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Competizione anonima

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Giovedí 23 Ottobre 2008

DI LUCA BOLOGNINI
E PIETRO PAGANINI
Serve più privacy nei motori di ricerca. Secondo l'Istituto italiano per la privacy, non si tratta di impedire agli operatori Ict, in particolare ai content providers digitali, di espandersi e incrementare il loro business. Non si tratta nemmeno di negare la libertà di espressione e imprigionare la creatività. Al contrario, la tutela dei dati personali è un fattore competitivo che può contribuire a produrre maggiore innovazione, ma servono più regole.
Cerchiamo di spiegare meglio. Quasi tutti i servizi offerti dai motori di ricerca e dai social network (cioè da gestori e fornitori di contenuti), spesso in collaborazione con sistemi di profilazione pubblicitari, non sono considerati nelle norme comunitarie dedicate agli Isps (fornitori di servizi di comunicazione per internet) sulla conservazione dei dati personali e sulle comunicazioni elettroniche (fanno eccezione i cookies). Tuttavia, tali servizi oggi comportano rischi altissimi per gli utenti: confrontando informazioni facilmente reperibili, – per esempio, gli indirizzi Ip o i dati di account registrati, gli amici connessi, i termini delle ricerche effettuate quotidianamente – è possibile creare il profilo accurato di un utente. In altre parole, è possibile tracciare la personalità di un individuo, i suoi gusti, le sue relazioni, gli orientamenti sessuali e politici, e persino le malattie di cui soffre. Sono evidentemente dati delicatissimi, addirittura pericolosi se trattati male e senza precise cautele.
Ai motori la massima attenzione. Di recente, Google ha dichiarato di voler ridurre da 18 a 9 mesi la durata di conservazione dei dati di ricerca: essi verranno poi congelati (non cancellati, pare) e non saranno più utilizzati. Quattro le note a riguardo: primo, i dati in questione sono solo quelli archiviati "lato-server", mentre i cookies presenti nei computer ("client") continuano a durare in media due anni, se non eliminati di volta in volta dagli utenti; secondo, 9 mesi appaiono comunque troppi per la gestione di dati sensibili (la Ue ne raccomanda massimo 6); terzo, bisogna dare facoltà di scelta agli utenti – come hanno già cominciato a fare, con responsabilità, colossi Ict quali Microsoft e Apple: i motori di ricerca dovrebbero fornire all'utente un'informativa preventiva, che chiarisca senza equivoci come e per quanto saranno utilizzati i dati. Una sola parola linkata alle privacy policy, spesso complesse e noiose, non è sufficiente e al contrario disorienta.
Molto più utile sarebbe un'informativa breve sotto la stringa di ricerca. Quarto, il metodo finora adottato a livello europeo per ottenere una riduzione delle tempistiche e una rimodulazione dei trattamenti di questo genere è affidato alla buona volontà degli operatori, mentre servono norme chiare a tutela del diritto alla riservatezza.
Sul piano giuridico, i legislatori europei hanno tentato di trovare una soluzione, ponendosi il problema della "emissione di tracce" da parte degli utenti e del rischio di un loro monitoraggio, ma lo hanno fatto soprattutto con riferimento alle comunicazioni. Per questo, la direttiva 97/66/CE – poi sostituita dalla 2002/58/CE – ha introdotto rigidi obblighi e divieti per i fornitori di servizi di comunicazione per internet (Isps) e tali norme sono state progressivamente recepite a livello nazionale dai vari Stati membri. Internet è però oggi molto più complesso, sovrastrutturato, interattivo di quanto lo sia mai stato e tenderà a esserlo sempre di più. Per questo, l'Europa deve porsi il problema di nuove regole che comprendano anche i motori di ricerca e i social network.
È dunque ragionevole percorrere due strade, una più graduale e l'altra più immediata. Cominciamo proprio da quest'ultima. È di pochi giorni fa la risoluzione di Strasburgo, approvata da tutte le Authority Privacy mondiali, che prevede nuovi limiti per i social networks e i motori di ricerca. Inoltre, l'Article 29 Working Party (il gruppo dei Garanti europei) ha già interpretato la Direttiva 95/46/CE (relativa al trattamento di dati personali in generale) in maniera precisa con riferimento ai motori di ricerca (Parere 4/4/2008): in tale parere sono già contemplati gli elementi che imporrebbero ai content providers tempi e modi corretti nella gestione dei dati personali e doveri di adeguata informativa preventiva agli utenti.
Perché non passare dalle buone intenzioni ai fatti? Si tratta ora di far seguire a queste dichiarazioni di principio i controlli dei vari Garanti nazionali.
L'altra strada, più graduale ma complementare, è l'approvazione di un nuovo disegno legislativo Ue, che aggiorni le Direttive 2002/58/CE (relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche) e 2006/24/CE (riguardante la conservazione di dati generati o trattati nell'ambito della fornitura di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico o di reti pubbliche di comunicazione). Si potrebbero così stabilire limiti minimi e massimi ben definiti per i provider di contenuti. Proprio nelle settimane scorse, il Parlamento europeo ha votato alcuni emendamenti alla Direttiva 2002/58/CE per renderla in parte applicabile ai fornitori di servizi della società dell'informazione (quindi anche ai motori di ricerca).
  CONTINUA ...»

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