Interventi

2021, finanza verde e clima al centro dell’agenda globale

di Laurence Tubiana

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(EPA)


5' di lettura

Quando i rappresentanti di circa 200 Paesi finalizzarono l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico il 12 dicembre 2015, ci furono molti festeggiamenti in tutto il mondo. Sono però passati cinque anni da allora e il mondo è in uno stato di sempre maggiore incertezza. Inoltre, la crisi del Covid-19 non lascia spazio a soluzioni rapide e ha per contro comportato una crisi sociale ed economica sempre più profonda con un indebitamento sempre più elevato.

Lo scenario geopolitico continua a essere frammentato, proprio come negli ultimi decenni, e con un processo di riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali in corso, le prospettive per il raggiungimento di una maggiore integrazione globale attraverso il commercio si stanno riducendo.

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Una sfida ineludibile

Tuttavia, nonostante questi recenti tumulti, rimane una certezza: la crisi climatica e la necessità di rispettare l’accordo di Parigi, ovvero l’unico percorso delineato per la decarbonizzazione dell’economia globale. Sebbene l’accordo sia stato inizialmente accolto con qualche dubbio, i suoi meccanismi primari si stanno rivelando efficienti e l’obiettivo di zero emissioni di gas serra entro metà secolo è ora il riferimento di molti governi e aziende in tutto il mondo.

Un numero crescente di settori economici (finanza pubblica e privata, energia, trasporto, e, in maniera crescente, l’industria) stanno definendo dei target in linea con questo principio.

In vista della Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (Cop26), lo sforzo immediato dei governi deve essere quello di rafforzare i programmi sul clima (in base alla logica del “meccanismo di bloccaggio” dell’accordo di Parigi) per bloccare i target delle riduzioni delle emissioni entro il 2030.

A livello politico, il mondo ha raggiunto un punto di svolta. Il famigerato discorso di Donald Trump dal Rose Garden a giugno 2017, nel quale ha annunciato il ritiro dell’America dall’accordo di Parigi, ha provocato un effetto domino negativo incoraggiando il Brasile, l’Australia e il Messico a ridimensionare le loro ambizioni sul clima. Ora siamo invece al culmine di un effetto domino positivo in quanto diversi governi e settori stanno realizzando che la decarbonizzazione è un processo essenziale per la competitività del mercato in futuro.

Il cambio di passo

Nel 2020, dei nuovi impegni nei confronti delle emissioni zero da parte della Cina, del Giappone, della Corea del Sud e dell’Unione europea seguiti dall’elezione di Joe Biden come Presidente degli Stati Uniti hanno segnato un cambiamento netto nello scenario globale. Nel 2021, il G7 e il G20 potrebbero mettere la politica sul clima (compresa la finanza verde) al centro dell’agenda globale.

La maggior parte dei Paesi membri di ciascun gruppo ha già definito dei target a emissioni zero e dovrà quindi aumentare di conseguenza i parametri di riferimento del 2030. L’Ue, ad esempio, dovrà ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per raggiungere gli obiettivi del 2050.

Oltre agli ultimi sviluppi negli Stati Uniti, l’Ue e la Cina, dei trend economici più ampi e la mobilitazione degli attori non statali hanno dato un ulteriore slancio all’azione sul clima. Dal 2015, c’è stato un aumento del 22.000% in beni impegnati nel disinvestimento dei carburanti fossili e diverse multinazionali si sono impegnate a ridurre le emissioni in linea con l’accordo di Parigi.

Target emissioni zero

Ad esempio, solo verso la fine del 2020, il gigante statale produttore di energia della Malesia, Petronas, si è unito a Bp, Shell ed Equinor nel definire un target di emissioni zero entro il 2050, mentre la terza azienda di utenze a livello mondiale, ovvero la spagnola Iberdrola, ha annunciato che investirà 75 miliardi di euro (89 miliardi di dollari) nei prossimi cinque anni per raddoppiare la capacità di energia rinnovabile. Nel frattempo, l’Amministratore delegato di Volkswagen ha ammesso che la sopravvivenza dell’azienda dipenderà dalla sua capacità di focalizzarsi sulla produzione di veicoli elettrici, partendo con un investimento di 33 miliardi tra adesso e il 2024.

Inoltre, città, regioni, aziende e istituti finanziari stanno collaborando sempre di più sulle azioni contro il cambiamento climatico, il che implica che alcuni Paesi possono andare oltre i loro obiettivi nazionali, mentre altri Paesi, come il Brasile e gli Stati Uniti, potrebbero rientrare in linea con gli obiettivi. Questi sforzi si reggono su forti azioni contro il cambiamento climatico che partono dalla base. Anche nel mezzo della pandemia, i sondaggi hanno dimostrato che le persone sono più che mai preoccupate per il cambiamento climatico e vogliono che i loro governi facciano di più per proteggere il pianeta.

Queste pressioni stanno creando un circolo vizioso. Ben lontano dall’essere solo parole su carta, gli impegni nei confronti delle emissioni zero stanno avendo un effetto importante sull’economia reale. Un importante accordo commerciale bilaterale tra l’Ue e il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), ad esempio, è stato bloccato da diversi stati membri dell’Ue preoccupati per il disinteresse del presidente brasiliano Jair Bolsonaro nei confronti della protezione dell’ambiente e del disboscamento. Di conseguenza, molte aziende brasiliane, comprese le industrie della soia e della carne, hanno messo pressione sul governo di Bolsonaro per un cambio di rotta.

Tariffe virtuose

Inoltre, nel perseguire l’Accordo verde europeo, l’Ue sta prendendo in considerazione un carbon border adjustment mechanism volto a definire una tariffa carbonifera per alcune importazioni dall’esterno del blocco. Il meccanismo verrà sviluppato attraverso la stretta collaborazione dei partner commerciali e potrebbe essere l’inizio di una nuova era di collaborazione in quanto altri Paesi impegnati a raggiungere un target di emissioni zero dovranno incoraggiare le loro industrie verso la decarbonizzazione.

Una corsa contro il tempo

Tuttavia, non possiamo essere ottimisti andando alla cieca. Il fatto è che il tempo sta scadendo e sappiamo che il 2010-20 è stato il periodo più caldo mai registrato e che le concentrazioni dei gas serra nell’atmosfera continuano a crescere velocemente. Sappiamo inoltre che le emissioni derivanti dai carburanti fossili e dagli incendi boschivi hanno raggiunto un nuovo record nel 2019 e ci confrontiamo ormai regolarmente con immagini di ghiacciai che si sciolgono, foreste pluviali in fiamme, strade immerse nello smog e piccole isole colpite da tempeste.

Anche nelle regioni o nei Paesi in cui le emissioni hanno raggiunto un picco, lo sforzo per arrivare a emissioni zero entro il 2050 dovrà essere triplicato. Altre regioni nel frattempo non sono neppure vicino ad affrontare la sfida.

Con intere economie e società in continuo cambiamento, è giunto il momento che la leadership politica vada oltre per ottenere dei risultati. La nuova amministrazione Biden avrà un ruolo essenziale nella risposta globale, ma gli Stati Uniti da soli non potranno risolvere il problema. In questi tempi di leadership globale sempre più distribuita, è necessario lavorare insieme e i prossimi pilastri della comunità internazionale, al G7, al G20 e a COP26, saranno fondamentale. È un gioco del domino che possiamo vincere.

(Traduzione di Marzia Pecorari)

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