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Questo articolo è stato pubblicato il 14 dicembre 2013 alle ore 09:37.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 11:09.

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Se non fosse già inverno inoltrato, si direbbe che stiamo davvero come d'autunno, sugli alberi, le foglie. Ce lo confermano, per ultimi, gli analisti di Standard and Poor's, che magari non leggono Ungaretti, ma nel rapporto diffuso ieri fotografano con chiarezza un Paese che, pur non meritando per ora il declassamento, resta con un outlook negativo a causa di prospettive di crescita molto incerte e di un debito che continua ad essere tra i più elevati. Preoccupa in particolare la previsione sul Pil dell'agenzia americana, che nel 2014 si ferma a un modestissimo 0,4%, ben più basso della stima del governo che resta su un più generoso 1,1.

È la conferma di un'Italia che è ancora interamente in mezzo al guado e che non può rinviare scelte forti e univoche in favore dello sviluppo. I segnali che arrivano dal governo e dal Parlamento continuano invece ad essere contraddittori. Mosse nella giusta direzione, comunque timide, alternate a passi indietro, in un insieme di interventi in cui si fatica a percepire la consapevolezza dell'emergenza italiana. È come se mancasse il senso dell'urgenza e la determinazione univoca di chi percepisce che nel baratro si finisce tutti e molto rovinosamente.
Preoccupa in questo senso che, proprio nel giorno in cui il governo approva il decreto Sviluppo, alla Camera nella discussione sulla legge di stabilità si sottraggono 225 milioni al Fondo di garanzia per il credito alle Pmi per distribuirli a pioggia a tutti i Confidi, efficienti e non, senza alcuna selezione. Qui è davvero la tela che di giorno si tesse e di notte si disfa. Al Senato si finanzia con fatica uno strumento efficace ed apprezzato dalle piccole e medie imprese, poi alla Camera si smonta tutto e si torna indietro rispetto a una priorità che, a parole, ognuno sostiene.

Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti in Parlamento che non è più tempo per i vecchi rituali sulla manovra. Norme mancia, stanziamenti a pioggia, emendamenti che spuntano qui e là per azione di questa o quella corporazione. Proprio ieri il premier Letta, nel presentare il decreto sviluppo, ha sottolineato l'importanza «di ridare fiducia alle piccole e medie imprese». Sarebbe bene che alle Camere se ne ricordino. E non a giorni alterni.
Alle Camere e anche al governo, per la verità. Perché le misure per lo sviluppo varate ieri dal Consiglio dei ministri arrivano al termine di un percorso defatigante durato mesi, tra rinvii e progressivi alleggerimenti. Alla fine ne è uscito un insieme di norme molto eterogeneo, con alcuni interventi buoni, ma nel complesso non in grado di incidere in modo strutturale.
Ottimo, sicuramente, il rilancio - sia in termini di risorse sia di procedure - del recupero delle areee industriali dismesse. Un'urgenza assoluta in un paese che vede a rischio le basi storiche del suo sistema industriale. Ma sul credito di imposta alla ricerca, per esempio, le limitate risorse stanziate (peraltro soggette al via libera di Bruxelles) sono legate esclusivamente al 50% della spesa «incrementale» da parte delle imprese, con un impatto che rischia dunque di essere modesto.

Anche dagli annunciati sconti sulle bollette energetiche non c'è da aspettarsi troppo. Il governo punta a ridurre strutturalmente il costo dell'energia per circa 850 milioni (a ottobre si era parlato di 3 miliardi). Ma in realtà una gran parte di queste risorse dovrà scaturire dall'adesione dei produttori delle rinnovabili che non è per nulla scontata. Le misure sull'Rc auto vanno poi nella giusta direzione della riduzione delle frodi, ma anche qui è difficile immaginare risparmi significativi sulle polizze.
Si resta in mezzo al guado, in attesa che la mitologica spending review entri finalmente nel vivo, che le privatizzazioni si traducano in operazioni di mercato vere, che l'annunciato provvedimento di rientro dei capitali diventi, con efficacia, operativo. Intanto si sta sugli alberi, come le foglie, con il gelo che arriva.

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