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8 dicembre 2005

È morto Paolo Sylos Labini

di Rossella Bocciarelli

«L'economista, non diversamente dal sociologo, studia la società della quale fa parte: egli non è estraneo all'oggetto del suo studio nel senso particolare in cui si può affermare che lo sia il cultore di scienze naturali.

.. Se lo studioso non può sperare di essere rigorosamente obiettivo (ciò che è impossibile), può e deve tuttavia sforzarsi di essere intellettualmente onesto, ossia può e deve cercare di vedere tutti gli aspetti di un determinato problema, anche gli aspetti per lui sgradevoli, e non solo quelli che sono conformi alla sua ideologia o utili per la sua parte politica».
Questo è solo un frammento della saggezza di Paolo Sylos Labini, il decano degli economisti italiani, che se n'è andato ieri a 85 anni, dopo aver segnato mezzo secolo di storia del pensiero economico con l'originalità della sua analisi. Onestà intellettuale e passione civile sono stati infatti la cifra inconfondibile della vita di questo studioso nato nel 1920, da una famiglia mezza spagnola e mezza sorrentina, laureatosi in giurisprudenza nel 1942, che dopo gli studi con Alberto Breglia si specializzò ad Harvard (Cambridge, Massachusetts, Usa) e Cambridge in Gran Bretagna. Dopo aver vinto una borsa di studio per l'America e dopo aver fatto amicizia a Chicago con Franco Modigliani, Sylos Labini fu allievo di Joseph Schumpeter, che gli trasmise l'interesse per il rapporto tra innovazione, economia e società (come si sa Schumpeter attribuiva una grande importanza al ruolo dell'imprenditore innovatore).
Gli studiosi che più hanno approfondito l'analisi delle sue teorie, in ogni caso, lo considerano a tutti gli effetti un economista classico. Lui stesso, del resto, parlando delle esperienze nelle due Cambridge, ricordava: «Uscii da tutte queste esperienze con la convinzione che lo sforzo da compiere fosse quello di tornare agli economisti classici con occhi moderni e con spirito critico». Così come per Adam Smith, anche per Sylos Labini l'aumento del reddito degli individui e delle nazioni non è un obiettivo da considerare come fine in se stesso, ma come strumento per lo sviluppo civile.
Nel 1949 collaborò alla stesura del Piano per la ricostruzione economica e sociale dell'Italia cioè il Piano del lavoro proposto da Giuseppe Di Vittorio. Il suo contributo teorico più importante è senza dubbio Oligopolio e progresso tecnico pubblicato nel 1956: in quest'opera sosteneva che l'oligopolio può coesistere con le piccole imprese e analizzava i rapporti tra aziende grandi e piccole e progresso tecnico. Saranno proprio l'analisi delle forme di mercato, il rapporto che intercorre fra concorrenza, forme oligopolistiche e sviluppo economico, gli studi approfonditi insieme a Joe Bain e a Franco Modigliani, quelli che lo renderanno famoso nel mondo facendone un candidato stimatissimo per il premio Nobel.
Ma un altro contributo fondamentale fu quello dato da Sylos Labini alla politica economica italiana negli anni Sessanta: dal 1962 al '64 fu membro della commissione nazionale per la programmazione economica insieme a Giorgio Fuà, Pasquale Saraceno, Beniamino Andreatta e Siro Lombardini. Con Fuà presentò un rapporto nel quale sosteneva che la programmazione, prima ancora che una questione economica era un problema istituzionale da affrontare con l'aiuto di giuristi e studiosi delle discipline politiche e sociologiche. Uscì da quest'esperienza più disilluso: «Le riforme che auspicavamo sono state introdotte parzialmente. Riconosco che ho avuto torto, che ho peccato di ottimismo o, se si preferisce, di ingenuità».
Poi, tra il 1966 e il 1967 con il comitato tecnico scientifico del ministero del Bilancio, Sylos lavorò al modello econometrico dell'economia italiana e fu la prima ricerca sistematica in campo econometrico condotta sul nostro sistema. Seguirono, a cavallo degli anni 70, una serie di importanti lavori sui salari, la produttività e l'inflazione. E non va dimenticato neanche il famosissimo "Saggio sulle classi sociali", ritratto della società italiana nella prospettiva storica del '900, nel quale si mette in evidenza la terziarizzazione, cioè «il fortissimo aumento della piccola borghesia impiegatizia e commerciale: da meno di un milione su 16 milioni di occupati al principio del secolo (ventesimo) ad oltre 5 milioni su 19 milioni di occupati».
Qualche anno fa, allo storico Lucio Villari che aveva colto l'occasione di un'intervista per fargli gli auguri per i suoi ottant'anni, Sylos Labini rispose: «Gli auguri non sono per me ma per l'Italia. Io sono un allegro pessimista, con una grande rabbia di vedere il nostro Paese con la sua storia, la sua bellezza, il patrimonio di pensatori come Cavour, Cattaneo, Salvemini, Ernesto Rossi e tanti altri, ridotto ad avere una classe politica senza spessore, senza forza ideale, senza grandi programmi..». Adesso il suo "allegro pessimismo" ci mancherà.



 

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