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Questo articolo è stato pubblicato il 01 giugno 2014 alle ore 08:13.

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Si chiama Silent University; ma è nata per dare voce a chi non ne ha. Si tratta, infatti, di una para-università destinata a raccogliere e mettere in circolo quel sapere che rischia di andare perduto in quanto appartenente a soggetti che non sono in grado di condividerlo né di metterlo a frutto; magari perché la loro cittadinanza non è pienamente riconosciuta dalla società; come avviene, in molti casi, per gli immigrati o i richiedenti asilo; che nei loro paesi di origine possono essere dottori, mentre nei luoghi in cui si trovano ad abitare sono costretti a svolgere mansioni che con la loro preparazione non hanno nulla a che fare. La Silent University li invita allora ad assumere il ruolo attivo di docenti impostando corsi e seminari su temi a loro scelta, in modo che queste competenze non vadano disperse. Le persone invitate offrono il loro tempo su base volontaria, e chiunque può partecipare alle lezioni iscrivendosi online.
Il progetto è opera dell'artista turco Ahmet Ögüt ed è nato nel 2012 all'interno di un programma della Tate Modern.
Per raggiungere il suo scopo, quello di valorizzare un prezioso apporto che altrimenti rischieremmo di perdere, la Silent University si riunisce di volta in volta in luoghi cardine del dialogo e della cultura; è quanto avvenuto il 20 e il 21 maggio scorsi, quando l'Università di Oxford e poi lo spazio d'arte contemporanea The Showroom di Londra l'hanno ospitata per una due giorni di scambio che ha coinvolto persone impegnate, a diverso titolo, in progetti riguardanti la migrazione e le sue implicazioni legali nelle democrazie occidentali. Tra loro anche artisti, curatori e teorici.
In quell'occasione, alla Silent University è stato assegnato il Visible Award 2013. Il premio, oggi alla sua seconda edizione, è curato da Matteo Lucchetti e Judith Wielander, ed è un progetto di Fondazione Pistoletto e Fondazione Zegna, che confermano così una volta di più l'orientamento internazionale e la rilevanza di contenuto delle loro scelte. Era stato attribuito alla Silent University il 14 dicembre 2013 presso il Van Abbemuseum di Eindhoven, in Olanda, a seguito della valutazione di una commissione presieduta da Charles Esche – direttore del Van Abbemuseum e curatore della prossima Biennale di San Paolo – e composta da personalità di valore, tra le quali Michelangelo Pistoletto stesso. Peculiari le modalità: ai membri della giuria si aggiungevano infatti circa 40 persone che hanno partecipato ascoltando e intervenendo, e poi votando per uno dei quattro finalisti selezionati dalla giuria. Dibattito e votazioni venivano nel frattempo trasmessi in streaming su internet.
I dieci progetti discussi erano stati preselezionati tra le centinaia arrivate attraverso un open call nell'arco dei mesi precedenti e la discussione è stata schietta, approfondita e trasparente; il premio è stato dunque un'occasione per fare il punto su uno degli ambiti più interessanti e vitali dell'arte di oggi: quello dei progetti partecipativi e socialmente impegnati che numerosi artisti attivano con l'intento di incidere sulla nostra realtà.
I 25.000 euro del premio consentiranno ad Ahmet Ögüt di potenziare il progetto; tra i primi esiti c'è stato proprio l'appuntamento londinese.
Non è un caso che l'artista scelga per lo più sedi di prestigio: si tratta proprio di rendere visibilità al rimosso della nostra società, portandolo "al centro" per restituirgli visibilità. E d'altra parte, come ha sottolineato Anna Zegna, esponente della famiglia Zegna che supporta il Visible Prize, «il fatto che l'Università di Oxford accetti una sfida dirompente come quella della Silent University conferma il radicamento, nell'università anglosassone, di metodo educativo basato sul confronto e sullo scambio.»
Si tratta, anche nel campo della formazione, di uscire dai cliché e di sintonizzarsi rispetto a temi d'interesse pubblico; ma anche di ripensare il senso e metodi.
Che questa sia una necessità avvertita, soprattutto in Italia, lo conferma il proliferare di progetti attivati in questa direzione da parte di critici e teorici (a Roma Maria Rosa Sossai si concentra da tempo su questo tema) e di artisti; ne citiamo solo due, entrambi di matrice italiana: quello di Adelita Husni-Bey, che ha avuto uno sviluppo recente presso il Maxxi di Roma, ma che nasce da un interesse di lungo corso dell'artista per questo tema, e la Free Home University, un'esperienza sperimentale che, in Puglia, coinvolge artisti come Ayreen Anastas, Rene Gabri, Adrian Paci e il gruppo Lu Cafausu e intende generare nuove modalità di creazione e circolazione dei saperi attraverso la condivisione di un'esperienza di vita in comune.
Non resta che augurarsi che questo spirito aperto e migliorativo arrivi a contagiare anche quegli ambiti istituzionali in cui le politiche educative italiane prendono forma.
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