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Questo articolo è stato pubblicato il 10 dicembre 2013 alle ore 08:35.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:06.

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Il presidente della Commissione europea, Josè Manuel Barroso, si è incontrato ieri a Milano con il presidente del Consiglio Enrico Letta per trattare sia di accordi tra la Ue e l'Expo 2015 sia del futuro dell'Europa. Poi Barroso ha dialogato simpaticamente con opinionisti italiani confermando la posizione della Commissione.
Le differenze tra rigore e stabilità. Barroso non ha detto che nella Ue e Uem ci sono delle pericolose posizioni tipo quella del presidente della Bundesbank.

Basta leggere Il Sole 24 Ore di domenica sull'incontro tra Weidmann con il direttore e i giornalisti di questa testata per capire i rischi del dogma rigorista. Il presidente Weidmann è giunto ad affermare che senza il piano Omt (implicitamente definito insensato anche se efficace come lo sarebbero gli Eurobond) i Paesi avrebbero fatto più rapidamente le riforme e che i Paesi in pericolo dovevano ricorrere al Fondo salva-Stati (Esm). Con questa tesi egli dimostra di non conoscere la velocità aggressiva dei mercati finanziari contro i quali l'Esm può fare ben poco. Perché il suo fine e il suo funzionamento sono improntati ai processi di ristrutturazione fiscale e reale sul medio termine di singoli Paesi.

Questi pericolosi dogmi vanno messi in minoranza nelle istituzioni della Uem e della Ue. È quanto ha fatto il presidente della Bce, Mario Draghi, la cui visione innovativa e grande credibilità hanno convinto gli altri membri del Consiglio direttivo della Bce ad una serie di operazioni (dalle Ltro alle Omt) per far giungere liquidità al sistema e per arginare l'aggressione ai titoli di Stato dei Paesi "periferici" dell'Eurozona. Senza questi interventi l'euro sarebbe imploso e con lo stesso tutta la costruzione europea. Adesso che si è raggiunta una certa stabilità si deve puntare alle riforme strutturali per la crescita.
La Commissione tra rigidità e mediazioni. A tal fine è necessario un forte ruolo delle istituzioni della Ue e Uem, siano esse comunitarie (Commissione e Parlamento) o intergovernative (Consiglio).

Purtroppo durante la crisi sia la Commissione che il Consiglio europeo sia l'Ecofin che l'Eurogruppo non hanno resistito (talvolta di malavoglia) alla politica tedesca accentuata nella inclinazione rigorista dai piccoli Stati del Nord Europa. Cruciale è stato qui il ruolo del finlandese Olli Rehn, vice presidente della Commissione e commissario agli Affari economici e monetari. Ossessionato dai decimali di finanza pubblica e da mal digerite dottrine sul rigore (criticate da molti tra cui il Nobel per l'economia Paul Krugman) egli ha segnato la politica della Commissione. Spesso anche con dichiarazioni che sono andate oltre il parere ufficiale. Ciò è accaduto per la recente critica ai conti pubblici italiani che egli ha attaccato sulla base di un «valore profondamente europeo» da lui inventato: lo scetticismo. Rehn durante la crisi è stato cruciale anche come sponda al ministro Tedesco delle finanze Wolfgang Schäuble dotato di una rigidità forse non teutonica, ma molto superiore a quella del cancelliere Angela Merkel che spesso ha dovuto moderarlo.

In questo contesto il presidente Barroso, senza il forte sostegno di grandi Stati come Francia, Italia e Spagna, ha svolto un ruolo di mediazione orientata alla costruttività che in vari casi ha evitato il peggio ma che spesso s'è fermata ad eccellenti programmi per il futuro. Noi abbiamo talvolta criticato Barroso, ma va riconosciuto che gestire una Commissione di 27 membri di diversi Paesi con interessi spesso divergenti è molto difficile. Barroso non è stato un presidente all'altezza di alcuni dei suoi migliori predecessori, ma se avesse avuto un commissario agli Affari economici e monetari capace di distinguere tra rigore e stabilità la sua Commissione avrebbe fatto ben meglio. Le resta un anno per migliorare, sperando che Rehn si autosospenda e che non diventi un candidato del suo partito alla presidenza della Commissione.

Per un futuro di sviluppo nella stabilità. Ieri Enrico Letta e Josè Manuel Barroso hanno parlato del futuro dell'Europa che non ha più i pericoli esplosivi degli anni scorsi (rottura dell'euro), ma che per noi ne ha comunque di molto preoccupati (stagnazione e disoccupazione) anche se più lenti. Molte sono le urgenze immediate e per il prossimo quinquennio della Ue e della Uem che nel 2014 rinnovano anche le più importanti cariche istituzionali che potrebbero ripartire dal documento dei quattro presidenti (Barroso, Draghi, Van Rompuy e il presidente dell'Eurogruppo) «Verso un'autentica Uem» e dal «Piano per una Unione economica e monetaria autentica e approfondita» della Commissione, presentati nel 2012. A nostro avviso la riforma dei Trattati e la valorizzare delle cooperazioni rafforzate dell'Eurozona sono urgenti. In particolare noi privilegeremmo: la generalizzazione del voto a maggioranza (sia pure ponderata e qualificata) nel Consiglio e la riduzione dei membri della Commissione; l'inclusione, con modifiche, nei Trattati sia del Fondo salva-Stati Esm (ampliandolo in un Fondo finanziario europeo che emetta EuroUnionBond inizialmente solo per finanziare investimenti infrastrutturali e in tecnoscienza) sia il fiscal compact (modificandolo per escludere dal deficit gli investimenti citati purché certificati dalla Commissione). Sullo sfondo ci sono anche i poteri della Bce e i problemi dell'Unione bancaria osteggiata dai tedeschi che invece vogliono ambigui "accordi contrattuali" per condizionare l'erogazione ai singoli Paesi di fondi europei. La presidenza italiana del Consiglio europeo nel secondo semestre del 2014 dovrà perciò cercare un accordo solido con Francia e Spagna sia per queste riforme che per la presidenza della Commissione e del Consiglio europeo.

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