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7 marzo 2006

Soldini: «Contro il dumping sulle scarpe dazi al 50%»

di Anna Marino

Settimana decisiva per il settore calzaturiero.

Soprattutto dopo che indagini europee hanno fatto affiorare prove evidenti degli interventi statali con cui Cina e Vietnam finanziano la produzione di scarpe. Sono indicatori dell’esistenza di un dumping che ferisce questo comparto del tessile italiano, già vessato da un import con aumenti percentuali fino a 3 o 4 cifre. È bastato monitorare il periodo dall’aprile 2004 al marzo 2005: l’import europeo di scarpe in cuoio cinesi è infatti aumentato del 320% mentre l’import vietnamita ha toccato punte del 720 per cento.
Di qui l’annuncio del commissario europeo al Commercio Peter Mandelson: la Commissione proporrà il 9 marzo agli Stati Membri l’istituzione di dazi antidumping provvisori che aumenteranno, per la prima volta in Europa, in modo progressivo: da un livello del 4,8% sulle scarpe di cuoio cinesi e del 4,2% sulle vietnamite, per salire poi di altri tre gradini, e arrivare a pieno regime il 15 settembre, al 19,4% nei confronti di Pechino e al 16,8% di Hanoi. I dazi si applicheranno a partire dal 7 aprile per sei mesi e dalle misure antidumping saranno escluse le scarpe per bambini (fino alla taglia di 37,5) e quelle sportive.
Inziative che, tuttavia, non bastano secondo i calzaturieri italiani, che il 3 marzo hanno pubblicato un appello a Peter Mandelson sul Financial Time Europe. «Noi così come sono non li accettiamo - protesta Rossano Soldini, presidente dell’Anci, l’associazione dei calzaturieri italiani - perché chiediamo che in Europa si comportino così come si sono comportati in tutte le altre situazioni di dumping: dazi immediati e pari a circa il 50 per cento. Sono state stornate dal provvedimento le scarpe sportive, ma si vogliono inserire in questa dicitura anche scarpe da passeggio, scarponi, scarponcini e stivali».
Come mai questa diversità di trattamento rispetto ad altre categorie di prodotti?
«Questo è frutto di pressioni di commercianti e importatori di calzature europei. Non è giusto dimenticarsi di tutelare oltre 12.500 fabbriche e addirittura 850 mila operai in Europa».
La nostra economia avrebbe un vantaggio se i dazi fossero adeguati e protratti anche per anni?
«Certo, e faccio un esempio. Una semplice scarpa da passeggio da donna di pelle con suola di gomma ha un prezzo di fabbrica, in Italia, di circa 28/30 euro; la stessa scarpa comprata in Cina costa intorno ai 12 euro. Il problema non è la differenza di costo, ma il fatto che per le materie prime anche i cinesi spendono oltre 14 euro. Quindi vendono al di sotto del costo delle materie prime: se i dazi fossero del 50%, il prezzo delle scarpe salirebbe a 17-18 euro».
Qual è l’andamento attuale del vostro settore?
«Grazie alla ricerca e all’innovazione, nel 2004 abbiamo avuto una bilancia attiva, una differenza tra import ed export, di oltre 4 miliardi di euro e nel 2005 è comunque ancora attiva, con 2 miliardi e mezzo di euro nonostante nel nostro settore il 75% delle aziende occupi dai 10 ai 30 dipendenti. Ma nel 2005 sono stati chiusi 720 calzaturifici e abbiamo perso 6.500 posti di lavoro. La nostra associazione conta 105mila operatori del settore (con l’indotto si arriva a 250 mila), ma eravamo 115mila. La Cina però non è un mercato per noi, perché nonostante i 300 milioni di benestanti l’anno scorso sono state acquistate soltanto 190mila scarpe italiane».
Non basta che la Cina percorra la strada dell’autodisciplina?
«No, perché il valore della moneta è stato rivalutato solo del 2%: ci vogliono accordi e controllo, che chiediamo all’Europa».
Potrebbe funzionare il Fondo Global anticrisi europeo che dal 2007 conterà 500 milioni di euro per i distretti in crisi?
«No, è come dare un’aspirina a un malato grave. Sono benvenuti gli aiuti, ma bisogna produrre».
Quali condizioni dovrebbe porre un intervento dell’Unione Europea?
«Dovremmo innanzitutto avere il "made in" obbligatorio per la merce prodotta da paesi non comunitari, richiesta fatta 2 anni e mezzo fa e non ancora esaudita, ristretta ora a pochi settori, come tessile, abbigliamento, calzature, legnoarredo, piastrelle e oreficeria: il 22 marzo verrà presentata una mozione definitiva. E i dazi dovrebbero essere compensativi, del 50 per cento. In questo modo recupereremo addirittura entro 6 mesi il 30% di ciò che viene realizzato fuori dall’Italia».
E se questo non avvenisse il 9 marzo a Bruxelles?

«Potremmo arrivare a chiedere le dimissioni del commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson».



 

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