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La leva dei quant

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Giovedí 06 Novembre 2008

DI FABRIZIO GALIMBERTI
Era un evento da otto deviazioni standard... Il linguaggio è esoterico, ma si può tradurre dicendo che era uno di quelli che, secondo complessi calcoli, poteva verificarsi solo una volta ogni 100mila anni. Così uno dei gestori del famoso (o famigerato) Long Term Capital Management si difese dall'accusa di essersi fidato di complicati modelli matematici nel condurre le transazioni che portarono poi alla rovina l'hedge fund dei premi Nobel (nel consiglio sedevano Myron Scholes e Robert C. Merton). Quante deviazioni standard potrebbe invocare un altro apprendista stregone della modellistica finanziaria per spiegare quel che è successo con la crisi attuale? Non sono certo passati 100mila anni dal '98, ma un altro epocale scuotimento ha squassato la finanza globale, umiliando per la seconda volta gli orgogliosi algoritmi che intendevano dominare quell'interazione di "caso e necessità" che governa i mercati.
Negli uffici delle grandi banche dei Paesi avanzati non si trovano solo laureati in economia, diritto o marketing. Negli annunci del personale si richiedono spesso laureati in fisica o matematica, tanto che chi esce con alti voti dalle più prestigiose facoltà scientifiche ha la scelta fra insegnamento, ricerca pura o andare a... lavorare in banca. L'innovazione finanziaria ha creato tanti strumenti nuovi, la moltiplicazione delle piazze tante opportunità di arbitraggio e l'incredibile capacità/capienza di calcolo tanta messe di dati, che è diventata irresistibile la tentazione di "creare soldi dal nulla" sfruttando in modi nuovi e impensati le differenze delle quotazioni nel tempo e nello spazio.
Ecco allora che è sorta una nuova genia: gli scienziati della finanza, i rocket scientist, i quant (per dirla con l'abbreviazione che denomina quanti analizzano con strumenti matematici il lato "quantitativo" delle transazioni), indossano il camice bianco e si chinano sugli anfratti del caos per trovarvi regolarità, ricorsi e angoli oscuri e inesplorati che offrano possibilità di guadagno. Ed è proprio nelle "teorie del caos" che si muovono questi nuovi algoritmi del profitto. Un famoso matematico, pioniere della geometria dei frattali, Benoit Mandelbrot, ha osservato che il concetto di "turbolenza" è comune sia alle scienze fisiche che alle scienze sociali. L'ala "supercritica" dei grandi aerei è studiata in modo da migliorare l'aerodinamica sfruttando al massimo la turbolenza che si viene a creare quando fende l'aria: una sfida ingegneristica che è possibile vincere solo con i supercomputer. Nei sistemi complessi basta una minima deviazione dalle condizioni di partenza per causare enormi differenze nelle condizioni di arrivo: ecco il famoso battito delle ali di una farfalla nelle Amazzoni che può provocare un tifone a Tokyo.
Il matematico francese Henri Poincaré affermò che tutto è prevedibile, che il mondo è determinato e deterministico: se si conoscessero le condizioni iniziali di ogni stato delle cose – come in teoria si potrebbero conoscere – e si conoscessero le leggi che presiedono al loro cangiare, se ne potrebbero prevedere gli stati finali, con tutte le tappe intermedie. Questa affermazione teorica non ha mai però trovato uno sbocco pratico (come ben sa chi parte per un picnic perché le previsioni del tempo dicevano bello, e si ritrova bagnato...), semplicemente perché i fattori in gioco sono troppi, il mondo reale è troppo complesso. Ma l'homo non si scoraggia facilmente – non per niente è sapiens – e ha elaborato raffinate teorie per tener testa, appunto, alle complessità.
Sia nel '98 che nel 2007-08 l'evento che ha fatto implodere i mercati è legato alla liquidità. Nel 1998 le scommesse di Ltcm erano market neutral, cioè a dire non avrebbero dovuto dipendere dal fatto che i mercati andassero sù o giù. I supercomputer avevano scavato nelle nicchie degli arbitraggi e avevano individuato le opportunità di convergence trading: se, per esempio, una società era quotata in due Borse e c'era una differenza di prezzo, si poteva scommettere che ci sarebbe stata una convergenza. Ma tutte queste strategie, come tante altre che sfruttavano incoerenze di prezzo fra bond simili, presupponevano che il mercato avrebbe continuato a funzionare ed esprimere prezzi coerenti. Se invece c'è una fuga dal mercato perché si crea timore o panico, se la liquidità si inaridisce, se i prezzi non hanno più senso, le strategie più sofisticate vanno a gambe all'aria. Questo è quello che successe dopo la crisi asiatico-russo-brasiliana del 1997-98, e questo è quello che sta succedendo dieci anni dopo. La sola differenza è che allora le strategie sofisticate riguardavano gli arbitraggi e i convergence trade, mentre oggi la mancanza di liquidità ha riguardato una serie di titoli della finanza strutturata (essenzialmente titoli cartolarizzati basati su mutui o su prestiti per M&A, reimpacchettati poi in obbligazioni sintetiche come i Cdo). Questi eventi, questi vuoti di liquidità, sono eventi rari, "cigni neri", che non trovano posto nei modelli basati sull'esperienza del passato, perché questi in precedenza avevano visto solo cigni bianchi. Ma, come nel 1697 gli esploratori olandesi scoprirono l'Australia e i cigni neri, un giorno il cigno nero fa capolino nella finanza globale e manda all'aria anche i calcoli dei premi Nobel.
Le strategie dei quant portavano anche un altro pericolo. Si basavano su piccole differenze di prezzo da sfruttare o sul montaggio, smontaggio e rimontaggio di titoli sintetici, con piccoli vantaggi di rendimento fra un passaggio e l'altro: in ambedue i casi per far profitti bisognava agire su grandi quantità, il che vuol dire che bisognava sfruttare al massimo la leva finanziaria. Allungare il rapporto fra attivo e capitale voleva dire però esporsi al pericolo di un improvviso ritiro delle fonti di finanziamento, ciò che avrebbe costretto a liquidare precipitosamente l'attivo, e innescare quindi una spirale di vendite.
  CONTINUA ...»

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