosso della seconda. «A New York il picco fu raggiunto nell'ultima settimana del mese di gennaio 1919 – citiamo ancora il libro di Laura Spinney – e l'influenza arrivò a Parigi mentre si svolgevano i negoziati di pace. Si ammalarono i delegati di diversi Paesi, ulteriore prova che il virus trascendeva i confini geopolitici».

La conferenza si aprì il 18 gennaio 1919: il premier britannico David Lloyd George si era ripreso dall'attacco di Spagnola dell'autunno precedente, mentre il primo ministro francese Georges Clemenceau (ferito alla scapola da un attentato in febbraio) venne tormentato dai “raffreddori” nei mesi di marzo e aprile. Potrebbe essere rimasto contagiato anche il presidente americano Woodrow Wilson, che aveva un problema neurologico preesistente e soffriva di attacchi ischemici transitori; alcuni esperti ritengono infatti che la Spagnola potrebbe avere contribuito a scatenare il grave ictus che lo colpì in ottobre.

Qualcuno ha ipotizzato una quarta ondata nell'inverno 1920-21 (tra le vittime il celebre sociologo tedesco Max Weber), ma di solito questa fase influenzale viene esclusa dalla pandemia vera e propria.

C'è però un dettaglio sull'andamento della Spagnola da ricordare per il nostro presente, in attesa dei vaccini contro il Covid, ma anche dei mesi di gennaio e febbraio, con il probabile arrivo dell’influenza stagionale. L'Australia riuscì a evitare la prima e soprattutto la più tremenda seconda ondata della Spagnola grazie a una rigorosa quarantena marittima, ma tolse l'embargo troppo presto e nella terza ondata registrò 12 mila morti.

(Photo by: Universal History Archive/Universal Images Group via Getty Images)

Un segmento di storia da riscrivere

In Italia la Grande guerra aveva mobilitato quasi sei milioni di uomini ed era costata circa 650mila morti; in questo bilancio sono compresi i 50 mila soldati vittime della pandemia. L'editore Franco Angeli ha in catalogo la seconda edizione, riveduta e ampliata, del volume La Spagnola in Italia di Eugenia Tognotti, docente di Storia della medicina all'università di Sassari.

Ecco le cifre ricavate dal suo libro: nel nostro Paese, che contava 35 milioni di abitanti, si ammalarono tra i cinque e i sei milioni di persone (un italiano su sette); le stime delle vittime variano da 350 mila a più mezzo milione. «Per una sciagurata coincidenza – scrive la Tognotti – nel nostro Paese le prime due ondate corrisposero ad altrettanti momenti cruciali della guerra: l'attacco austro-ungarico lungo il Piave di metà giugno (la “battaglia del solstizio”) e l'offensiva italiana di Vittorio Veneto verso la fine di ottobre.

Dopo l'armistizio del 4 novembre 1918, purtroppo, le manifestazioni di popolo per la liberazione di Trento e Trieste aiutarono la diffusione del virus».

Già allora sui giornali si trovavano non pochi decaloghi igienici, consigli sanitari di illustri clinici e pubblicità di medicine e rimedi contro la “febbre spagnola”. Ma erano messaggi per i lettori dei quotidiani, residenti in città, che cominciavano a godere i comfort della modernità, mentre buona parte delle case dei nostri nonni erano sprovviste di acqua corrente, di luce elettrica, di gabinetti e fognature.

Stranamente la maggior parte dei manuali scolastici (non solo in Italia) dedicano diverse pagine alla Prima guerra mondiale e alla rivoluzione russa, ma spendono poche righe o al massimo un paio di paragrafi per l'influenza Spagnola, come se l'evento riguardasse una moltitudine di vittime private e non una tragedia collettiva epocale, la peggiore dai tempi della peste nera nel Trecento (quella che Boccaccio ha raccontato all'inizio del Decameron).

Dopo l'attuale pandemia, che sta cambiando la vita di tutti noi e che ancora non possiamo quantificare nel numero finale dei contagi e delle vittime, forse sarà opportuno riscrivere questo segmento di storia da una nuova e diversa prospettiva.

Numeroso gruppo famigliare contadino o operaio fotografato attorno a quella che probabilmente è la loro prima automobile: tutti sembrano molto felici e contenti. Italia, 1920 circa (Fototeca Gilardi)

I sopravvissuti della pandemia, più sani e robusti

Nei primi anni Venti, citiamo ancora il volume della Spinney, «l'influenza Spagnola era stata domata, lasciandosi alle spalle un'umanità profondamente cambiata. Eliminando anche i malati di tubercolosi, malaria e altre patologie, aveva selezionato una popolazione più sana e robusta, rispetto a chi non ce l'aveva fatta: i sopravvissuti (magari reduci anche della guerra) sposarono altrettante sopravvissute e ci fu un evidente aumento della fertilità».

In America l'idealismo dell'età wilsoniana apparteneva al passato e l'entusiasmo per il New Deal di Roosevelt era ancora nel futuro, in mezzo ci fu il crollo di Wall Street nell'ottobre 1929 e la successiva Grande depressione.

Tuttavia i Roaring Twenties (i “ruggenti anni Venti”) negli Stati Uniti sono identificati come una fase di espansione industriale, che portò all'introduzione di un'ampia gamma di beni di consumo, dopo avere attuato con successo il passaggio da un'economia di guerra a un'economia di pace.

«La ricchezza era inegualmente ripartita, ma sembrava che ce ne fosse abbastanza per tutti – leggiamo nella Storia degli Stati Uniti di Allan Nevins e Henry S. Commager, pubblicata in Italia da Einaudi – e la gente parlava con soddisfazione della nuova epoca, con un pollo in ogni pentola e due macchine in ogni autorimessa».

Un club di Parigi (Photo by Getty Images)

«Les années folles» nel microcosmo di Parigi

Le nuove tecnologie - dal cinema (che diventa sonoro) alla radio e al grammofono – avvicinano tanta gente alla musica (specialmente a quella jazz) e al ballo, anche per rimuovere dalla mente il brutto ricordo della guerra. Sull'onda dell'euforia che si respira in America, anche gli europei (almeno i benestanti) riscoprono la gioiosa socialità della vita urbana e il simbolo più evidente è Parigi.

Nella capitale francese quegli anni diventano les années folles: da varie parti d'Europa e soprattutto dagli Stati Uniti (dove dal gennaio 1920 è entrato in vigore il “proibizionismo”) arrivano personaggi della cultura, dell'arte, della musica e dello spettacolo creando un microcosmo mondano, liberale, frenetico (talvolta anche decadente).

Cominciando da Francis Scott Fitzgerald (autore del romanzo Il grande Gatsby, che descrive bene quell'epoca) e da sua moglie Zelda, troviamo Ernest Hemingway, Ezra Pound e James Joyce, Picasso e Matisse, la stilista Coco Chanel, la modella Alice Prin (soprannominata Kiki de Montparnasse), la scrittrice e poetessa americana Gertrude Stein, per citare i nomi più noti. Genio e sregolatezza, amori e rivalità, nuove idee e affari: c'è un po' di tutto.

Non spuntano invece facilmente gli italiani nel “bel mondo” citato poco sopra: a Parigi vive il pittore Amedeo Modigliani, che però muore nel gennaio 1920, a soli 35 anni.

Anni 20, Palermo (Photo by J. B. Helsby/Topical Press Agency/Getty Images)

L'Italia del primo dopoguerra

Avremo degli “anni ruggenti” anche nel nostro secolo, quando avremo archiviato il Covid? Non se lo augura dal profondo del cuore papa Francesco, che nella sua Enciclica Fratelli tutti scrive: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica». Nel Natale 2020, per evitare la terza ondata, diventa quasi profetica la saggezza antica del Qoelet: «C'è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci».

Riavvolgendo nuovamente la bobina del tempo, nel 1920 la nostra lira valeva un quinto della lira del 1914 e questo significò per certi gruppi sociali l'impoverimento e per altri addirittura la rovina.

Eravamo un Paese essenzialmente agricolo, ma – citiamo lo storico Federico Chabod, L'Italia contemporanea (1918-1948), editore Einaudi – «i nove decimi dei proprietari non possedevano nemmeno un ettaro, in tutto quasi tre milioni di ettari sul totale di 22 milioni. C'erano inoltre fortissimi squilibri nei salari fra il Nord e il Sud, dove per i braccianti il lavoro era assicurato solo per una parte dell'anno, secondo le stagioni, consentendo un livello di vita quanto mai modesto, se non miserabile».

Ospitaletto, Brescia, la fabbrica di calze Roberto Ferrari (Photo by Getty Images)

Finita la guerra, nelle campagne risuona il grido “la terra ai contadini!”, mentre per gli operai delle industrie del Nord il modello da imitare è la Russia sovietica. Il presidente del Consiglio, il vecchio Giovanni Giolitti (tornato alla guida del governo nel giugno del 1920) però non manda né la polizia, né l'esercito a sgomberare le officine.

Scrive ancora Chabod: «Il 1919 è stato l'anno dell'assalto ai negozi, nel 1920 si ha l'occupazione delle fabbriche, che costituisce il punto culminante della crisi, ma verso la fine dell'anno inizia la curva discendente e gli spiriti più chiaroveggenti hanno la netta percezione che la rivoluzione è superata».

Giovanni Giolitti (1842-1928) (Photo by APIC/Getty Images)

La questione adriatica: Giolitti e D'Annunzio

In politica estera l'Italia non aveva ancora risolto la “questione adriatica”. Giolitti, ottenuto il via libera dai francesi e dagli inglesi, affida al suo abile ministro degli Esteri Carlo Sforza la trattativa diretta con la Jugoslavia, che si apre ai primi di novembre a Rapallo.

Giolitti arriva nella cittadina ligure per la firma del trattato il 12 novembre, suscitando la sorpresa del primo ministro francese Alexandre Millerand, che non pensava di vederlo, a causa della crisi sociale interna e dei possibili disordini di piazza: «Quello che succede in Italia non ha nessuna importanza», risponde Giolitti. Con il trattato di Rapallo l'Italia rinuncia alla costa dalmata a favore della Jugoslavia, ma ottiene l'Istria e Zara, mentre Fiume (oggi Rijeka, in Croazia) è dichiarata “città libera”.

Gabriele D'Annunzio (Photo by Getty Images)

Gabriele D'Annunzio, che nel settembre 1919 aveva occupato Fiume con i suoi “legionari”, non accetta l'accordo. Giolitti invia truppe regolari, comandate dal generale Enrico Caviglia (già protagonista dell'offensiva finale dal Piave a Vittorio Veneto nella Grande guerra) per allontanare i legionari, se necessario con la forza.

Visti inutili i tentativi di una soluzione pacifica della controversia, Caviglia ordina l'attacco il 24 dicembre (che il Vate chiamerà con enfasi “Natale di sangue”): gli scontri durano cinque giorni e causano qualche decina di vittime. D'Annunzio sceglie la resa, ma si trattiene a Fiume indisturbato alcune settimane, prima di avviarsi verso il suo rifugio dorato di Gardone.

«Per quanto Fiume fosse una città di modesta importanza - ha scritto lo storico britannico Denis Mack Smith nel volume Modern Italy. A Political History, edito in Italia da Laterza – l’azione di pirateria internazionale messa in atto per occuparla, stava guastando i rapporti fra gli Stati e suscitava l'inimicizia degli slavi. La buona coscienza dell'Italia aveva trionfato. Tuttavia l'impresa di Fiume servì da ispirazione e da prova generale per il fascismo, nonostante che la gelosia di Mussolini per D'Annunzio rendesse incerto l’atteggiamento dei primi fascisti».

Ma questa ovviamente è un'altra storia.


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