il centenario della «grande guerra»

4 novembre 1918: da Serravalle a Villa Giusti, cronaca di un armistizio

di Piero Fornara


Quattro novembre, 100 anni fa finiva la prima guerra mondiale

5' di lettura

Quest’anno la coincidenza del 4 novembre con la domenica aggiunge solennità (e spazio mediatico in tv e sui giornali) alla ricorrenza dell’armistizio del 1918 e della conclusione vittoriosa della guerra contro l’Impero austro-ungarico. Al sacrario di Redipuglia e a Trieste - per la giornata delle Forze Armate e per le celebrazioni del Centenario - arriva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I lettori meno giovani ricordano di sicuro che fino al 1977 il 4 novembre era una festività civile, con chiusura delle scuole e degli uffici pubblici. Per chi prestava servizio militare, dettaglio forse meno noto, era anche il giorno stabilito per dismettere la divisa estiva e indossare la “drop” invernale.

La Grande Guerra raccontata e fotografata

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Vittorio Veneto: fu vera gloria?
Volendo citare il celebre interrogativo del Manzoni, fu vera gloria la vittoria italiana? Giuseppe Prezzolini, giornalista e scrittore, combattente volontario in guerra, già nel 1920, in un polemico saggio pubblicato nei quaderni della «Voce», scrisse che non fu una vittoria militare, perché «c’era un nemico che già si ritirava». D'altronde le intenzioni del capo di Stato Maggiore italiano Armando Diaz, soddisfatto per avere superato la crisi di Caporetto dell'autunno 1917 e per aver fermato l'ultimo, disperato attacco austro-ungarico sul Piave nella Battaglia del Solstizio del giugno 1918, non sembravano tali da favorire subito una svolta offensiva.

Invece proprio a Vittorio Veneto ci fu l’attacco decisivo. Dopo la resa incondizionata dell’Impero asburgico, le truppe italiane avrebbero potuto avanzare attraverso il territorio austriaco verso la Baviera e aprire un nuovo fronte alle spalle dell'esercito tedesco, che ormai faticava grandemente sul fronte occidentale contro gli anglo-francesi, rinforzati dalle truppe degli Stati Uniti, entrati in guerra da un anno. L'armistizio di Villa Giusti anticipa di una settimana la resa della Germania: la mattina dell'11 novembre 1918, in un vagone ferroviario in sosta a Rethondes, in una radura della foresta di Compiègne (90 km a nord-est di Parigi), viene firmato l'armistizio che mette fine alla Prima guerra mondiale. Il tributo di sangue, nei quattro anni e mezzo del conflitto, è terribile: nove milioni di morti.

L'VIII Armata varca il Piave
Tornando al fronte italiano, la data dell'offensiva era stata fissata un anno esatto dopo Caporetto. Ma la notte del 24 ottobre il peso dell’attacco è sostenuto solo dalla IV Armata del generale Gaetano Giardino sul Monte Grappa, perché l'azione sul Piave viene rinviata a causa della piena del fiume, che scardinava i ponti gettati sull'altra riva. La svolta arriva tra il 28 e il 29 ottobre. L'VIII Armata del generale Enrico Caviglia varca in forze il Piave, con l'appoggio di alcuni contingenti alleati. La mattina del 30 ottobre due squadroni di lancieri di Firenze a cavallo, provenienti da Conegliano, entrano a Vittorio (“Veneto” si aggiungerà al nome qualche anno dopo) lungo il viale degli ippocastani. La gente accoglie i nostri soldati con entusiasmo e commozione.

Sui libri di storia in genere si parla poco della vita quotidiana in Veneto e Friuli durante l'occupazione. C’era quasi un milione di civili, in maggioranza donne, bambini e anziani, abitanti nei 308 comuni invasi dai soldati tedeschi e austro-ungarici dopo la rotta italiana di Caporetto. Con la scusa di ricercare sbandati italiani, i soldati entravano nelle case, minacciando i civili con le armi: ferimenti, omicidi, stupri si contarono a centinaia.

Nelle prime settimane di occupazione ci fu quasi una gara fra i militari dei due Imperi per accaparrarsi generi alimentari e altri beni di prima necessità, in parte inviati verso l’interno per aiutare la popolazione dell'Austria-Ungheria, colpita dal blocco economico delle potenze dell'Intesa. Nel Museo della Battaglia di Vittorio Veneto è persino conservata una ingiunzione, scritta in tedesco da parte del comando militare locale, che proibisce ai soldati occupanti di requisire alla popolazione italiana l'ultima mucca di ogni famiglia, con il foraggio necessario, per non ridurla letteralmente alla fame.

Per l'esercito invasore la città di Vittorio (pur svuotata rispetto ai 22mila abitanti che aveva prima della guerra) possedeva i requisiti adatti per stabilirvi i Comandi d’Armata, perché collocata a sufficiente distanza dalla linea del fronte Monte Grappa-Montello-fiume Piave, ma anche a ridosso delle vie di comunicazione verso la madrepatria. La città viene tappezzata di manifesti, scritti in tedesco e in italiano, che stabiliscono nuove regole per la vita quotidiana. Ad esempio, l'uso della valuta italiana diventa illegale, mentre circolano i buoni della Cassa Veneta istituita dalle autorità austriache.

Ufficiale austriaco e di madrelingua italiana
Un centinaio di chilometri più a Ovest lungo il fronte, a Serravalle all'Adige (presso Rovereto) la mattina del 29 ottobre un capitano dello Stato Maggiore austriaco – e di madrelingua italiana, Camillo Ruggera – delegato dal generale Weber von Webenau, espone la bandiera bianca e si presenta agli italiani per chiedere un armistizio. Nel Museo storico italiano della guerra dentro il castello di Rovereto, in una bacheca appositamente allestita per il centenario, sono esposte l'asta con un lembo della bandiera bianca e la tromba suonata per la richiesta di armistizio.

Il 31 ottobre il generale Weber, plenipotenziario austriaco, riceve la risposta del Comando supremo italiano di Abano Terme, con l'indicazione di Villa Giusti (sulla strada tra Padova e Abano) come sede delle trattative. Ma i colloqui si svolgono in un clima di tensione crescente. Nella riunione decisiva, iniziata alle ore 15 del 3 novembre, si arrivò vicini al punto di rottura, perché il generale Pietro Badoglio, sottocapo di Stato Maggiore e plenipotenziario italiano, proponeva di posticipare l'armistizio alle ore 15 del 4 novembre (e così poi sarà), giustificando la dilazione con la difficoltà delle comunicazioni con il fronte. Da parte austriaca la richiesta appariva invece un espediente per ottenere una vittoria più grande, con una maggiore quantità di prigionieri.

La cavalleria a Trento e la nave Audace a Trieste
In effetti già nel pomeriggio del giorno 3 era entrata a Trento la cavalleria italiana e nel porto di Trieste aveva attraccato il cacciatorpediniere Audace (che darà poi il nome al molo dello sbarco). Ma l’obiettivo di Badoglio era di cessare le ostilità con le nostre truppe già attestate nei territori assicuratici dal Patto di Londra del 1915.

A Villa Giusti finalmente, poco dopo le ore 18.30 del 3 novembre, si mettono le firme sul trattato. Gli eredi proprietari della villa - famiglia Lanfranchi - hanno conservato la sala con il tavolo di legno laccato in nero, su cui fu firmato l'armistizio, e quasi tutti gli arredi dell’epoca. Su una parete c'è anche una riproduzione in bronzo del Bollettino della Vittoria, firmato dal capo di Stato Maggiore italiano Armando Diaz e preparato dall'ufficio stampa con la collaborazione, fra gli altri, di due giovani ufficiali: Ferruccio Parri, che diventerà nel 1945 il primo presidente del Consiglio nell'Italia libera e Giovanni Gronchi, che sarà eletto nel 1955 presidente della Repubblica. Di suo pugno il generale Diaz aggiunse la chiosa: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».

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