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Via Paolo Sarpi, un continuo via vai di merci provenienti da Napoli, Toscana e Veneto

di Rita Fatiguso

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13 aprile 2007


La tensione montava nel borgh di scigolatt, il vecchio borgo milanese degli ortolani, diventato il fortino della comunità cinese. La quinta etnìa, in Italia, dietro quelle rumena, albanese, marocchina, ucraina.
Da tempo, ormai, si registravano continue frizioni tra la gente del quartiere allergica a quella globalizzazione sfrenata spuntata proprio sotto casa, con quei dannati negozi all'ingrosso, tra vigili urbani e commercianti di scarpe e vestiti, tra poliziotti e venditori ambulanti abusivi di frutta e verdura di quarta scelta venduta, senza pudore, ai ristoranti della zona.
Tutta "colpa" della Giunta Moratti, che ha deciso di cambiar rotta rispetto alla miope rinuncia delle passate amministrazioni a governare il flusso dirompente delle merci cinesi che si incunea nel triangolo Sarpi-Canonica-Bramante, in pieno centro di Milano.
Nel famigerato Codice di avviamento postale 20154 stanno stipate 452 delle 1764 aziende cinesi censite dalla Camera di commercio milanese, per oltre l'80% attive nell'ingrosso, una potenza commerciale da non sottovalutare. Certo, a Prato vive la comunità più numerosa, con 50mila abitanti censiti, ma il cuore dell'economia è a Milano, dove le presenze legali sono almeno 13mila, escludendo i clandestini, e si è sviluppata un'imprenditoria aggressiva, rampante, con forti legami con la madrepatria. Lì dove tutti vorrebbero tornare, da ricchi.
Il sindaco vuole riportare il quartiere alla legalità, tamponando gli effetti indesiderati del più grande centro commerciale di merci totalmente non regolamentato, il primo in Italia, spuntato in pochi anni, alimentato dalla crescita dell'economia cinese, dai nuovi arrivi dal Sud-Est della Cina, dall'effetto calamita che la città esercita sulle altre comunità, quella di Prato, di Napoli, di Treviso, di Vicenza, di Padova. Una rete coesa: in furgone, da Prato, arrivano perfino le torte nuziali per i matrimoni, quelli con gli invitati che consegnano mazzi di banconote in busta chiusa e stecche di sigarette come gradito omaggio agli sposi che arrivano in limousine lunghe quattro metri. Ogni matrimonio è una nuova impresa, un ristorante, un negozio all'ingrosso.
Il pellegrinaggio, incessante, di macchine targate Bolzano, Zurigo, persino dalla Croazia, da Parigi. Furgoni zeppi di maglie e calze fatte dai cinesi di San Giuseppe Vesuviano, Empoli, Prato. Molti negozi sono stati affittati o comprati proprio da cinesi "toscani" a prezzi esorbitanti, patetici showroom delle loro mercanzie made in Italy.
Delocalizzare, è l'utopia. Realizzata altrove, a Budapest con Asia center, 200mila metri quadri per 600 società cinesi e un accordo da un miliardo di dollari con il Governo cinese. A Dragon Rocul, in Romania, centro commerciale nato accanto a Europa, la cittadella cinese alla periferia di Bucarest, 500 negozi tutti già venduti o affittati.
In Italia, solo tentativi fallimentari: Centro ingrosso Cina, vicino Padova, Cinamercato a Milano, una truffa per i 150 cinesi (anche di Paolo Sarpi) che in Brianza credevano di aver affittato uno spazio (inesistente) dall'imprenditore cinese Zichai Song, oggi latitante.
Resta il caos di via Paolo Sarpi, lo slalom tra i passanti, sul marciapiede, tra un tram e un furgone parcheggiato di sghembo, una piattaforma logistica non pianificata né tantomeno attrezzata per la vendita all'ingrosso che converge sul Nord Italia.
In una supplica al sindaco, i commercianti cinesi hanno implorato una tregua ai controlli a tappeto sul traffico di carrelli e furgoni. Poi, il crollo, e la rivolta di fronte all'introduzione sperimentale della Ztl, la Zona a traffico limitato, lungo via Sarpi: in pratica passano solo i residenti e la linea dell'autobus, la 43. Con buona pace dei negozi dei grossisti.
Aria densa, tesa, rarefatta. Satura. I 452 hanno perfino bussato alla porte del consolato costringendolo, per la prima volta, a schierarsi e a rompere la vecchia, diplomatica linea di considerare "quelli di Paolo Sarpi" un mondo a parte. Gente abituata a far da sé, i cinesi italiani, vengono dallo Zhejiang, un'area arretrata popolata da gente spiccia, intraprendente.
Sempre a testa bassa a spingere carrelli, aprire pacchi, scaricare furgoni, negoziare con i dettaglianti italiani rapiti dalla convinzione di fare affari d'oro. I migliori lasciano il quartiere, vanno nei Paesi dell'hinterland, fanno studiare i figli lontano da qui. I genitori si indebitano fino al collo, si espongono a prestiti poco trasparenti, tanto che la Bank of China di Milano cerca disperatamente di attirarli allo sportello, ma loro, niente.
Oggi, i protagonisti del più grande centro commerciale di merci cinesi riscoprono l'orgoglio della bandiera rossa della Repubblica popolare cinese, sventolandola durante gli scontri con polizia, vigili e carabinieri.
L'Italia ha grandi possibilità, la Cina inizia a investire attraverso i canali legali. Una ventina di grandi aziende cinesi con presenza in Italia, a Milano e Torino, si sono riunite nell'associazione degli imprenditori cinesi in Italia. Nomi grossi, Haier, Hisense, Cosco, China Shipping. Vogliono smentire il luogo comune dell'Italia crocevia di interessi della criminalità cinese, della prostituzione, delle gang giovanili, delle seconde generazioni sradicate né italiani, né cinesi.
Ma i riots di Paolo Sarpi sono un flebile sospiro per Pechino. In fondo, a Madrid, due anni fa hanno dato fuoco a un intero mercato cinese, e in Cina le autorità non hanno fatto una piega. Umili e sobri, gli immigrati all'estero, sotto pressione, possono diventare folli. Vivono per lavorare. Senza lavoro, non possono proprio vivere.

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