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Questo articolo è stato pubblicato il 03 febbraio 2014 alle ore 06:42.

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Alberto Bosco
Josef Tschöll
Il contratto a termine è lo strumento che meglio di altri si presta ad accompagnare le aziende nella fase di uscita dalla crisi. Nel 2012, i rapporti a tempo determinato hanno rappresentato il 69% di tutte le attivazioni, e il dato appare confermato anche per il 2013. La forma acausale del contratto, quella che non richiede di specificare le ragioni per l'apposizione del «termine», agevola ulteriormente il datore di lavoro.
L'acausalità è una possibilità già prevista anche in altri Paesi, come in Germania, dove è consentito stipulare un contratto senza causale per un periodo massimo di due anni.
Le regole generali
La norma di riferimento sul contratto a termine (il Dlgs 368 del 6 settembre 2001) prevede la stipulazione del contratto in forma scritta, sempre necessaria, pena la conversione in rapporto a tempo indeterminato, e l'indicazione delle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro.
Proprio l'obbligo della «causale» ha prodotto una mole consistente di contenzioso: il contratto a termine è spesso impugnato proprio per la mancata indicazione delle ragioni o per la loro non sufficiente specificità. Qualche prima apertura, sul vincolo della causale, è arrivata con la riforma del lavoro del 2012 (la legge 92/2012), modificata l'anno scorso dal Dl 76/2013 (convertito dalla legge 99/2013).
Attualmente, la specificazione delle ragioni da parte del datore di lavoro non è richiesta:
- nell'ipotesi del primo rapporto a tempo determinato, di durata non superiore a 12 mesi comprensiva di un'eventuale proroga, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore, per svolgere qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nel caso di prima missione di un lavoratore in un contratto di somministrazione a tempo determinato;
- in ogni altra ipotesi individuata dai contratti collettivi, anche aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro più rappresentative sul piano nazionale.
Pur regolando lo stesso istituto, si tratta di due situazioni alternative e assai differenziate.
Il contratto acausale di legge
Il primo regime derogatorio è comunemente indicato come il contratto «acausale di legge»: la durata massima, inclusa l'eventuale proroga, non può superare 12 mesi, fermo restando che è ammessa la prosecuzione del rapporto per un massimo di altri 50 giorni (cosiddetti «periodi cuscinetto»); e soprattutto deve trattarsi del «primo rapporto a tempo determinato».

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