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600 donne nei board delle società quotate. Ecco chi sono

Con la manovra l’obbligo delle quote di genere sarà esteso di altri 3 mandati e salirà al 40% dal 33% attuale, previsto dalla legge Golfo-Mosca.

di Monica D'Ascenzo


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(Getty Images)

4' di lettura

Tempo di ritocchi per la governance delle società quotate. La manovra, che domani andrà in aula al Senato, porta in dote, infatti, un paio di modifiche alla legge Golfo-Mosca: l’estensione per altri 3 mandati rispetto ai 3 previsti dalla norma approvata nel 2011 e l’elevazione della quota di genere da un terzo a due quinti, vale a dire al 40 per cento. Il dato che sorprende è che a Piazza Affari una società su cinque, il 20,2% su 237 aziende dell’Mta (48), è già in linea con le nuove indicazioni contenute nel Ddl Bilancio.

Target vicino per l'Italia

D’altra parte l’Italia, dopo l’entrata in vigore della legge 120 del 2011 che prevedeva a regime una quota di posti nei board pari al 33% dedicata al genere meno rappresentato, si era rapidamente posizionata fra i Paesi più virtuosi al mondo. L’ultimo dato, dopo la tornata delle assemblee della primavera scorsa, è di una percentuale femminile nei board delle quotate italiane del 36,4%, in base a un’analisi dell’ufficio studi del Sole 24 Ore su dati FactSet. Poco manca, quindi, al raggiungimento in media, di quel 40% previsto dall’emendamento trasversale a prima firma di Donatella Conzatti (Iv), sostenuto da Valeria Fedeli (Pd) e approvato in settimana dalla commissione Bilancio del Senato. La settimana precedente era stata la volta del via libera della commissione Finanze della Camera all’emendamento a prima firma di Silvia Fregolent (Iv), che estendeva l’obbligo di quote nel riparto dei consiglieri di altri 3 mandati. Per altro a cambiamenti in questo senso in parlamento si lavorava già da un anno con una partecipazione trasversale intorno alla proposta avanzata come prima firmataria da Cristina Rossello (Fi).

Manca naturalmente il passaggio in aula, che ci sarà domani al Senato con il voto di fiducia, ma il nuovo passo avanti sul tema diversity nei board avvicina ancor di più l’Italia ai Paesi che hanno deciso di adottare le quote e che fin dall’inizio hanno posto il 40% come livello minimo: dalla pioniera Norvegia, che introdusse la norma nel 2006, alla Francia, che è arrivata all’obbligo solo nel 2017 ma ha già oggi il 42% di donne nelle società del Cac40.

Identikit delle consigliere

Il dubbio è sempre stato: dove troviamo tutte queste donne “qualificate” per i board? A quanto pare il problema è stato superato con il tempo e oggi nei cda delle società quotate ci sono circa 600 tra professioniste, professoresse universitarie, manager, avvocate, commercialiste, ingegnere che hanno portato il loro contributo alle imprese. Scongiurato, poi, anche il timore del fenomeno delle “golden skirt”, vale a dire poche figure in cui si concentrasse un numero elevato di mandati: solo il 18,5% ha più di un board e per la maggior parte dei casi ci si ferma a due. Ad avere il maggior numero di incarichi sono Michaela Castelli, presidente di Acea, e Chiara Mio, presidente di Crédit Agricole FriulAdria, con 5 board ognuna, seguite da 9 consigliere con quattro cda. Diverse, infine, le ricerche che hanno dimostrato come l’età media delle donne sia più bassa, il loro grado di istruzione più elevato e che più frequentemente abbiano avuto esperienze all’estero. Un trend questo che ha portato a un miglioramento complessivo della governance in Italia, come riconoscono gli esperti.

Le quote non bastano

È indubbio, quindi, l’effetto della legge Golfo-Mosca sul balzo fatto dal poco meno del 7% del 2011 al 36,4% attuale. La percentuale di donne nei board italiani è una fra le più alte al mondo. Basti pensare che la media per l’Europa occidentale è del 26,7% secondo i dati Corporate Women Directors International, mentre per l’intera Europa siamo al 23%, contro il 25% dell’Africa secondo i dati McKinsey. «Come sistema Italia siamo diventati una best practice e un punto di riferimenti per le altre giurisdizioni internazionali» commenta Tommaso Corcos, presidente di Assogestioni e ceo di Eurizon Capital. Assogestioni, per altro, aveva già fatto sapere che a prescindere dalle decisioni del legislatore, avrebbe continuato a presentare liste per i cda rispettando le quote, anche nel caso in cui non fosse stato prolungato il periodo di applicazione, in esaurimento secondo la legge 120 al 2022.

Non sono mancate, poi, le società quotate che hanno già approvato modifiche al proprio statuto per rendere perpetua la diversità di genere nella composizione dei loro board (si veda articolo in pagina). Ma resta un “ma”: «A fronte di un aumento della presenza delle donne nei board non si è verificato un incremento delle donne nelle prime linee manageriali delle aziende, dove i numeri sono più penalizzanti» continua Corcos e con lui concorda Maria Pierdicchi, presidente di Nedcommunity l’associazione italiana degli amministratori non esecutivi e indipendenti: «L’approvazione degli emendamenti è certamente un segnale positivo, che conferma come le diversità negli organi di amministrazione e controllo possano aiutare le imprese nelle sfide strategiche sempre più complesse e in forte evoluzione così come nell’attenzione ai nuovi rischi. Tuttavia il gender gap permane molto alto nel management: è un tema che i cda dovrebbero affrontare con maggior impegno dato che le sfide future richiedono sempre più attrazione e formazione dei talenti e competenze soft e hard diversificate. Per costruire nuovi modelli basati sulla creazione di valore sostenibile e attenti agli stakeholders occorre creatività e discontinuità col passato che le donne possono contribuire ad accelerare». Che sia il momento di una nuova fase?

CONSIGLIERE NEI CDA DELLE QUOTATE ITALIANE
Donne che siedono nei board e numero di incarichi (Fonte: Il Sole 24 ORE – Analisi Mercati Finanziari aggiornato alla stessa data dell'articolo)
Riproduzione riservata ©
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    Monica D’Ascenzoredattrice

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Finanza, startup, diversity

    Premi: Premio dell'Associazione per lo Sviluppo economico per il libro "Donne sull'orlo della crisi economica"

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