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50 Ong accusano governi Ue: complici stragi in mare, basta cooperazione con guardia costiera libica

di Andrea Gagliardi e Marco Ludovico

Sea Watch a Catania, applausi e abbracci tra i migranti


2' di lettura

«Da gennaio 2018 almeno 2500 persone sono morte nel Mediterraneo e altre ancora stanno soffrendo nei campi di detenzione libici». Con una lettera aperta indirizzata ai ministri degli Interni dei governi dell’Ue (in vista del consiglio informale degli Affari Interni e della Giustizia a Bucarest il 7 febbraio) 50 organizzazioni e piattaforme umanitarie, tra cui Oxfam, Medici senza Frontiere, Caritas Europa, e Human rights watch accusano le cancellerie europee di essere «diventate complici della tragedia nel Mediterraneo» e affermano che «alcuni Stati membri dell’Ue hanno deliberatamente costretto molte Ong che conducono operazioni di ricerca e soccorso ad interrompere la loro attività di salvataggio».

Le Organizzazioni non governative ricordano che negli ultimi sei mesi i governi Ue «hanno cercato invano di trovare un accordo su un sistema che consenta ai migranti messi in salvo di essere sbarcati in sicurezza». E rammentano come «ogni volta che una nave, con a bordo migranti salvati in mare, si avvicina alle coste Ue, i governi europei ingaggiano uno sfibrante braccio di ferro sul porto dove la nave debba sbarcare e su quali Paesi possano ospitare i migranti sopravvissuti ed esaminare le loro richieste di asilo».

Al contempo i governi europei «stanno esercitando una pressione indebita sulle organizzazioni della società civile che svolgono attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo».

Invece di «supportare queste attività mirate a salvare vite - evidenziano le Ong - alcuni Stati Ue hanno reso più difficili le operazioni di salvataggio; hanno lanciato accuse senza fondamento nei loro confronti» e hanno impedito alle imbarcazioni di salpare». Le Ong ricordano infatti che mentre «lo scorso anno di questi tempi c’erano 5 organizzazioni che svolgevano attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, oggi solo una (la Sea Watch, ndr) è in condizione di operare».

Eppure, ci sarebbero obblighi precisi. «Secondo il diritto internazionale, - spiegano ancora le organizzazioni - le persone salvate in mare dovrebbero essere accompagnate nel porto sicuro più vicino». Non solo. «Il diritto di chiedere asilo e il principio di non respingiomento sono ribaditi nei trattati dell’Ue».

Nel documento le 50 organizzazioni chiedono pertanto ai ministri dell’Interno della Ue di «dare sostegno alle operazioni di ricerca e salvataggio» e di «adottare una gestione degli sbarchi che risponda ai criteri di prevedibilità e tempestività» (in attesa di una riforma del regolamento di Dublino), con la redistribuzione automatica dei migranti tra i Paesi Ue. Si ricorda poi che le condizioni dei campi di detenzione dove i migranti sono rinchiusi sono «terribili», con violazione sistematiche dei diritti umani. E che «uomini, donne e bambini riportati in Libia dalla guardia costiera libica (supportata dalla Ue) vanno incontro a «detenzioni arbitrarie» e «al serio rischio di torture». A tal prosito i governi europei «dovrebbero fissare chiari standard, inclusa la fine delle detenzioni arbitrarie, ed essere pronti a sospendere la cooperazione e l’assistenza alla Guardia costiera libica se tali standard non sono rispettati».

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