Vent’anni d’inghilterra dagli Oasis a Brexit

31 agosto 1997, quando con Lady Diana morì la «Cool Britannia»

di Francesco Prisco


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Lady Diana e Paul McCartney (Afp)

3' di lettura

La storia viaggia per date spartiacque. Una di queste è il 31 agosto 1997, esattamente 20 anni fa, quando a Parigi, per sfuggire al gossip spinto che la braccava, in un incidente automobilistico perse la vita Diana Spencer, già moglie di Carlo d’Inghilterra. Niente equivoci: gli ultimi Windsor non sono certo i Tudor e neanche gli Hannover, la storia con la «s» maiuscola - a Londra come nel resto del mondo - è da un pezzo che non la fanno più le teste coronate, ma quella data ha comunque un valore storico fondamentale per chi c’era e quei giorni se li ricorda: fu l’inizio della fine della «Cool Britannia», l’ultima epoca dorata in cui il Regno Unito seppe dettare al mondo quella cosa senza la quale, secondo un certo Oscar Wilde, non può esserci arte: lo stile.

Inghilterra faro di una civiltà occidentale che sembrava finalmente in pace con sé stessa e con gli altri, senza più fantasmi rossi oltre la cortina di ferro e senza ancora l’incubo del fondamentalismo islamico pronto a colpire chiunque, dovunque. Inimmaginabili, 20 anni fa, scenari come Brexit, tribuni come Nigel Farage e tragedie come la strage della Manchester Arena. A Downing Street, da soli tre mesi, c’era Tony Blair , in piena luna di miele con il suo Paese e la Sinistra mondiale. L’uomo del New Labour, della Terza Via, del grande cambiamento, non ancora logorato da dieci anni di politiche non troppo condivise dalla sua base e dall’appoggio indiscriminato alla guerra in Iraq. Un premier che in molti all’epoca interpretavano come l’ideologo di una rivoluzione molto più ampia del perimetro del nuovo partito laburista che aveva creato, capace di abbracciare musica, cinema, letteratura e arti figurative. Perché la Cool Britannia, agli occhi di chi c’era e quei giorni se li ricorda, suonava un po’ come il remake della Swinging London. E suonava alla grande.

Sei dei Blur o degli Oasis?
L’istantanea della Cool Britannia, quando si parla di musica, è quella del Brit Pop, il ritorno in auge di quel gusto tutto albionico per la melodia, appena un po’ più sporco rispetto agli anni Sessanta. Il dualismo non è più Beatles-Rolling Stones, ovviamente, ma Oasis-Blur. I primi sono la band inglese di maggior successo del decennio e, una manciata di giorni prima della scomparsa di Lady D, pubblicano Be here, now, terzo album ma anche inizio della loro fine. Damon Albarn e soci, più intellettuali dei fratelli Gallagher, nel ’97 si autocelebrano con l’omonimo Blur, il classico album della band che ce l’ha fatta.

Ma l’album migliore di quell’estate fatidica e forse il migliore dell’intero decennio lo tirano fuori dal cilindro i disallineati Radiohead: è OK Computer, l’apice della loro ricerca compositiva dopo il quale vivranno di rendita e sperimentalismi un po’ saccenti. Fuori dai confini del Brit Pop regnava il Trip Hop e lì i numi tutelari erano i Massive Atack, intenti a lavoroare al capolavoro Mezzanine che sarebbe uscito nell’estate dell’anno successivo.

Dai Blur a Trainspotting:  vent’anni fa la Cool Britannia

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Inghilterra «messa a nudo» da Full Monty
Gran Bretagna faro dell’occidente anche quando si parlava di cinema: nel 1997 esce infatti Full Monty, commedia di Peter Cattaneo su un gruppo di disoccupati di Sheffield che si reinventa crew di spogliarello, roba da 3,5 milioni di dollari investiti e quasi 258 milioni incassati. Il protagonista è Robert Carlyle, volto cinematografico della Cool Britannia per eccellenza che, un anno prima, era stato il Begbie di Trainspotting. Proprio la pellicola di Danny Boyle, l’anno precedente, aveva fatto capire al mondo che nel cinema inglese poteva starci anche qualcosa di completamente diverso dal solito impegno sociale di Ken Loach , buono per tutte le stagioni. Come fu Grazie, Signora Thatcher e sarà L’erba di Grace, film più o meno leggeri premiati dal botteghino.

Dai libri di Hornby agli animali di Hirst
E la Cool Britannia si spinge anche nei territori della letteratura e delle arti figurative, da un lato con Nick Hornby (Febbre a 90, Alta fedeltà) e Jonathan Coe (La famiglia Winshaw e La casa del sonno), dall’altro con il fortunatissimo e controverso filone degli Young British Artists, tra gli animali in formaldeide di Damien Hirst e i letti disfatti di Tracey Emin. Il Mac non era ancora un oggetto trendy, ma noi in compenso eravamo già affamati e folli. Probabilmente perché eravamo giovani. E Londra era il posto che visitavamo d’estate, perché era lì che ci sarebbe piaciuto vivere. Ci fossimo trasferiti laggiù per davvero, oggi staremmo facendo i conti con un sogno tradito. Dalla Brexit e da una Britannia che, 20 anni dopo, non suona più cool come piaceva a noi.

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