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Questo articolo è stato pubblicato il 07 gennaio 2014 alle ore 06:44.

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Alberto
Negri Vuoto di potere in Medio Oriente, così titola il New York Times prendendo atto del clamoroso fallimento della politica estera americana negli ultimi 15 anni. Iraq disintegrato, Siria nel caos, Libano sull'orlo della guerra civile. L'Egitto, dove dopo avere appoggiato i Fratelli Musulmani sostenuti dai turchi e dal Qatar, al potere sono tornati i generali; la Libia, fuori controllo, che ha inghiottito la vita dell'ambasciatore Chris Stevens; per non parlare dell'Afghanistan e dei timori che solleva un ritiro americano visto che non è ancora stato firmato l'accordo di sicurezza con l'ostinato Hamid Karzai.
Ma il fallimento più evidente è l'Iran, nonostante il faticoso avvio del negoziato nucleare. Il segretario di Stato John Kerry si incaponisce a mettere condizioni alla partecipazione di Teheran alla conferenza sulla Siria: ma gli americani possono mettere paletti all'opposizione siriana? Preferiscono trattare con l'anarchica nebulosa dei gruppi armati jihadisti o con uno Stato che per quanto ostile non è ancora fallito come altri della regione?
E altri insuccessi si profilano all'orizzonte: tra questi la Turchia, uno storico membro della Nato che ha perso la bussola della sua politica estera, inanellando un errore dopo l'altro, dalla Siria a Israele. Ma qui, a essere onesti, gli americani hanno solo un concorso di colpa: aver incoraggiato i turchi a far passare in Siria i gruppi armati jihadisti, ceceni e legati ad al-Qaeda, ben foraggiati da qatarini e sauditi. A proposito: ma quando gli Stati Uniti si decideranno a mutare politica nei confronti di Riad o secondo loro basta lo spauracchio di riallacciare i rapporti con Teheran? L'Arabia Saudita, che da decenni sostiene i peggiori gruppi radicali sunniti per tenerli lontani da casa sua, è un Paese normale?
Facciamo qualche passo indietro per capire la politica estera Usa. Nel novembre '78 Carter nominò il diplomatico George Ball capo di una task force incaricata di elaborare un rapporto sull'Iran. Ball assegnava ben poche chance alla dinastia Palhevi di restare sul trono del Pavone e raccomandava di sostenere l'opposizione di Khomeini. In realtà aveva ricalcato lo studio di uno dei massimi esperti mondiali, l'inglese Bernard Lewis, professore emerito all'Università di Princeton. Che appoggiava i movimenti radicali islamici dei Fratelli Musulmani e di Khomeini con l'intento di promuovere la balcanizzazione dell'intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose.
Lewis sosteneva che l'Occidente dovesse incoraggiare gruppi indipendenti come i curdi, gli armeni, i maroniti libanesi, i turchi dell'Azerbaijan. Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un "arco di crisi", per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell'Unione Sovietica. L'espressione "arco di crisi" ebbe un'enorme presa sui media, fu ripresa da Brzezinski insieme alla teoria di utilizzare l'Islam in funzione antisovietica. L'Iran, sfortunatamente per l'amministrazione Carter, si rivelò più un problema per gli Stati Uniti che per Mosca ma l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Armata Rossa nel dicembre '79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: gli Stati Uniti con l'appoggio militare del Pakistan e finanziario dell'Arabia Saudita armarono migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi in un conflitto disastroso fino al ritiro nell'89. Con la fine dell'Impero Rosso, Washington decise che l'area non era più interessante e l'abbandonò all'Islam radicale.
Lewis fu poi il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente». Le cose sono andate diversamente. Ma quello che colpisce non sono le previsioni sbagliate, quanto i discorsi che hanno accompagnato le azioni americane in Medio Oriente. Più che confortare le fantasiose teorie del complotto, questi studi e rapporti rispondevano alla necessità evidente di giustificare a posteriori le proprie azioni, senza sapere prima dove si andasse a parare. Esattamente come avviene oggi. Ha ragione il New York Times a sottolineare il vuoto di potere che comunque sarà prontamente riempito con una lunga sequela di alibi.
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